Deodato, il gallerista con il chiodo fisso

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Un uomo sorridente con la testa rasata e la barba lunga, forse Deodato Gallerista, che indossa una camicia blu, è in piedi con le braccia incrociate davanti a un muro colorato ricoperto di graffiti.

Lui è Deodato Salafia, o semplicemente, Deodato. La galleria che porta il suo nome è l’unica listata a Piazza Affari: un caleidoscopio di arte contemporanea (soprattutto pop e street) e comunicazione il cui quartier generale è nel distretto delle Cinque Vie a Milano. “Non c’è arte che non mi piaccia, non c’è arte che io non conosca”, ci dice. Eppure, fino a qualche anno fa di arte non sapeva nulla. Poi, tutto è cambiato grazie a un eccesso di chiodi alle pareti

Indice

Storia di Deodato.Gallery, l’unica quotata.

È abbastanza raro che “galleria” non faccia rima con “stantia”. Certo non è il caso di Deodato Art Gallery, vivace hub di arte contemporanea (soprattutto pop e street) e comunicazione. Il suo fondatore, Deodato Salafia – informatico e teologo – è un imprenditore che si è fatto da sé. Neolaureato ventenne, emigra negli Usa per fare fortuna. Torna in Italia nemmeno trentenne, con una liquidità importante da investire. In parte la alloca in una magione milanese adorna di stucchi veneziani, ma con “tanti chiodi alle pareti, che mi rovinavano lo stucco”. Di arte, non sapeva nulla. Qualcuno gli fa notare che quei chiodi potrebbero sostenere altrettanti quadri: non ci aveva pensato.

Quel weekend che cambiò tutto

Il weekend successivo, in Liguria, inizia a collezionare arte: imbattendosi in una galleria, si innamora di Giovanni Malesci, allievo e poi curatore di Giovanni Fattori. «Il primo gruppo artistico di cui mi sono innamorato è stato il Labronico, poi di lì sono arrivato a Giovanni Fattori e ai macchiaioli. Abbastanza repentinamente mi sono innamorato anche di Mimmo Rotella: ne vidi appesa un’opera quando andai a ritirare i miei Malesci, la comprai. Non c’è arte che non mi piaccia, non c’è arte che io non conosca. Dietro alla mia passione c’è tantissimo studio. Consapevole di non saperne nulla, mi sono avvicinato all’arte con grande umiltà e voglia di apprendere”.


Una galleria d'arte contemporanea con sculture astratte colorate, dipinti moderni e una statua bianca classica di Deodato. Ampie finestre lasciano entrare la luce naturale, mettendo in risalto le vivaci opere d'arte esposte sulle pareti bianche.
Tutte le foto sono cortesia di Deodato.Gallery

Ma Deodato è un informatico, è un imprenditore. Racconta: “All’epoca – siamo intorno al 2010 – le case d’asta chiedevano abbonamenti di qualche centinaio di euro per sapere quanto valessero le opere in catalogo. Io invece mi misi a scrivere un software in cui ogni titolo di opera, quotazione, identificativo dell’autore, diventava un pezzo di un sito web. Nel giro di una notte avevo prodotto 500 pagine internet”. Il resto, è storia: Deodato.Gallery nasce nel 2015. Viene quotata come società per azioni in Borsa italiana nel gennaio 2023, nel segmento Euronext Growth. Il gruppo comprende i marchi Deodato Arte, Wunderkammern Gallery, Deodato.Tech, Phygi.io, Love Spot Galleries e Artuu.it. La galleria oggi rappresenta artisti come Mr Brainwash, Romero Britto, Liu Bolin e Mr. Savethewall (in esclusiva); poi anche David LaChapelle, Jeff Koons, Banksy. E ha sede, oltre che a Milano, anche a St. Moritz, Bruxelles, Porto Cervo, Courmayeur, Roma.

Gestire gli artisti emergenti come galleria

Che ricarico applica alle opere? “Soprattutto per gli artisti contemporanei, almeno il 30%. Ma a volta anche il 50, il 60”. Non è eccessivo? “No, in realtà. Il costo di acquisto dell’opera non è certo l’unico che si sostiene. Le spese, per un artista che si rappresenta, sono diverse: stipendi (anche per lo stesso artista, a volte), marketing, curatori, stampa delle pubblicazioni, rinfreschi per le inaugurazioni. A volte anche i materiali. Per un artista established ci si può accontentare di un 10% di commissione, ma rappresentare un emergente è faticoso, è un rischio. Ci si assume una responsabilità enorme”.

Ad ogni modo, un bravo gallerista può fare accordi flessibili: “Si può decidere di fare 50 e 50; ma nel momento in cui si vende l’80% delle opere, la commissione del gallerista può calare del 10%, o anche di molto più, in caso di tutto esaurito. Deodato Gallery agli artisti emergenti fa un contratto di esclusiva della durata di almeno tre anni. Diversamente, seminare sull’artista è impossibile. In tal modo l’impegno è reciproco”.


Un portale incastonato in una parete decorata con piastrelle blu e bianche ispirate al deodato, parzialmente strappate per rivelare l'interno di una moderna galleria con opere d'arte con motivi simili esposte su pareti beige.

Deodato: l’arte (non) è un asset

Non ci congediamo senza aver parlato di arte come asset. Per il dottor Salafia, non lo è. “Io vorrei scardinare la convinzione che l’arte si rivaluti. Non è che l’arte debba rivalutarsi per forza: l’arte accidentalmente si rivaluta. Con l’arte raramente si finisce a non parlare di soldi. Quando rubano una Mercedes da 120 mila euro, nessuno ne parla. Al contrario, il furto di un quadro anche del valore di un quarto della Mercedes, fa cronaca. Perché? Perché ci si aspetta sempre che le opere incrementino nel tempo il loro valore. Ma non è così”.

Come mai, scusi? “Rispondo con un esempio. Se vuoi riacquistare da un tuo cliente un’opera che dopo quattro anni si è rivalutata di sei volte, lui difficilmente acconsentirà a rivendertela, pur avendo la prospettiva di un guadagno. Il motivo è che da quell’opera percepisce un dividendo emotivo. È questo il valore dell’arte. Io vendo l’equivalente di 100 milioni di opere all’anno; alcune costano anche poche centinaia di euro; ma mi creda: non ricordo nessuno che le compra perché ‘si rivalutano’. Certo, sapere che una cosa vale di più appaga, è indice di aver fatto una buona scelta. Il denaro resta sempre un KPI (key performance indicator, un indicatore chiave di prestazione, ndr).

“So chi è Banksy”

Ma non si dimentichi che gli Nft sono crollati perché la loro rivalutazione prospettica era il motivo principale per cui venivano comprati” (il libro ‘Nft per spiaggiati’, è un bestseller di Deodato Salafia, come del resto ‘Le tue prime cinque opere d’arte contemporanea’, ndr). Com’è arrivato a Banksy, dal mercato primario? “No, per quello mi sarei dovuto trovare a Los Angeles nel 2006 (il 15-16-17 settembre 2006 si tenne a Los Angeles la leggendaria mostra ‘Barely Legal’, ndr). Vi sono arrivato tramite una casa d’aste e amicizie comuni: so pure chi è”. Ma non ce lo dice.

Articolo comparso originariamente su We Wealth Magazine n. 79. Abbonamenti qui.

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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