Business lending: il prestito alle imprese si fa digitale e veloce

Laura Magna
Laura Magna
4.3.2022
Tempo di lettura: 7'
Le fintech che si occupano di finanziare le imprese italiane, raccogliendo i capitali per lo più da fondi istituzionali, hanno cambiato passo. Oggi valgono oltre 4 miliardi in termini di erogato (con una crescita nel 2021 di 2,2 volte rispetto all'anno precedente) e soprattutto sono sempre più nel radar delle banche – schiacciati tra Basilea e redditività che barcolla – per abilitare la transizione digitale del credito

A dieci anni dalla loro nascita, per superare il momento Lehman, le fintech “bancarie” iniziano a essere guardate con rispetto. E a essere scelte dalla finanza tradizionale per il loro valore aggiunto, che sta in tecnologie proprietarie immediatamente integrabili e capaci di rispondere alla domanda di velocità e flessibilità del mercato

Secondo Italia Fintech nei primi nove mesi del 2021 le piattaforme di prestiti alle imprese hanno erogato 2,3 miliardi (2,2 volte rispetto al miliardo dello stesso periodo dell’anno prima). Lo spazio per crescere è ancora ampio, poiché le nostre imprese hanno chiesto nel 2021 circa 660 miliardi di euro alle banche

La prossima frontiera? L’embedded finance: servizi finanziari che scorrono sotto il core business, di qualunque business, e possono aumentare il valore e la redditività di qualsiasi offerta. È un settore appena nato che ha un valore potenziale di 7 miliardi di dollari nel mondo

Nell'ultimo biennio hanno cambiato marcia. Le società del business lending italiane – fintech che prestano denaro alle imprese in maniera disintermediata, creando la connessione con investitori per lo più istituzionali - sono state di fatto “scoperte” dalle pmi, grazie alla pandemia. O meglio, in virtù del balzo di digitalizzazione (dieci anni in 8 settimane) a cui il virus ha costretto persone e imprese. Così nei primi 9 mesi del 2021 i prestiti erogati alle imprese attraverso le piattaforme sono ammontati a 2,3 miliardi di euro, secondo ItaliaFInTech, che si sommano al miliardo e seicento milioni del 2020.

Lo spazio per crescere


Una goccia nel mare dei circa 660 miliardi dei prestiti bancari a fine 2021, ma che indica una crescita esponenziale rispetto al pregresso. Un incremento che avviene, va detto, in un momento storico che favorisce in generale l'erogazione dei prestiti, grazie alle garanzie del Mediocredito centrale. Ma quello che fa la differenza e che sta dando a queste fintech una marcia in più è che le banche si sono accorte che nelle startup del lending risiedono le tecnologie di cui hanno bisogno per offrire ai clienti la user experience snella e flessibile che essi chiedono sempre più. E per recuperare la perdita di redditività accumulata da Lehman Brothers in poi (Kpmg la stima in -33%).
Della generale stretta del credito hanno risentito soprattutto le pmi, penalizzate in maniera crescente da un sistema regolatorio che ha teso a proteggere il capitale delle banche ed evitare che si accumulino – come successo in passato – montagne di non performing loan, crediti che prima si incagliano e poi diventano inesigibili. Le aziende vengono discriminate in base alla dimensione: più sono piccole, più, a parità di ogni altra condizione, sono considerate rischiose. E più le banche sono costrette ad accantonare capitale, al punto che per prestiti sono una certa dimensione (che Kpmg stima essere 50mila euro per l'Italia) questi non solo non producono margini, ma rappresentano un costo.

Finanziare le pmi senza digitale è un costo


“Nel solo secondo semestre 2021 abbiamo erogato 237 milioni di euro – dice Antonio Lafiosca, coo di Opyn (la ex BorsadelCredito.it che da qualche mese ha cambiato nome a segnalare il suo nuovo corso) – il che ci rende la piattaforma leader in Europa. La crescita annua dell'erogato ammonta al +423%, con il 2020 che è stato per noi già un anno record (chiuso a quota 75 milioni di euro)”. Ma al di là del contingente è il profondo cambiamento del contesto a interessare.
“Con la pandemia è stato ancora più evidente che le banche hanno bisogno di diventare digitali, per abbattere i costi e aumentare i margini – continua Lafiosca – e sempre più si rivolgono a noi per dotarsi della tecnologia che glielo consenta”. Opyn è stata così protagonista della prima operazione di M&A tra una banca e una fintech entrambe italiane: a luglio 2021 ha siglato con la bresciana Banca Valsabbina un accordo finalizzato all'acquisizione di una partecipazione pari a circa l'8,3% di Business Innovation Lab, società cui è riferita la piattaforma. E a dicembre ha siglato la terza operazione di cartolarizzazione con la banca. “Ma è la prima – spiega Lafiosca - che prevede che Valsabbina eroghi direttamente fino a 100 milioni di euro attraverso la tecnologia di Opyn, in modalità completamente digitale e con valutazione in 24-48 ore dei finanziamenti da 200mila a 800mila euro, con durata fino a 72 mesi. L'ottica è quella del software as a service e questo è dunque un passo importante nel percorso di integrazione Banca-pmi-fintech”.

