L’Italia è ricca. Ma investe troppo poco nelle sue imprese

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Tre uomini seduti su sedie durante una conferenza con pubblico, schermo con titolo e QR code.

Al Salone del Risparmio, Banor ha acceso i riflettori su uno dei nodi strutturali dell’economia italiana: la difficoltà di trasformare il risparmio in capitale per la crescita. Al centro del dibattito il ruolo delle famiglie imprenditoriali, delle nuove generazioni e di una cultura finanziaria ancora troppo legata a Btp e mattone

Indice

L’Italia è uno dei Paesi europei con il più alto livello di ricchezza privata. Eppure una parte consistente di questo patrimonio continua a rimanere lontana dall’economia produttiva. È da questa apparente contraddizione che ha preso le mosse la conferenza organizzata da Banor al Salone del Risparmio, dal titolo “Sindrome da crescita: perché l’Italia deve imparare ad osare di più”.

Un confronto che ha visto la partecipazione di Alberto Dalmasso, CEO e co-founder di Satispay, e di Nicolò Di Giacomo, Head of Family Office di Banor, con l’obiettivo di riflettere su un tema che va ben oltre il mondo delle startup: la capacità del sistema Italia di finanziare la crescita delle proprie imprese.

Il nodo culturale: confondere rischio e volatilità

Secondo Di Giacomo, una delle principali criticità riguarda ancora oggi la composizione dei patrimoni delle famiglie italiane. Per decenni il risparmio si è concentrato prevalentemente su titoli di Stato e real estate, asset percepiti come più sicuri rispetto all’investimento azionario. Una convinzione che, però, rischia di generare un equivoco. «Si fa spesso confusione tra rischio e volatilità», ha osservato nel corso dell’incontro. Una distinzione che diventa particolarmente rilevante quando si ragiona su orizzonti temporali lunghi e sulla capacità di preservare il potere d’acquisto del patrimonio. Il risultato è che l’Italia continua a presentare una quota di investimenti azionari significativamente inferiore rispetto agli standard dei Paesi anglosassoni, dove la partecipazione ai mercati finanziari è storicamente più elevata. Una differenza culturale che non incide soltanto sui rendimenti dei portafogli, ma anche sulla disponibilità di capitali destinati alle imprese.

Le nuove generazioni cambiano le regole del gioco

Se qualcosa sta cambiando, il merito è soprattutto delle nuove generazioni. Secondo Di Giacomo, nelle famiglie imprenditoriali si osserva una crescente partecipazione dei figli ai processi decisionali legati al patrimonio. Si tratta spesso di profili che hanno studiato o lavorato all’estero, più esposti ai mercati internazionali e più familiari con strumenti come private equity, venture capital o investimenti alternativi. Il confronto tra generazioni non è sempre immediato. Da una parte permane l’esigenza di preservare il patrimonio; dall’altra emerge una maggiore disponibilità ad assumere rischi calcolati per cogliere opportunità di crescita. Il ruolo del family office diventa quindi quello di costruire un dialogo tra queste due visioni, individuando soluzioni in grado di conciliare prudenza e sviluppo.

Sempre più interesse per gli investimenti diretti nelle aziende

Un’altra tendenza che Banor osserva con crescente frequenza riguarda l’interesse delle famiglie per gli investimenti diretti nelle imprese. Se in passato gran parte dell’esposizione ai mercati privati passava attraverso fondi specializzati, oggi molti imprenditori preferiscono comprendere direttamente il business sottostante, conoscere il management e partecipare alle scelte di investimento in modo più consapevole. Per questo motivo cresce l’attenzione verso operazioni di co-investimento e club deal, spesso realizzate insieme a partner specializzati. Un approccio che richiede competenze specifiche, capacità di selezione e processi strutturati di analisi. Come spiegato da Di Giacomo, il lavoro consiste nel valutare centinaia di opportunità per individuarne poche in grado di offrire un reale potenziale di crescita, combinando qualità dell’imprenditore, solidità del settore e attrattività dell’operazione.

Costruire il portafoglio come una squadra

La crescente apertura verso l’economia reale non elimina però una delle sfide più complesse della consulenza patrimoniale: la costruzione di portafogli equilibrati. Per descrivere questo processo, Di Giacomo ha utilizzato una metafora sportiva particolarmente efficace. Molte famiglie tendono a selezionare singoli investimenti sulla base delle opportunità che incontrano lungo il percorso, ma il rischio è quello di ritrovarsi con una collezione di ottimi “giocatori” che, però, non formano una squadra coerente. Il compito del family office è esattamente l’opposto: definire una strategia complessiva e assegnare a ogni asset un ruolo preciso all’interno del portafoglio, bilanciando crescita, protezione e diversificazione. Una logica che, secondo Banor, dovrebbe guidare anche la riflessione più ampia sul futuro del risparmio italiano. Perché aumentare la presenza dell’azionario nei patrimoni delle famiglie non significa soltanto inseguire rendimenti più elevati, ma contribuire a creare le condizioni affinché il capitale privato possa sostenere la crescita delle imprese e, con essa, quella del Paese.

Domande frequenti su L’Italia è ricca. Ma investe troppo poco nelle sue imprese

Qual è la principale contraddizione evidenziata dall'articolo riguardo alla ricchezza italiana?

L'Italia possiede un elevato livello di ricchezza privata, ma una parte significativa di questo patrimonio rimane separata dall'economia produttiva. Questa discrepanza è il punto di partenza della discussione sulla necessità di un maggiore investimento nelle imprese.

Quale aspetto culturale viene identificato come un ostacolo agli investimenti in Italia?

L'articolo suggerisce che in Italia vi sia una tendenza a confondere il rischio con la volatilità. Questa percezione errata può portare a una maggiore cautela e a una minore propensione a investire in attività potenzialmente più rischiose ma anche più remunerative.

Come stanno cambiando le nuove generazioni le dinamiche di investimento in Italia?

Le nuove generazioni sembrano apportare un cambiamento nelle regole del gioco degli investimenti. Si osserva un crescente interesse verso forme di investimento più dirette nelle aziende, suggerendo un approccio più proattivo e partecipativo.

Qual è l'obiettivo della conferenza organizzata da Banor al Salone del Risparmio?

La conferenza, intitolata 'Sindrome da crescita: perché l'Italia deve imparare ad osare di più', mira a stimolare una riflessione sulla necessità per l'Italia di aumentare il proprio coraggio negli investimenti. L'obiettivo è superare la 'sindrome da crescita' attraverso una maggiore audacia finanziaria.

Quali sono le implicazioni di un portafoglio costruito 'come una squadra' nel contesto italiano?

Costruire il portafoglio come una squadra implica un approccio collaborativo e diversificato agli investimenti. Questo potrebbe significare una maggiore condivisione del rischio e una combinazione di competenze per ottimizzare le performance, superando la tendenza a mantenere la ricchezza isolata.

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Una donna con i capelli lunghi, che indossa una camicetta arricciata, siede sorridente e tiene in mano un blocco per appunti. Lo sfondo è semplice e di colore chiaro. L'immagine è in bianco e nero.

di Chiara Samorì

Direttore editoriale di We Wealth e responsabile per l’area multimediale. Giornalista professionista, è laureata in Psicologia. Nel passato ha collaborato, tra gli altri, con il Corriere della Sera, l’agenzia di stampa Italpress, Ingenio, Reteconomy e Pop Economy.

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