Donatella Principe, director, market and distribution strategy, Fidelity, svela perché è importante saper guardare oltre gli eventi negativi di contesto
Fidelity International ha brindato ai suoi primi 25 anni in Italia. Lo ha fatto nell’elegante cornice di Villa Necchi Campiglio a Milano, in una vivace mattinata di ottobre, alla presenza di Cosmo Schinaia, head of south region, Rosario Sarcone, head of sales Italy, Natale Borra, head of distribution Italy, Donatella Principe, director – market and distribution strategy. Non un quarto di secolo qualunque: sbarcata nel nostro paese nel 2000, la società ha vissuto da protagonista nella penisola la crescita del risparmio gestito, passato dai 530 miliardi di euro di inizio millennio ai circa 1300 attuali.
Venticinque anni tumultuosi, in cui il mondo è cambiato drasticamente e in cui, per dirla con Christian Staub, head of Emea and Global head of client proposition di Fidelity International, l’Italia si è confermato «uno dei mercati strategici in Europa», capace di dimostrare negli ultimi 25 anni «crescita e resilienza» e che è in grado «di poter crescere ancora». Nel percorrere questo primo traguardo, Donatella Principe ricorda che quello del 2000 era un mondo completamente diverso da quello attuale. Esistevano le Torri gemelle, la Ferrari che con Michael Schumacher riusciva a vincere 5 campionati del mondo di fila (2000, 2001, 2002, 2003, 2004). All’inizio del 2000 Putin non era ancora al Cremlino.
«Esisteva già Nvidia, valeva un miliardo di dollari e produceva GeForce, una scheda video per videogiochi. Era appena stato introdotto l’euro, circolava insieme alla lira e Google non era quotata (lo sarebbe stata il 19 agosto 2004, ndr). Nessuno sapeva cosa fosse il quantitative easing e non esistevano i social media». Social media che non sono la causa dell’infodemia attuale, ma che sicuramente la amplificano.
Lao Tzu: «Un albero che cade fa molto più rumore di una foresta che cresce»
Il problema degli esseri umani è quello di tendere a focalizzarsi su quelle negative, prosegue Principe, e cita il filosofo cinese Lao Tzu (VI secolo avanti Cristo): “Un albero che cade fa molto più rumore di una foresta che cresce”. Questo atteggiamento in finanza è «deleterio» poiché focalizzarsi solo da una parte (probabilmente quella sbagliata) spesso non permette di accorgersi di tutto il resto, di rendersi conto del positivo.
Donatella Principe, Fidelity: saper guardare ai fattori “nascosti” capaci di generare valore
2000: la bolla delle dot-com (e intanto la Cina…)
Nel 2000 scoppiò la bolla delle dot-com. Si pensò allora che la tecnologia non si sarebbe più ripresa. Oggi, si pensi solo a questo: nel 2000 il tech pesava nell’indice azionario globale il 12%; oggi pesa più del doppio, il 27,4%. Apple, che aveva perso il 31%, ci mise tre anni a toccare il minimo, nell’aprile 2003: «Da allora, ha fatto più del 17.000%. E mentre tutto il mondo era concentrato sullo scoppio della bolla, la Cina che entrava nella WTO. Era un paese piccolo, valeva poco più di 1000 miliardi di dollari, come l’Italia, pesava circa il 3% del commercio mondiale, era un paese poco produttivo, assolutamente non innovativo. Ma probabilmente questo momento è stato uno dei più determinanti nella storia economica del secolo».
Oggi la Cina è la seconda economia al mondo, se non la prima, basandosi sulla parità dei poteri d’acquisto dal 2014. E da sola adesso vale quasi un quinto di tutto il commercio mondiale.
2007-2008: nasce l’iPhone, nel trambusto della crisi subprime
Con lo tsunami della crisi dei mutui nel biennio 2007-2008, si disse che l’economia americana non si sarebbe più ripresa. «In quel momento, Usa ed Europa avevano più o meno lo stesso pil, 14.000 miliardi, oggi l’America ha più che raddoppiato il suo pil a circa 29.000 miliardi. L’Europa invece è passata da 14.200 è passata a 14.800 miliardi, praticamente fermi. Il mercato azionario europeo da allora a oggi è salito del 28%, quello statunitense del 259%», eccetera. Soprattutto, «quando scoppia la grande crisi finanziaria il settore bancario europeo vale più del settore bancario americano. Oggi una sola grande banca americana vale più di tutto il settore bancario europeo. Che cosa ci siamo persi?»
“In cinque anni Apple venderà frutta”
Ma nel 2007 Steve Jobs lanciava l’iPhone. Un’invenzione tecnologica capace di portare Apple – prima società della storia – a sfondare la soglia dei 1000 miliardi di dollari di capitalizzazione, e poi sia i 2.000 che i 3.000 miliardi. Oggi è la terza società più grande al mondo, e veleggia verso i 4.000 miliardi di capitalizzazione. Con buona pace di chi diceva che “nel giro di cinque anni Apple venderà frutta” (citofonare Donna Dubinsky).
