Nel contesto globale attuale, segnato da tensioni geopolitiche, ritorno del protezionismo e pressioni inflazionistiche persistenti, ha ancora senso considerare l’arte un asset alternativo a tutti gli effetti? Come rileva l’Art Basel & UBS Art Market Report 2025, il mercato globale dell’arte ha generato nel 2024 57,5 miliardi di dollari, con un calo del 12% rispetto all’anno precedente. Nonostante la contrazione delle vendite di fascia altissima però, il segmento blue chip, che comprende le opere di artisti storicizzati del Novecento con valori compresi tra 1 e 10 milioni di dollari si conferma stabile. Lo sostengono dalla domanda istituzionale e dai grandi collezionisti.

Alberto Bassi, head of Italy, Matis
“Gli investitori tendono a privilegiare le asset class in grado di preservare il capitale e attenuare la volatilità dei portafogli. Tra queste, anche l’arte si sta affermando come una componente alternativa all’interno di un portafoglio diversificato, capace di offrire un profilo di rischio-rendimento decorrelato rispetto ai mercati finanziari tradizionali”, riflette Alberto Bassi, head of Italy, Matis.
L’esperto ricorda che negli ultimi vent’anni il mercato mondiale dell’arte ha mostrato resilienza, mantenendo volumi compresi tra 50 e 70 miliardi di dollari l’anno, indipendentemente dalle oscillazioni dei mercati azionari e obbligazionari. La caratteristica principale dell’arte come asset class è infatti la decorrelazione storica dai mercati tradizionali. Il valore di un’opera non dipende da tassi, inflazione o utili aziendali, ma da fattori intrinseci – notorietà dell’artista, provenienza, stato di conservazione –oltre che dalle dinamiche di domanda globali.
L’acquisto di opere d’arte, pertanto, può costituire un bene rifugio relativamente distinto dalle altre asset class più tradizionali, maggiormente influenzate dall’aumento dei prezzi, e in grado di resistere alle fasi recessive.
Immagine apertura: Alighiero Boetti, Mappa (L’insensata corsa della vita) (1988; ricamo su tessuto, 114 x 220 cm; Firenze, Collezione Casamonti)
L’arte come asset alternativo: dinamiche simili a quelle dell’oro
Ricorda Alberto Bassi che durante la crisi economica del 1929 gli investitori si rifugiarono nell’oro invece di optare per titoli azionari. Il prezzo del metallo giallo passò dunque dai 21 dollari nel 1929 ai 35 dollari all’oncia nel 1934. “L’arte risponde a una dinamica simile. Al pari di altre asset class alternative, anche le opere d’arte resistono meglio nei periodi di turbolenza nei mercati finanziari perché non sono quotate in Borsa”. A ben guardare, un fenomeno analogo si è osservato durante la crisi finanziaria del 2008, quando alcune opere hanno mantenuto il loro prezzo nonostante la recessione. Le opere degli artisti storicizzati in linea con criteri di valorizzazione del mercato hanno continuato a performare. Solo per fare un esempio: la vendita della Collezione Yves Saint Laurent e Pierre Bergé da Christie’s totalizzò quasi 380 milioni di
euro nel febbraio 2009. E il lotto di punta della vendita, Les coucous, tapis bleu et rose (1911) di Henri Matisse, raggiunse i 35 milioni di euro, triplicando la stima minima.
Anche dal punto di vista dell’inflazione, l’arte tende a comportarsi come l’oro o altri beni reali. Negli anni ’70, in un contesto di elevata inflazione e shock petroliferi, il British Rail Pension Fund destinò circa il 3% del proprio patrimonio a opere d’arte, realizzando un rendimento medio annuo del 13% su un orizzonte quindicennale.
Digitale e club deal: investire ad arte in un asset alternativo
Ad oggi, il 20% delle vendite sono digitali, mentre la diffusione di modelli di investimento collettivo – come i club deal – hanno reso gli investimenti in arte più accessibili anche a investitori privati.
Sono formule che consentono di condividere l’investimento in opere di fascia alta e di introdurre una nuova dimensione di diversificazione all’interno dei portafogli. “Rimane, tuttavia, un mercato complesso e poco liquido, dove la competenza e la selezione degli operatori sono fondamentali. Il valore di un’opera, influenzato anche da componenti estetiche e culturali, può variare nel tempo, rendendo necessario un approccio informato e di lungo periodo” sottolinea Bassi. Investitori in arte non ci si improvvisa: occorre affidarsi a operatori qualificati.
In prospettiva – conclude l’esperto – l’arte può svolgere un ruolo complementare nei portafogli diversificati, soprattutto in ottica di gestione patrimoniale di lungo periodo. “Non sostituisce le asset class tradizionali, ma ne attenua la volatilità e offre un valore aggiunto emotivo e culturale. In un’epoca di incertezza economica, la combinazione tra stabilità, tangibilità e prestigio può rendere l’acquisto di opere d’arte un bene rifugio dal profilo unico: un investimento che, oltre a proteggere il capitale, potrebbe arricchire anche il patrimonio immateriale dell’investitore”.

