Immagine apertura e chiusura: Olafur Eliasson, The weather project, 2003 – Tate Modern, London – 2003. Photo: Tate Photography (Andrew Dunkley & Marcus Leith)
La trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP30) si è conclusa lo scorso 22 novembre 2025 a Belém, alle porte dell’Amazzonia, luogo simbolo di una natura incontaminata che sta scomparendo. Al termine della Conferenza, la comunità internazionale degli oltre 190 paesi partecipanti ha stipulato l’Accordo finale, che prevede l’accelerazione della transizione energetica e l’aumento dei fondi destinati ai paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. Resta tuttavia solo nelle intenzioni una tabella di marcia per eliminare i combustibili fossili: la promessa di raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, come concordato due anni fa alla COP28 di Dubai, oggi sembra solo un miraggio.
L’arte per il cambiamento climatico: l’azione della Gallery Climate Coalition
Nello stesso momento, dall’altra parte del mondo, in occasione della London Art + Climate week, la Gallery Climate Coalition (GCC)[1] pubblicava il report Five-year Review of Climate Action in the visual Arts, primo bilancio organico del lavoro di «risposta significativa e specifica del settore alla crescente crisi climatica». Se la diplomazia mondiale fatica ancora a trovare un accordo convincente sui combustibili fossili, il report quinquennale pubblicato dalla GCC mostra invece un dato significativo: tra i membri che hanno iniziato a monitorare la propria impronta di carbonio nel 2019, l’80% è riuscito a ridurla del 25%.
La GCC, oltre a mettere a disposizione sul proprio sito[2] un “carbon calculator”[3], sta lavorando con l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio del 50% entro il 2030, nonché promuovere pratiche che possano portare all’azzeramento o quasi dei rifiuti. Tuttavia, il contributo del settore artistico alla lotta contro il cambiamento climatico non si esaurisce nella riduzione delle proprie emissioni. Attraverso eventi come il sopracitato London Art + Climate Week, cinque giorni dedicati a dibattiti pubblici, workshop creativi, tour guidati e mostre, l’arte può contribuire a ridefinire il modo in cui pensiamo al futuro del nostro pianeta.
Le scelte dei collezionisti
Questo ruolo di promotore di trasformazioni sociali si riflette chiaramente anche nelle scelte d’acquisto dei collezionisti, soprattutto i più giovani. Il report 2025 Deloitte Private and ArtTactic Art & Finance mostra come tra i collezionisti stia crescendo l’interesse nell’utilizzare l’arte per contribuire a cause culturali e sociali (dal 44% nel 2023 al 48% nel 2025), allineando le proprie passioni personali al bene pubblico attraverso donazioni, mecenatismo o supporto a istituzioni e iniziative rilevanti. Se un tempo gli aspetti economici guidavano le scelte dei collezionisti, oggi il focus delle nuove generazioni si è spostato verso valori sociali, culturali ed emotivi. Il collezionismo d’arte è diventato un mezzo attraverso il quale è possibile esprimere sé stessi e i valori in cui si crede.
Inoltre, l’arte e la cultura stanno diventando strumenti sempre più rilevanti per sensibilizzare le aziende sui temi della sostenibilità. Il report Deloitte Private and ArtTactic Art & Finance 2025[4] riporta uno studio[5] sul ruolo strategico delle iniziative culturali e la misurazione del loro impatto nel reporting di sostenibilità. Quando un’azienda sostiene attività culturali, infatti, non si limita a promuovere la creatività, ma manifesta concretamente la propria responsabilità sociale, un impegno che può e deve essere riportato all’interno dei report di sostenibilità. L’introduzione della CSRD ha reso questo passaggio ancora più rilevante, imponendo alle aziende un sistema di rendicontazione integrato che combini indicatori finanziari con elementi sociali e ambientali.
Il ruolo dei corporate art asset
In tale prospettiva, i Corporate Art Assets (CAAs) stanno acquisendo un ruolo sempre più significativo nelle pratiche di CSR, come conferma anche lo European Art Assets Observatory avviato dall’Institute for Transformative Innovation Research (ITIR) dell’Università di Pavia, in collaborazione con ARTE Generali, Banca Generali e Deloitte Private.
L’Osservatorio si propone di comprendere come e se realtà provenienti da settori diversi valorizzino arte e cultura per promuovere la sostenibilità e contribuire al raggiungimento di obiettivi sociali globali. Sebbene lo studio sia ancora in corso e molte aziende non abbiano ancora integrato gli asset artistici nelle proprie metriche di impatto, i risultati preliminari mostrano chiaramente che la gestione di iniziative artistiche e culturali rafforza la strategia aziendale, contribuisce alla comunicazione dei valori identitari e stimola processi di innovazione interna.
Da semplice forma di espressione estetica a strumento di comunicazione sociale, l’arte si conferma un linguaggio universale capace di dare forma concreta alle sfide globali, ed in particolare a quella della crisi climatica globale.

Photo: Tate Photography (Andrew Dunkley & Marcus Leith)
[1] Rete no profit che riunisce oltre duemila tra gallerie, musei, fiere e professionisti in più di 60 Paesi.
[2] https://galleryclimatecoalition.org/.
[3] Tool che consente di inserire dati relativi a voli aerei, spedizioni delle opere, consumi energetici, packaging, stampa e altre informazioni utili per calcolare le emissioni di CO₂ e individuare le fasi del processo in cui si registrano i picchi più inquinanti, su cui è prioritario intervenire.
[4] https://form.deloitte.lu/art-and-finance-2025-report.html?utm_campaign=art-finance-report-2025&utm_content=&utm_medium=art-finance-report-page&utm_source=deloittelu-website.
[5] Per maggiori informazioni: Deloitte Private and ArtTactic Art & Finance 2025, The strategic role of cultural initiatives and cultural impact measurement in the evolving sustainability reporting landscape, p. 302.

