Fondi pensione aperti, ecco i migliori per rendimenti e costi

MIN
Un uomo anziano con i capelli bianchi e una camicia azzurra guarda pensieroso lo schermo di un computer portatile su un tavolo bianco della cucina. Il suo mento poggia sulla mano e sembra concentrato, con una finestra luminosa sullo sfondo.

I migliori fondi pensione e Pip per costi e rendimenti negli ultimi dieci anni, con i dati aggiornati da Covip nel 2026.

Indice

Nel mondo degli investimenti i sono poche certezze. I rendimenti del passato non offrono garanzie sul futuro, ad esempio. Un certezza, però, c’è: i costi. Per i fondi pensione le informazioni sono disponibili sul portale dell’Autorità Covip. Ma confrontare costi e rendimenti richiede un po’ di tempo. We Wealth ha riunito in un’unica tabella facile da consultare i costi e i rendimenti annui dell’ultimo decennio registrati dai fondi pensione aperti azionari. Si tratta degli strumenti previdenziali più remunerativi negli orizzonti lunghi, che sono tipicamente quelli di chi risparmia per la pensione: per questa ragione la Federazione europea degli investitori – Better Finance ha sostenuto in un recente rapporto quanto sia importante avere un’esposizione azionaria significativa per ottenere rendimenti superiori all’inflazione, consentendo di mantenere o accrescere il potere d’acquisto con il capitale accumulato. Da qui la scelta di restringere la prima analisi ai fondi pensione azionari.

Cosa emerge? I fondi pensione meno costosi sono tendenzialmente nella parte alta della classifica (e viceversa). Su 30 fondi pensione aperti azionari, i primi 15 per rendimento ottenuto nell’ultimo decennio (2015-2025) presentano costi sempre al di sotto del 2% annuo, mentre nella seconda metà della classifica sono ben sette i fondi pensione che superano tale soglia di costo annuo. I costi, lo ricordiamo, sono calcolati da documenti standardizzati forniti dagli stessi gestori, che simulano il costo totale di possesso del prodotto per 10 anni. (Le tabelle sono ordinabili sia per costi sia per performance cliccando sulla tendina).

Fondi pensione azionari: quali costano meno…

I fondi pensione meno cari? Sul podio Allianz occupa ben due gradini, seguita Amundi Seconda Pensione. Sono gli unici tre fondi azionari che possono vantare costi totali inferiori all’1%. I tre più costosi sono i fondi pensione azionari offerti da Alleanza Assicurazioni, Zurich Investments Life Omnifunds (entrambi sopra il 2,5% anno) e i due fondi pensione azionari di Fideuram.

… e quali hanno reso di più negli ultimi 10 anni

I rendimenti su dieci anni, per quanto non indicativi di quelli futuri, mostrano, ancora Allianz Insieme in vetta: in particolare la soluzione “più azionaria” delle due ha reso un notevole 7,48% all’anno – già al netto delle tasse sulle plusvalenze (lo ricordiamo, per i fondi pensione le plusvalenze sono tassate al 20% alla fin di ogni anno, e non al 26% al momento della vendita, come avviene per fondi ed Etf). Al secondo posto i fondi Allianz previdenza (6,54%) e Fondo pensione aperto aureo (6,17%).

I fondi pensione che hanno raccolto i risultati più magri sono, invece, Azimut previdenza (3,38%), Fideuram valore (3,57%) e Zurich Bilanciata 85 (3,57%).

Fondi pensione bilanciati aperti: la classifica

La maggior parte delle gestioni dei fondi pensione aperti, in Italia, fa capo alle linee bilanciate, che prevedono una spartizione equilibrata di azioni e obbligazioni, con un margine di maggiore o minore “aggressività”. In testa nella classifica dei rendimenti decennali sale, a fine 2025, Arca previdenza (4,91% annuo) seguito dal bilanciato “aggressivo” di Intesa Sanpaolo Vita, che ha reso il 4,66% annuo. Nel caso dei fondi pensione bilanciati a determinare con maggiore probabilità il successo potrebbe essere, statisticamente, una maggiore distribuzione a favore delle azioni, che nel decennio preso in esame hanno decisamente superato le performance dei bond. I costi, su questo comparto sono meno correlati alle performance con una leggera associazione fra maggiori costi e maggiori performance (probabilmente dovuta al fatto che i fondi con più azioni all’interno tendono a battere quelli più prudenti, anche se al salire della componente azionaria salgono anche i costi).
I fondi pensione bilanciati meno costosi risultano essere i prodotti di Amundi seconda pensione, e di Anima per la linea Garanzia 5+. Più indietro altri due fondi Amundi e Intesa Sanpaolo assicurazioni. I fondi più cari? Alleanza, Mediolanum Sgr e Azimut.