Accordi e cartolarizzazioni, la via di Opyn


Con Valsabbina Opyn aveva realizzato altre tre operazioni di cartolarizzazione dal settembre 2020 e tra i suoi partner spicca ancora Azimut, ma anche Banca Ifis e Intesa Sanpaolo.
Anche Credimi, che da inception ha prestato oltre 1,7 miliardi a 60mila pmi, ha stretto numerosi accordi con istituti tradizionali, da Deutsche Bank, a Intesa Sanpaolo a Banco Desio. “Accordi che da soli hanno permesso di mobilitare oltre 400 milioni di euro di risparmi privati a supporto delle pmi e che si inseriscono nel solco di una strategia di integrazione dei servizi di fintech lending all'interno dell'offerta bancaria – dice il ceo Ignazio Rocco di Terrepadula - Credimi è stato uno dei primi player a promuovere la cultura dell'open banking con operazioni come quelle con il Gruppo Generali, Banca Sella, Banca del Piemonte, Banca di Asti e a sviluppare anche importanti partnership con istituzioni locali, come quella con Finpiemonte e Fondazione Crt, tutte volte a liberare liquidità in tempi rapidi per le pmi e supportare i loro piano”.

Focus sulle ditte individuali per Credimi


Pmi e nello specifico ditte individuali, che sono un mare magnum di 3 milioni di realtà praticamente ignorato – per quanto già detto - dalle banche tradizionali. “A inizio 2021 abbiamo lanciato un prodotto ad hoc per le ditte individuali con un fatturato di almeno 100.000 euro e con almeno due anni di età”, dice Rocco di Torrepadula. “Per loro natura e dimensione, la solvibilità delle ditte individuali è complessa da analizzare: noi riusciamo a dare una risposta di fattibilità immediata e se positiva, a produrre il preventivo dettagliato e definitivo in soli 3 giorni lavorativi”.

Anche il rating si fa digitale con modefinance


Nell'erogazione dei prestiti uno dei maggiori colli di bottiglia per le banche è da sempre l'analisi di solvibilità. Anche per questa esigenza il fintech offre soluzioni ad hoc: un esempio è quello di modefinance, agenzia di rating fintech che ha sviluppato una soluzione di Rating-as-a-Service (Tigran) che aumenta le capacità di pre-screening e di analisi del rischio delle pmi da finanziare: la utilizzano già Banca Progetto e Banca Valsabbina. “Grazie ai nuovi modelli di business creati dalla finanza alternativa, oggi le imprese possono beneficiare di un ventaglio di opportunità molto più ampio per l'accesso al credito - crowdfunding, smart e fast lending, minibond, tra gli altri – commenta Mattia Ciprian, co-fondatore e co-Amministratore Delegato di modefinance - nessuna delle quali però può prescindere da una chiara fotografia dello stato di salute delle imprese. Ecco dove risulta fondamentale la valutazione del rischio di credito. Così, per l'effettiva ripresa economica dell'intero sistema produttivo, è sempre più necessaria un'analisi competente, completa, rapida e trasparente. Oggi stiamo entrando nel campo delle valutazioni Nowcasting, che permettono di conoscere in real-time i trend di evoluzione della solvibilità delle imprese, sintomo che solo le realtà finanziarie abili ad adattarsi e integrare questo tipo di analisi rimarranno competitive sul mercato”.

L'invoice trading di Workinvoice, per finanziare le pmi senza debito


Un'altra forma di finanziamento alle imprese disintermediato è l'invoice trading, che sposta in ambiente digitale l'anticipo fatture, e consente di trasformare il credito commerciale in liquidità, senza appesantire la posizione debitoria delle imprese. E pertanto può essere un toccasana con la fine dei prestiti garantiti e in considerazione del fatto che il credito commerciale in pancia alle aziende italiane ammonta a circa 450 miliardi di euro (di cui solo un terzo già servito da soluzioni tradizionali). Ma al di là del singolo prodotto, ciò che rileva, come fa notare il ceo e founder di Workinvoice Matteo Tarroni è che “il fintech in generale è oggi l'abilitatore di soluzioni efficienti sia per le banche sia per le corporate in cerca di nuove occasioni di profitto per fidelizzare la clientela”. Tarroni la chiama “embedded finance”: ciò che consente a qualsiasi azienda btob o btc, banche, big tech, retailer, “di incorporare servizi finanziari nella customer experience dei propri clienti. E di fatto di ampliare la propria gamma di offerta, aggiungendo voci di ricavo e guadagno. I servizi finanziari embedded (prestiti, pagamenti, conti correnti e di deposito, servizi di tesoreria e conciliazione) sono il campo di azione delle fintech. È un settore appena nato ma che si stima abbia un valore potenziale di 7 miliardi di dollari”. Un esempio di questo concetto è il marketplace per le pmi che Workinvoice ha creato con Azimut e Step, operatore focalizzato sui servizi digitali alle imprese. “Azimut Marketplace è un canale di accesso per le pmi a una serie di servizi finanziari delle migliori fintech, attraverso una piattaforma digitale, semplice e sicura, che sfrutta appieno le potenzialità della direttiva Psd2 e dell'open banking. In una relazione tripartita in cui Azimut è la “banca”, le pmi il fruitore che si dota di embedded finance e le fintech i fornitori di servizi digitali”.
In definitiva, siamo in presenza di una rivoluzione così complessiva che le banche da sole non hanno la forza di affrontare.
(Articolo pubblicato sul Magazine We Wealth, numero di febbraio)
Giornalista professionista dal 2002, una laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi sull'intelligenza artificiale e un master della Luiss in Giornalismo e Comunicazione di Impresa. Scrivo di macroeconomia, mercato italiano e globale, investimenti e risparmio gestito, storie di aziende. Ho lavorato per Il Mattino di Napoli; RaiNews24 e la Reuters a Roma; poi Borsa&Finanza, il Mondo e Plus24 a Milano. Oggi mi occupo del coordinamento del Magazine We Wealth (e di quello di tre figli tra infanzia e adolescenza). Collaboro anche con MF Milano Finanza.

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