Per Luigi Lovaglio la quota detenuta da Mediobanca in Assicurazioni Generali non è più intoccabile. Secondo cinque fonti anonime citate dal Financial Times, l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, rieletto contro ogni pronostico e nonostante il voto contrario della Caltagirone, starebbe valutando la vendita della partecipazione da 7,4 miliardi di euro per finanziare un’eventuale integrazione con Banco BPM. Si tratterebbe di una deviazione esplicita rispetto al piano di integrazione con Mediobanca presentato il 27 febbraio dallo stesso Lovaglio, prima del suo licenziamento da parte del precedente cda, in cui la quota in Generali sarebbe rimasta un investimento in pancia alla newco non quotata Mediobanca Spa.
Il ritorno in agenda del terzo polo bancario
La manovra riporterebbe in auge il progetto, più volte ventilato negli anni scorsi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di creare un terzo polo bancario italiano Mps-Bpm. Un’ipotesi accantonata dopo l’offerta pubblica di UniCredit sulla stessa Banco Bpm, poi ritirata anche a fronte delle pressioni del governo e del possibile esercizio del golden power. Il Mef, pur non avendo preso parte attiva alla rielezione di Lovaglio, detiene ancora circa il 4,8% del capitale di Mps.
L’ipotesi di una dismissione della quota in Generali — ufficialmente smentita da Siena dopo lo scoop del Financial Times — conferma però il contrasto strategico alla base del licenziamento di Lovaglio: non una semplice rottura personale con il vecchio cda, ma una divergenza sul ruolo di Generali nel futuro gruppo integrato tra Mps e Mediobanca. Per Francesco Gaetano Caltagirone, mantenere la partecipazione avrebbe consentito di preservare un’influenza sulla compagnia assicurativa. Un obiettivo che, secondo l’ipotesi della Procura di Milano, sarebbe stato condiviso con Delfin nell’ambito della scalata a Mediobanca.
Delfin, governo e il risiko bancario
Il colpo di scena della rielezione di Lovaglio, resa possibile anche dai voti decisivi di Delfin in assemblea, evidenzia invece una divergenza di vedute tra i due gruppi che potrebbe rappresentare un argomento difensivo rilevante nelle indagini per manipolazione del mercato e ostacolo alla vigilanza. Le ipotesi accusatorie dei pm riguardano infatti un possibile coordinamento tra Delfin e Caltagirone finalizzato al controllo di Generali attraverso l’acquisizione di Mediobanca da parte di Mps.
La stessa Banco BPM, indicata dal Financial Times come possibile obiettivo del nuovo corso Lovaglio, aveva votato in assemblea a favore della sua rielezione: un disallineamento con le indicazioni dei proxy advisor che, alla luce delle ultime indiscrezioni, potrebbe rafforzare l’ipotesi di un’integrazione amichevole sotto l’egida del governo.
Secondo quanto riportato, Palazzo Chigi avrebbe però chiesto particolare cautela sul destino della quota in Generali (pari al 13,19% del capitale): l’obiettivo sarebbe preservare l’italianità del Leone, anche alla luce delle resistenze già emerse sull’ipotesi di integrazione con la francese Natixis. Generali, infatti, svolge un ruolo chiave come investitore nel debito pubblico italiano, e mantenere un assetto stabile è considerato un interesse strategico dal governo.
Tra i possibili acquirenti figurano Intesa Sanpaolo — che però potrebbe incontrare ostacoli antitrust — e UniCredit, attualmente concentrata sul dossier Commerzbank. La partita del risiko bancario italiano, dunque, si riapre con un fuoco d’artificio nel cielo di Siena.