In breve, scegliere con attenzione il fondo pensione, prediligendo una linea azionaria se mancano ancora decenni alla pensione, con un occhio ai costi, permette di cogliere i benefici fiscali di questi prodotti evitando di disperdere rendimento in allocazioni troppo conservative e costose.

Fondi pensione obbligazionari aperti: ecco chi ha vinto nel decennio

Per gli investitori più vicini al pensionamento convertire i propri capitali investiti sui fondi pensione in linee più prudenti potrebbe essere una buona idea per limitare il rischio che un crollo dei mercati riduca sensibilmente il capitale previdenziale proprio a ridosso. L’obbligazionario, rispetto alla linea garantita, potrebbe offrire qualche prospettiva di rendimento in più, con la prospettiva di rischiare molto meno rispetto a una linea azionaria o bilanciata. In questo campo le categorie della Covip distinguono gli obbligazionari misti e quelli puri, che sono ancora più prudenti. Su questi comparti, i cui rendimenti appaiono deludenti su orizzonte decennale pesano gli anni dei tassi negativi che hanno compresso i margini di guadagno sulle obbligazioni. Nessun fondo obbligazionario misto è riuscito a superare Tfr o inflazione nell’orizzonte degli ultimi dieci anni.

Per i fondi obbligazionari puri l’ultimo decennio si conferma pesante: 15 fondi su 30 hanno perso denaro anche senza considerare l’effetto inflazione: un disastro per chi aveva sperato di “rischiare poco”. Va ricordato infatti che i fondi pensione obbligazionari non garantiscono la conservazione del capitale, a differenza delle linee garantite dei fondi negoziali (che non sono oggetto di questo articolo).

Pip, l’alternativa di tipo assicurativo ai fondi pensione aperti

Difficilmente si legge qualcosa di positivo sui Piani individuali pensionistici (Pip): il motivo sta principalmente nei costi. In media, il Pip costa più del fondo pensione aperto di pari categoria e, come abbiamo approfondito in un confronto sulle caratteristiche di Pip e fondo pensione, la legge disciplina nello stesso modo i due prodotti (stessi vantaggi, stesse tutele). Tant’è che si può trasferire il capitale da un Pip a un fondo pensione e viceversa senza costi.

A differenza dei fondi pensione, la categoria di Pip più sottoscritta dagli italiani è quella a capitale garantito, che compete direttamente con i fondi pensione nelle linee garantite. E’ una preferenza giustificata dai dati: il Pip garantito, negli ultimi anni, ha mediamente battuto i fondi pensione garantiti.

Le linee garantite della previdenza integrativa sono, comunque, avare nei rendimenti a lungo termine. Solo due Pip su 58 sono riusciti a battere la rivalutazione del Tfr nel decennio (2,4%) e oltre otto su dieci (48) non hanno reso abbastanza da coprire l’aumento del costo della vita, l’inflazione (1,9%).

La scelta più efficace, quindi, è utilizzare le linee garantite della previdenza integrativa negli ultimi anni che precedono il pensionamento per neutralizzare completamente il rischio che un crollo dei mercati riduca il capitale che potrebbe essere riscattato al maturare dei requisiti per la pensione. Se ci si dovesse basare sui dati dell’ultimo decennio, un Pip garantito potrebbe essere più efficace di un fondo pensione garantito per questo ultimo parcheggio del risparmio previdenziale. Nella tabella, i Pip garantiti vincitori per rendimenti annui, nel decennio 2014-2023: al primo posto, una medaglia d’oro piuttosto singolare. Si tratta di una delle polizze ramo I proposte da Eurovita, la compagnia assicurativa acquisita dagli altri big del sistema per salvarla dal fallimento, rinominata Cronos Vita.

