Digitale: Italia fanalino di coda in Ue, la spinta del covid non basta

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L’Italia si conferma agli ultimi posti in Europa per digitalizzazione. Anche le regioni più avanzate faticano a tenere il passo del resto del continente. I dati nella nuova ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of management del Polimi

L’Italia si colloca alla 17esima posizione in Europa per fattori abilitanti la digitalizzazione e alla 23esima per effettivi risultati ottenuti

I territori più digitali sono quelli della Provincia autonomia di Trento con un punteggio di 57,5, della Lombardia con 56,2 punti e della Provincia autonoma di Bolzano con 56,1

Nonostante la crisi pandemica abbia indubbiamente dato un boost alla digitalizzazione del paese, come nel resto del mondo, l’Italia fatica ancora a tenere il passo delle “cugine” europee. Ma il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che dedica alle iniziative in tal senso oltre 65 miliardi di euro, potrebbe ancora giocare la propria parte. Purché si mettano adeguatamente in relazione centro e territori.
Stando alle ultime evidenze del Digital economy and society index (Desi) della Commissione europea raccolte all’interno della nuova ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of management del Politecnico di Milano, nel 2020 l’Italia si collocava al 20° posto in Europa sul fronte del digitale. Raggiungendo il 25° per diffusione di competenze digitali, 23° per connettività, 10° per digitalizzazione delle imprese e 18° per digitalizzazione della pubblica amministrazione. L’Osservatorio del Polimi, col supporto delle regioni e di altri stakeholder pubblici e privati, ha elaborato un Desi per le regioni e le province autonome che mostra uno scenario altrettanto in chiaroscuro. Oltre che un gap significativo col resto del continente anche nel caso delle aree più avanzate. A guadagnare il primo posto è la Provincia autonomia di Trento con un punteggio di 57,5 a fronte di una media italiana pari a 50, seguita dalla Lombardia con 56,2 punti e dalla Provincia autonoma di Bolzano con 56,1. Sette delle nove regioni che superano la media nazionale appartengono al settentrione e due al centro. Al di sotto della media, invece, tutte le regioni del Mezzogiorno e tre del centro-nord.
Allo stesso modo, anche i “digital maturity indexes” (elaborati dall’osservatorio e meno esposti al mancano aggiornamento di alcuni dati rispetto all’indice della Commissione europea) collocano la penisola alla 17esima posizione nel continente per fattori abilitanti la digitalizzazione (come la copertura in banda larga dei territori) e alla 23esima per risultati ottenuti (come l’effettivo utilizzo della banda larga a opera di cittadini e imprese). Questi dati, interviene Luca Gastaldi (direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale), mostrano come “il ritardo del nostro Paese sia soprattutto nella capacità dell’Italia di capitalizzare gli sforzi compiuti, mettendoli a fattor comune e rendendo effettiva la trasformazione digitale”. Ma a determinare la distanza col resto d’Europa è soprattutto “il gap di competenze digitali dei cittadini”.

Certo, alcuni numeri positivi non mancano. Basti pensare che lo scorso anno hanno aderito a pagoPA quasi tutte le amministrazioni (il 99,4% dei comuni) per più di 350 milioni di transazioni effettuate. Inoltre, si contano 27 milioni di identità digitali erogate, con 570 milioni accessi a Spid e 22 milioni di accessi alla Carta identità elettronica, mentre l’App IO è stata scaricata da più di 25 milioni di italiani. In questo contesto, come anticipato in apertura, il Piano nazionale di ripresa e resilienza potrebbe rappresentare un’opportunità. Ma, secondo Alessandro Perego (responsabile scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale), per concretizzare tutto il potenziale di trasformazione digitale a esso associato “è necessario unire i puntini, raccordando visioni, risorse e sforzi che, se non ben allineati, rischiano di far perdere tempo ed energie”.

È fondamentale, aggiunge Giuliano Noci (responsabile scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale), che si faccia gioco di squadra “semplificando e razionalizzando le interazioni tra titolari e utilizzatori dei fondi, cercando di portare a sistema buone pratiche e favorendo aggregazioni tra enti locali”. Altrimenti, avverte, i gap di digitalizzazione “tra i vari contesti territoriali del nostro Paese sono destinati ad aumentare”. Di conseguenza, stando agli esperti, bisognerà non solo raccordare pubblica amministrazione e imprese, ma anche lo stesso Pnrr agli altri piani strategici, come il Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione, il Codice dell’amministrazione digitale, la Strategia nazionale e il Piano operativo per le competenze digitali, il Programma strategico per l’intelligenza artificiale e il Codice dei contratti pubblici. Senza dimenticare, concludono, di mettere a sistema le risorse del Pnrr con altre volte a sostenere la trasformazione digitale, come i fondi strutturali o i programmi di finanziamento gestiti dalla Commissione europea. Focalizzandosi non solo sulle scadenze dei prossimi mesi, ma sul rendere sostenibili tutti questi investimenti nel tempo.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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