«Soprattutto, l’iPhone è stato quell’elemento che ha consentito di mettere a terra la tecnologia di Internet, ce l’ha messa in tasca, l’ha resa profittevole, Apple è stato il catalizzatore della nascita di un ecosistema di società tecnologiche estremamente profittevoli che sono i leader di oggi. Apple attraverso quel device, attraverso quell’ecosistema è riuscito a sfatare per la prima volta nella storia dei mercati finanziari la maledizione della decade» (circa ogni 10 anni c’è un grande tema di investimento per cui le società che ne sono leader diventano le maggiori al mondo, ma nessuna passa la decade. Il tech è stato il tema del secondo decennio del millennio; a metà del terzo decennio e le società tecnologiche sono ancora leader).
Mentre falliva Lehman Brothers, veniva al mondo Bitcoin
La grande crisi finanziaria del biennio 2007-2008, con il sonoro fallimento di Lehman Brothers il 15 settembre 2008, ha occultato un altro evento di portata epocale: la nascita delle criptovalute. Il 31 ottobre 2008 Satoshi Nakamoto diramava infatti il seminale whitepaper sul Bitcoin. Che si amino – come negli Usa – o si odino – come in Cina – le crypto non si possono ignorare. «Neanche dieci anni fa le transazioni commerciali fatte in stable coin valevano 3,3 miliardi, nel 2024 più di 18.000 miliardi di dollari. Si pensi solo che Mastercard non arriva a 9.000 miliardi e che Visa non arriva a 16.000. È paradossale, se si rammenta che le criptovalute erano andate come mezzo anarchico per contrastare il monopolio delle banche centrali; oggi ce ne sono 137 che stanno lanciando criptovalute di Stato, le Central Bank Digital Currencies».
2022: invasione russa dell’Ucraina, il dollaro perde la sua egemonia, nasce l’AI
Il 2022 inizia con il boato della guerra che la Russia muove all’Ucraina. Anche in questo caso, il mondo si concentra sulla variabile sbagliata: l’energia. «In realtà, grazie a vari accordi internazionali precedenti, il prezzo dell’energia resta basso; petrolio e gas quotano più o meno quanto se non meno di quanto quotavano prima del conflitto. Il punto fondamentale è stato invece la decisione di Joe Biden di congelare le riserve in dollari della Russia, accentuando e accelerando il fenomeno della de-dollarizzazione». È stato un momento di rottura totale: «la valuta di riserva mondiale all’improvviso assume un rischio di credito e un rischio di controparte. Da quel momento in poi cambia la storia del dollaro a livello mondiale. E se oggi i banchieri centrali detengono più oro che tresaury, dipende direttamente da quella decisione».
Alla fine del 2022, a novembre, viene lanciato ChatGpt. Da quel momento in poi le aziende investono più di 1000 miliardi in intelligenza artificiale.
Guardando al futuro: 2025 e oltre
L’Italia è sostanzialmente il paese Ocse più ignorante in materia finanziaria. Censis con Assogestioni conferma che un italiano su due non conosce la differenza tra un’azione e un’obbligazione e che non è in grado di dire che effetto ha l’inflazione sul valore dei suoi soldi. «Ciò spiega perché gli italiani trovano del tutto normale parcheggiare sui conti correnti l’equivalente del loro pil, perché pensano che investire voglia dire comprarsi la casa al mare o mettersi in fila per comprare l’ultima emissione del Btp Valore». In questa situazione «la nostra vera sfida oggi si chiama longevità, rischio di sopravvivere ai propri soldi. Dobbiamo trasformare il tempo in alleato, magari con l’investimento in azioni. Ma non si convince l’acquirente di Bot a investire in un fondo sul quantum computing. I consulenti devono proporre una soluzione seria a un problema reale, creare ponti per passare da un portafoglio inefficiente a un portafoglio efficiente».
Infine, un pensiero sul (bruttissimo) pupazzo Labubu
Labubu è quel «pupazzo bruttissimo per cui il mondo è impazzito nei mesi scorsi». A contorno, le solite file di ore fuori dai negozi. Qualche esemplare di Labubu è stato venduto a 140.000 dollari, chiarissimo esempio di FOMO: la gente comprava i Labubu perché tutti lo facevano. Oggi la società che lo produce, Popmart, capitalizza più di Mattel, di Hasbro e Sanrio messe insieme. Esattamente come Nvidia capitalizza più di tutte le altre 30 più grandi società di microchip messe insieme. Gli analisti hanno lanciato un warning su Popmart: una delle motivazioni usate è stata Priced for Perfection».
Si descrive il così il prezzo di un asset per cui le aspettative degli investitori sono altissime e per cui ogni minimo disallineamento da quelle aspettative provoca un (ingiustificabile) crollo del prezzo del titolo. «Popmart è dunque “prezzata per la perfezione”, così come Nvidia». Conclude Donatella Principe di Fidelity: «Non so se sia giusto comprare un giocattolo vivendo secondo una moda, quello che però so – per certo – è che 25 anni fa, oggi e tra 25 anni investire non è un gioco».