Un altro dato su cui riflettere: circa un terzo dei Pip garantiti carica annualmente (su 10 anni) oltre il 2% di costi. E’ un dato molto elevato se si considera che si tratta di prodotti che dovrebbero, al netto dei costi, quantomeno coprire dall’inflazione il sottoscrittore (2% annuo nel lungo periodo). Non c’è molto da stupirsi se oltre la metà dei Pip garantiti, alla fine, non ce l’ha fatta.

Nel mondo, minoritario, dei Pip non a capitale garantito, al cui interno si trovano polizze unit linked, il quadro dei rendimenti resta abbastanza difficile e tendenzialmente meno positivo rispetto a quello dei fondi pensione bilanciati, con molti meno risultati al di sopra dei riferimenti chiave: oltre la metà dei Pip bilanciati non è riuscito a coprire dall'inflazione nell'ultimo decennio monitorato dalla Covip.

Va ancora peggio nel caso dei Pip obbligazionari che nel decennio in esame si sono dovuti confrontare con rendimenti bassi dovuti alle politiche monetarie ultra accomodanti e poi con la distruzione dei prezzi dei bond dovuta alla crisi ucraina. Pur con tutte le scusanti del caso, il bilancio decennale è pessimo: due terzi dei Pip obbligazionari ha perso denaro (rendimento negativo).

Il colpo di scena di questo poema epico sui rendimenti dei fondi pensione e dei Pip è che, contro l'apparente pronostico, i Pip azionari nell'ultimo decennio sono riusciti a ottenere, specialmente nella parte alta della classifica, rendimenti molto superiori a quelli dei fondi pensione aperti, nonostante costi medi nettamente superiori. Come approfondito in questo altro articolo, una possibile spiegazione sta nel portafoglio con maggiori esposizione alle azioni, che si è tradotto in una volatilità molto maggiore nel corso degli ultimi anni. Ben nove Pip azionari su 45 hanno reso oltre il 7% annuo al netto dei costi fra il 2014 e il 2023: obiettivamente, niente male.

Scegliere il fondo pensione 'giusto', non solo il comparto

La versione più diffusa della pianificazione previdenziale insiste sul profilo di rischio: più azioni per ottenere rendimenti adeguati nel lungo periodo. Ma c’è un elemento meno discusso che i dati mettono in luce con altrettanta forza: non conta solo il comparto, conta anche il prodotto.

Una simulazione su trent’anni, basata sui rendimenti medi registrati dalla Covip tra il 2015 e il 2024 e ipotizzando versamenti annui da 5.000 euro, mostra come le differenze tra fondi possano tradursi in esiti radicalmente diversi. Nel comparto azionario, il capitale finale può variare da circa 210mila a oltre 700mila euro a parità di contributi (150mila euro versati), con una distanza che si riflette in rendite annue di circa 14mila contro oltre 46mila euro. Anche nei bilanciati, più prudenti, il divario resta significativo: da circa 134mila a oltre 286mila euro finali.

Una parte di queste differenze dipende dalle scelte di gestione, come l’esposizione geografica o azionaria, ma il punto resta: la dispersione tra prodotti è tale da incidere concretamente sul tenore di vita in pensione. E non è detto che questa selezione venga sempre effettuata in modo neutrale, soprattutto in presenza di modelli distributivi basati su retrocessioni.

Non a caso, anche a livello europeo si inizia a mettere in discussione la qualità di alcuni prodotti previdenziali di terzo pilastro, tra costi elevati e soluzioni poco efficienti. Le proposte di riforma del Pepp vanno nella direzione di maggiore trasparenza, portabilità e semplicità, fino all’ipotesi di un prodotto “basic” privo di intermediazione.

Il punto, allora, non è solo se aderire alla previdenza complementare, ma quale prodotto scegliere. In un orizzonte lungo, la differenza può essere molto più grande di quanto suggeriscano le classifiche annuali.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

Sai come pianificare la rendita pensionistica, tenendo conto della capacità di risparmio e degli anni che ti mancano alla pensione?