Arte e cultura nelle imprese: come si misura il loro impatto benefico?

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Sono molte le aziende che dispongono di collezioni, musei e archivi d’impresa. Tuttavia, non è scontato che li integrino nelle loro strategie ESG e connessi report di sostenibilità. Una ricerca dell’European Art Assets Observatory mostra che solo una minoranza misura e rendiconta i cosiddetti “corporate cultural & art asset”. I motivi? Mancanza di protocolli condivisi e percezione (errata) che la cultura non sia misurabile. Esistono invece 141 indicatori in tal senso, in quattro aree d’impatto. Il protocollo è stato testato da tre realtà italiane, consentendo di valorizzare i beni aziendali d’arte e cultura come leve strategiche di innovazione, reputazione e accesso al capitale sostenibile

Indice

Una misura dell’impatto dei beni d’arte e cultura nelle imprese è finalmente possibile.

Molte aziende custodiscono collezioni d’arte di potenziale valore strategico, gestiscono musei d’impresa che attraggono centinaia di visitatori, posseggono archivi storici che raccontano decenni di innovazione. Tuttavia, ancora poche aziende sfruttano il potenziale di questi asset nelle strategie di sostenibilità e Corporate Social Responsibility.

La seminale ricerca dell’European Art Assets Observatory e Deloitte sulla misura dei beni d’arte e cultura nelle imprese

Secondo una ricerca condotta dall’European Art Assets Observatory promosso da ITIR-Università di Pavia, Deloitte Private, ARTE Generali e Banca Generali, su 300 aziende leader in sei paesi europei (Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi e Belgio), il 36% delle organizzazioni analizzate possiede, gestisce o interagisce attivamente con Corporate Cultural & Art Assets (CCAA), tra cui collezioni d’arte, musei d’impresa, fondazioni culturali, archivi storici. Eppure, quando si guarda ai report di sostenibilità, il quadro cambia radicalmente: solo il 34% di queste aziende rendiconta i propri asset culturali nei bilanci non finanziari, quota che scende ulteriormente se guardiamo a quelle che menzionano gli investimenti culturali nei rendiconti finanziari, o dichiarano un valore monetario specifico.

La cultura esiste, è diffusa, genera impatto, ma rimane spesso “invisibile” nei sistemi formali di governance e reporting, in un contesto globale in cui le tematiche di sostenibilità costituiscono sempre più parte integrante della capacità delle aziende di creare valore nel tempo.

Una trasformazione profonda

Negli ultimi anni, il mondo del business ha infatti subito una trasformazione profonda. I framework ESG (Environmental, Social, Governance) hanno ampliato il concetto di valore aziendale oltre le metriche finanziarie tradizionali. Gli Stakeholder, ed in particolare investitori istituzionali, regolatori, e consumatori, hanno iniziato a chiedere alle aziende di rendicontare il loro impatto sociale, ambientale e di governance.

In questo contesto, la cultura ha acquisito sempre più rilevanza strategica. Non più come espressione periferica di mecenatismo o come strumento di comunicazione, ma come infrastruttura simbolica e reputazionale capace di rafforzare l’identità aziendale, di attrarre talenti, di generare innovazione, di costruire relazioni significative con le comunità.

Questa consapevolezza non si è tuttavia ancora tradotta in sistemi di governance e reporting strutturati. La maggior parte delle aziende continua a gestire i propri asset culturali secondo logiche frammentate: un dipartimento di comunicazione che cura la collezione, una fondazione indipendente che organizza mostre, un archivio storico poco valorizzato. E soprattutto, lo studio rileva che non si registrano metriche che misurino il valore generato da questi asset: non esiste un linguaggio comune per descrivere ed integrare la cultura nell’informativa finanziaria e di sostenibilità.

La misura dell’impatto dei beni d’arte e cultura nelle imprese: mancanza di un protocollo condiviso

La lacuna informativa è determinata, in primis, da una mancanza di framework condivisi. Le aziende non sanno come misurare il valore dei CCAA, quali indicatori utilizzare, come integrarli nei sistemi di reporting ESG. Di conseguenza, molte preferiscono non rendicontare piuttosto che rischiare di comunicare dati incoerenti o non comparabili.;in secondo luogo, persiste la percezione che la cultura sia un dominio immateriale e non misurabile. Nonostante decenni di ricerca che dimostrano il contrario, molti decision maker continuano a vedere gli asset culturali come espressioni simboliche piuttosto che come risorse strategiche governabili. Questo si traduce in una perdita di opportunità strategica.

