Il mercato azionario cinese corre più velocemente delle Borse emergenti dall’inizio dell’anno, ma negli ultimi cinque anni ha avuto performance largamente inferiori. Da fine agosto 2020 ad oggi, l’indice Morningstar China Tme, che è rappresentativo dell’85% della capitalizzazione di mercato ha perso il 9,3% in dollari contro un rialzo di quasi il 60% per l’indice Morningstar sui mercati emergenti che esclude la Cina.
Di qui, la tentazione sempre più forte da parte degli investitori di lasciare fuori dai loro portafogli l’ex Celeste impero.
Le dimensioni del mercato dei fondi emergenti ex-Cina
Secondo una ricerca Morningstar, il segmento dei fondi e degli Etf azionari sui mercati emergenti che escludono la Cina è cresciuto rapidamente negli ultimi anni, mentre praticamente non esisteva prima del 2015.
Gran parte dei 77 comparti censiti dagli analisti è stata lanciata negli ultimi cinque anni, con un’accelerazione dal 2022, quando il mercato cinese è crollato e gli investitori hanno cominciato a preoccuparsi seriamente per i rischi geopolitici. L’anno record per i debutti di queste strategie è stato il 2024, con 22 nuovi prodotti.
Circa la metà dei fondi emerging market ex Cina è domiciliato in Europa; il resto in nord America e pochi nell’area asiatica.
Tra gennaio 2021 e maggio 2025, il patrimonio gestito è passato da 800 milioni di dollari a 25 miliardi. “La maggior parte degli afflussi netti si è verificata a partire dal 2021, culminando in un anno record nel 2024 con 10,5 miliardi di dollari di raccolta”, spiega Mathieu Caquineau, analista di Morningstar, il quale aggiunge che l’afflusso di capitali dello scorso anno è stato particolarmente sorprendente, dato il contesto più ampio di sfiducia nei confronti dei mercati emergenti, che hanno subito riscatti netti per 9,9 miliardi di dollari. Il segmento rimane, comunque, di nicchia se confrontato con il patrimonio totale delle strategie sui Paesi in via di sviluppo che è di circa mille miliardi di dollari.
Il ruolo dominante dei fondi passivi
L’offerta di fondi azionari emergenti senza Cina è dominata dai prodotti passivi, che detengono l’84% degli asset, con iShares che cattura la quota principale. I gestori attivi sono pochi e faticano a raggiungere economie di scala adeguate: il 76% dei prodotti ha un patrimonio inferiore ai 100 milioni di dollari, anche a causa della giovane età, dal momento che la maggior parte ha meno di cinque anni.
Perché acquistare un fondo o un Etf emergente ex Cina?
La narrativa legata al lancio dei fondi azionari emergenti esclusa la Cina è stata ricca e mutevole negli ultimi anni.
In un primo momento, la ragione principale era quella di avere un’esposizione “pura” ai mercati in via di sviluppo, mentre l’ex Celeste impero assumeva sempre più le caratteristiche degli “sviluppati”. Al suo picco, nell’ottobre 2020, la Cina è arrivata a pesare per il 42% nell’indice Morningstar Emerging Markets Tme ed è stata costantemente sopra il 20% nell’ultimo decennio, spesso schiacciando altre economie in rapida crescita come quella indiana.
L’importanza di una quota separata per la Cina
In linea di continuità con questo approccio, si è poi ritenuto che la Cina meritasse una porzione a sé in un portafoglio diversificato per via delle sue dimensioni e della sua struttura economica.
Negli ultimi cinque anni, la narrativa si è spostata sulla necessità di mitigare i rischi, dal momento che il mercato azionario cinese ha dovuto affrontare numerose sfide dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19, compresi i prolungati lockdown, i giri di vite regolamentari in settori come il tecnologico, la debolezza del comparto immobiliare e l’inasprirsi della guerra commerciale con gli Stati Uniti.
Allocation separata alla Cina: ha senso?
Secondo gli analisti di Morningstar, decidere di avere un’allocation separata alla Cina rispetto al resto dei mercati emergenti “può avere senso”. Le Borse cinesi rimangono “un ambiente interessante per i gestori attivi”, afferma Caquineau. Secondo il Barometro europeo degli investimenti attivi e passivi di Morningstar, un terzo dei fondi azionari cinesi attivi è sopravvissuto e ha battuto i propri concorrenti passivi negli ultimi 15 anni, registrando uno dei tassi di successo a lungo termine più elevati dello studio semestrale, che compara le strategie attive con un paniere omogeneo di fondi ed Etf indicizzati.
“Fattori quali la limitata trasparenza, l’imprevedibilità normativa, la diffusione disomogenea delle informazioni e l’elevata presenza dei piccoli investitori contribuiscono all’inefficienza del mercato, creando un ambiente favorevole per i gestori esperti, se accessibili a costi ragionevoli”, aggiunge l’analista.
I rischi di escludere la Cina dal portafoglio
Quali sono i rischi di escludere la Cina dal portafoglio? Escludere del tutto la Cina potrebbe sembrare ragionevole nell’attuale contesto economico e geopolitico, ma comporta dei rischi in termini di alterazione della composizione settoriale e geografica del portafoglio.
Ad esempio, l’indice Morningstar Ex-Cina Em è meno esposto ai settori dei servizi alla comunicazione e dei consumi discrezionali e più esposto a comparti come il finanziario e l’energia rispetto al paniere globale dei mercati emergenti. A livello geografico, acquistano rilevanza altri grandi Paesi emergenti, soprattutto l’India e Taiwan.
Secondo gli analisti di Morningstar, scartare del tutto il mercato cinese riduce il “set di opportunità” di un investitore, perché è quello più ampio e diversificato tra gli emergenti con circa 5.400 società quotate a Shanghai e Shenzhen, oltre quelle presenti sui listini di Hong Kong o a Wall Street. Inoltre, la crescita economica cinese è sempre più trainata dai consumi interni, a differenza di un tempo, mentre in molti altri Paesi in via di sviluppo si basa sulle materie prime e le le esportazioni.
Il mercato cinese è a sconto
Infine, un aspetto da considerare nell’attuale contesto di mercato sono le valutazioni. “Poiché il sentiment nei confronti della Cina rimane cauto, alimentato dai timori relativi alle pressioni normative, al rallentamento della crescita e alle tensioni geopolitiche, tali timori sono probabilmente già scontati nei prezzi e quindi spesso coincidono con punti di ingresso interessanti per gli investitori a lungo termine”, spiega Caquineau, il quale però ricorda quanto sia difficile fare market timing e in certi casi trovare un bravo gestore attivo sui mercati emergenti, che applichi commissioni ragionevoli, può essere di grande aiuto.

