La stagione delle trimestrali delle banche italiane è stata digerita con favore dagli investitori, che hanno riportato il settore a sovraperformare l’indice di Piazza Affari nel periodo compreso tra il 5 e il 15 maggio. Ma la sottoperformance dell’indice settoriale resta intorno ai 10 punti da inizio anno, con pochi cambiamenti sostanziali nel divario. Eppure gli utili del primo trimestre sono stati ancora una volta da record.
Complessivamente, le cinque big italiane (Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, UniCredit, Mps e Bper) hanno riportato 7,5 miliardi di euro di utile netto nel primo trimestre, con un aumento dell’11% rispetto all’anno precedente e un balzo del 25% sul trimestre precedente. Al netto delle poste straordinarie, la crescita è stata rispettivamente del 10% e del 16%. Lo riporta una nuova analisi di Morningstar DBRS.
Sotto il cofano, però, la redditività sta calando. Il Roe medio annualizzato è rimasto sopra il 13%, ma si è ridotto rispetto al 15% del primo trimestre 2025. Il dato riflette una composizione degli utili meno favorevole rispetto alla fase di massimo beneficio dei tassi: i maggiori volumi di credito stanno compensando il calo dei margini unitari, ma senza impedire una normalizzazione della redditività sul capitale.
La dinamica è confermata dai numeri sul credito. “I prestiti alle famiglie in Italia sono cresciuti a un tasso annuo del 2,7% a marzo 2026, mentre la crescita dei prestiti alle imprese ha raggiunto il 3,2%”, sottolineano gli analisti di Morningstar DBRS. “La nuova erogazione di prestiti ha guadagnato slancio con la stabilizzazione dei tassi d’interesse su livelli più bassi. Tuttavia, le perturbazioni derivanti dal conflitto in Medio Oriente, insieme alle tensioni commerciali e a un nuovo aumento dei tassi, potrebbero invertire questa tendenza di recupero”.
In termini di ricavi, il margine d’interesse resta più elevato rispetto a un anno fa, ma ha iniziato a mostrare segnali di normalizzazione su base sequenziale. In parallelo, è aumentata la componente legata ai ricavi commissionali, “con contributi più elevati dal wealth management, dalle attività assicurative e dal trading, che hanno compensato la normalizzazione del margine d’interesse netto seguita al calo dei tassi”.
Da qui in avanti, gli analisti dell’agenzia di rating si aspettano che il margine d’interesse “si stabilizzi sostanzialmente su base annua, escludendo gli effetti delle acquisizioni, anche se un nuovo aumento dei tassi d’interesse legato a pressioni inflazionistiche persistenti derivanti da un conflitto prolungato in Medio Oriente potrebbe fornire un certo sostegno nel breve termine”.
Il punto, però, è che un eventuale rialzo dei tassi non avrebbe solo effetti positivi. Se arrivasse in un contesto di economia in rallentamento, magari aggravato da nuove pressioni energetiche, la pressione sulle insolvenze potrebbe tornare a farsi sentire. Sarebbe un problema anche per i profitti bancari, e i mercati sembrano averlo già fiutato.
Il costo del rischio, che misura la quota di credito che le banche stimano fisiologicamente persa, ha raggiunto un nuovo minimo a 27 punti base. La sensazione è che da qui in avanti le cose possano diventare meno facili, soprattutto se la guerra in Iran dovesse iniziare a pesare davvero dal secondo trimestre in poi. “A nostro avviso, il costo del rischio potrebbe aumentare leggermente nel 2026, riflettendo una crescita economica debole e rischi esterni persistenti. Tuttavia, resterà probabilmente al di sotto delle medie storiche, grazie a profili di rischio più solidi”, osservano gli analisti.
Margine d’interesse in stabilizzazione, commissioni in crescita
Guardando avanti, ricavi e margine d’interesse hanno proseguito la fase di rialzo su base annua, ma quest’ultimo ha iniziato a flettere leggermente rispetto all’ultimo trimestre del 2025, segnando un calo dell’1%. Secondo Morningstar DBRS, il motivo è che “i maggiori volumi di prestiti hanno compensato solo parzialmente l’impatto negativo dei tassi d’interesse più bassi”.
Il margine d’interesse dovrebbe quindi stabilizzarsi, con un possibile impatto positivo di breve periodo qualora la Bce fosse costretta a rialzare i tassi per contrastare nuove pressioni inflazionistiche. Ma si tratterebbe di un sostegno ambiguo: utile per i ricavi finanziari nel breve termine, potenzialmente negativo per qualità del credito e crescita nel medio periodo.
Nel frattempo, le commissioni continuano ad avere un peso crescente nei ricavi bancari. Nel primo trimestre 2026, le commissioni nette sono aumentate del 10% su base annua e del 4% su base trimestrale, riflettendo una dinamica positiva nell’asset management, nella bancassicurazione e nell’advisory. Il contributo dei ricavi non da interessi è salito al 47% dei ricavi totali, dal 45% del primo trimestre 2025, “riducendo la dipendenza dal margine d’interesse e garantendo al tempo stesso una maggiore stabilità dei ricavi”.
È proprio questa transizione a spiegare la cautela del mercato. Le banche italiane restano solide, redditizie e ben capitalizzate. Ma il premio di Borsa non dipende più solo dal livello assoluto degli utili: dipende dalla loro sostenibilità. E oggi la direzione marginale appare meno brillante rispetto alla stagione irripetibile aperta dal rialzo dei tassi.
In altre parole, gli utili crescono ancora, ma il Roe scende; il margine d’interesse resta elevato, ma non accelera più; il costo del rischio è ai minimi, ma ha più probabilità di salire che di scendere ulteriormente. È questo il nodo che i mercati stanno prezzando: non la fragilità delle banche italiane, ma la difficoltà di continuare a sorprendere positivamente dopo anni eccezionali.