L’European Art Assets Observatory ha quindi sviluppato un framework innovativo di misurazione degli Asset Culturali e Artistici d’Impresa. Non si tratta di uno schema rigido o prescrittivo, ma di uno strumento flessibile, allineato ai principi ESG, capace di cogliere sia gli impatti tangibili sia quelli intangibili generati dai CCAA.

I 141 indicatori di misurazione

Il framework è articolato su 141 indicatori organizzati in quattro macro-aree di impatto: economico-aziendale, socio-culturale, ambientale e digitale. Ogni macro-area è suddivisa in sotto-aree tematiche, e ogni indicatore è classificato come “fondamentale” (presidi minimi di una gestione consapevole) o “trasformativo” (uso dei CCAA come leva attiva di cambiamento).

Il Framework è stato “testato” da tre realtà italiane, Museo Kartell, Museo Cimbali e Fondazione Imago Mundi, che hanno contribuito con la propria esperienza a meglio indirizzare lo sviluppo dell’iniziativa.

Questi tre casi pilota rivelano qualcosa di importante: il framework non è solo uno strumento di misurazione. È uno strumento di chiarificazione strategica, di legittimazione interna e di integrazione organizzativa. Definendo un sistema per il reporting dei CCAA, la cultura può essere integrata nelle strategie ESG, non come aggiunta tardiva, ma come componente strutturale della creazione di valore sostenibile.

I benefici alle aziende

Questo può portare notevoli benefici alle aziende, non da ultimo l’accesso al capitale, in un contesto storico in cui, le aziende che dimostrano un impegno strutturato verso la sostenibilità hanno accesso privilegiato a forme di capitale che richiedono evidenze di governance responsabile e di creazione di valore a lungo termine.

In mercati sempre più saturi, dove i prodotti e i servizi tendono a omogeneizzarsi, la cultura offre inoltre alle aziende un nuovo strumento di racconto. Una collezione d’arte curata con intenzionalità, un museo d’impresa che racconta una storia autentica, una fondazione che genera impatto sociale: questi asset permettono alle aziende di differenziarsi non solo per ciò che vendono, ma per i valori che rappresentano.

Questo anche alla luce del fatto che la cultura è un linguaggio universale che consente alle aziende di dialogare con stakeholder eterogenei — dipendenti, clienti, comunità locali, istituzioni — in modo più profondo e significativo rispetto alla comunicazione aziendale tradizionale.

Non sarà una questione di compliance, ma di leadership strategica. Le aziende che sapranno raccontare il valore della loro cultura, che sapranno misurarlo, che sapranno integrarlo nelle loro narrative finanziarie di sostenibilità, saranno quelle che attrarranno i migliori talenti, che costruiranno relazioni più solide con le comunità, che accederanno a forme di capitale sempre più consapevoli e esigenti.

Riferimenti

European Art Assets Observatory. (2026). Corporate Cultural & Art Assets per un impatto sostenibile: La Misurazione del Valore Artistico-Culturale legato alle Strategie ESG. Report a cura dello European Art Assets Observatory.

Schiuma, G. (2011). The Value of Arts for Business. Cambridge University Press.

Antal, A. B. (2014). Art at Work: How Artworks Can Foster Organizational Learning. Management Learning, 45(2), 143–160.

Porter, M. E., & Kramer, M. R. (2011). Creating Shared Value. Harvard Business Review, 89(1–2), 62–77.

UNESCO. (2013). The Hangzhou Declaration: Placing Culture at the Heart of Sustainable Development Policies.

OECD. (2019). Culture and Local Development: Maximising the Impact. OECD Publishing

Domande frequenti su Arte e cultura nelle imprese: come si misura il loro impatto benefico?

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FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Roberta Ghilardi

Laureata con lode in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo, Roberta Ghilardi ha condotto un progetto di tesi presso il Museo del Novecento di Milano. Dopo un’esperienza di tirocinio presso Intesa Sanpaolo, è entrata in Deloitte nel 2017, dove oggi è manager nell’area Sustainability e membro della Service Line Offering Art & Finance di Deloitte Private. In Deloitte collabora a progetti in ambito di sostenibilità, anche connessi al mondo dell’arte e della cultura, e alla redazione dei Report Art&Finance a livello italiano ed internazionale.
È inoltre Cultore della Materia del corso Teorie del Mercato dell’Arte dell’Università IULM e ha contribuito a diverse pubblicazioni nel campo dell’arte e dei beni da collezione, oltre ad aver partecipato come Lecturer a lezioni presso l’Università IULM, l’Università Cattolica e l’Università di Pavia.

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