Articolo tratto dal numero di gennaio 2026 di We Wealth
Chiudete gli occhi. Dimenticate la MiFID e tutto ciò che pensate di sapere sull’asset allocation legata all’età. E se il metodo matematicamente efficace per minimizzare il rischio di sopravvivere ai propri soldi fosse investire solo in azioni? Nessuna obbligazione, a nessuna età? È quanto afferma un recente studio scientifico costruito sulle serie storiche più lunghe disponibili per 39 Paesi. Sembra una provocazione, ma si tratta di un’analisi applicata al risparmio previdenziale che attacca frontalmente, dati alla mano, la logica del “life cycle”: quella secondo cui, avvicinandosi alla pensione, si riduce il rischio aggiungendo obbligazioni e tagliando la quota azionaria.
Gli autori — Scott Cederburg (University of Arizona), Aizhan Anarkulova (Emory University) e Michael O’Doherty (University of Missouri) — hanno pubblicato i primi risultati nel 2023 e li hanno aggiornati nel 2025, dopo le critiche del Financial Times e dell’Economist. La revisione non ha cambiato le conclusioni: un portafoglio azionario globale è meno rischioso, nell’orizzonte previdenziale, di un bilanciato o di un target date fund modellato con logica life cycle. Meno rischioso non in termini di volatilità di breve periodo — dove le azioni restano più instabili — ma nel senso che conta davvero in un mondo che invecchia: la probabilità di esaurire il patrimonio prima della fine della vita
I numeri dello studio: rendimenti, varianza e costo opportunità dei bond
Ma veniamo ai numeri. Per ottenere lo stesso benessere finanziario derivante dai consumi in pensione e dall’eredità, una coppia che investe per trent’anni in un portafoglio bilanciato composto al 60% di azioni e al 40% di bond dovrebbe risparmiare quasi il doppio rispetto a chi investe in un 100% azioni diversificato globale. E se si adotta la strategia life cycle — più azioni da giovani, meno da vecchi secondo il modello dei target date fund — è necessario risparmiare il 63% in più per arrivare allo stesso risultato. Più rinunce oggi, certe, per avere le stesse chance di successo.
Il punto critico è il ribaltamento del concetto di rischio. È vero che le azioni sono più volatili delle obbligazioni nel breve periodo, ma lo studio sposta l’orizzonte temporale su quello coerente con il risparmio previdenziale. E pone una domanda diversa: qual è il costo opportunità di detenere obbligazioni per decenni?
I risultati indicano che, al netto dell’inflazione, i bond hanno reso in media lo 0,95% annuo contro il 7,03% delle azioni internazionali (Usa esclusi, che da soli arrivano al 7,7%). Nell’orizzonte di un mese la deviazione standard delle obbligazioni è meno della metà di quella azionaria, ma su un orizzonte trentennale la varianza annuale dei bond aumenta fino a 2,30 volte rispetto a quella a un anno, mentre quella delle azioni internazionali scende a 0,75 volte. In altre parole: sul lungo periodo le obbligazioni diventano più imprevedibili, mentre le azioni tendono a stabilizzarsi.
A questo si aggiunge un elemento chiave: nei momenti di stress dei mercati americani, le obbligazioni mostrano una correlazione crescente con l’azionario, perdendo parte della loro funzione di cuscinetto difensivo. Da qui la conclusione, netta: “c’è poco da perdere a investire solo in azioni”, se l’orizzonte è previdenziale.
Limiti pratici, MiFID e il vero nodo comportamentale
“Le obbligazioni alla fine sembrano poco attraenti per gli investitori con orizzonti temporali lunghi”, scrivono gli autori: “bassi rendimenti, alta varianza nel lungo termine, alta correlazione con le azioni domestiche ed elevata esposizione ai periodi inflazionistici”. È un’affermazione che mette in discussione una parte consistente dell’industria del risparmio gestito.
Lo studio, tuttavia, non prende in esame i fondi pensione tradizionali, dove esiste un momento di cristallizzazione delle scelte — il pensionamento — dopo il quale il capitale viene liquidato o convertito in rendita. In quel contesto, ridurre il rischio a breve termine può avere senso. Il discorso diventa invece più praticabile per portafogli previdenziali flessibili, investiti tramite fondi o ETF, senza una data obbligata di “all-in” o “all-out”.
Il vero ostacolo non è matematico, ma comportamentale. Un portafoglio azionario puro implica oscillazioni frequenti e profonde nel breve periodo. In termini regolamentari europei, significa dichiarare una MiFID orientata al massimo rischio — una scelta lontana dalla quotidianità della consulenza finanziaria. Questo non invalida il risultato statistico, ma solleva una questione più ampia: il modello normativo e l’educazione finanziaria devono adattarsi ai comportamenti reali degli investitori o dovrebbero spingerli verso le scelte statisticamente più solide, anche a costo di ignorare il rumore emotivo?
La capacità di tollerare perdite temporanee è il vero collo di bottiglia dell’approccio “100% azioni”. Come concludono gli autori, l’investimento azionario puro non è sicuro in senso assoluto, ma è “più sicuro delle alternative praticabili” nel contesto previdenziale. Resta da capire se il mondo reale sia pronto ad accettarlo.

