Tra shock inflazione e recessione: il dilemma della Fed in 3 grafici

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Ormai è chiaro che la Federal Reserve continuerà nella sua politica restrittiva per riportare l’inflazione sotto controllo. Ma i rischi che possa spingersi troppo oltre stanno diventando più forti, secondo Fidelity International

Questo non è il 1970, quando l’allora governatore della Federal Reserve, Paul Volcker, iniziò una stretta monetaria che portò i tassi di interesse fino al 20% e spinse l’economia americana in una recessione durata 16 mesi. È peggio. L’avvertimento arriva da Fidelity International, confrontando la situazione di allora con quella di oggi. In particolare, tre aspetti, anzi grafici, salienti.

Grafico 1: il debito Usa

Volcker, numero uno della Fed dal 1979 al 1987 sotto le presidenze di Jimmy Carter e di Ronald Reagan, è passato alla storia economica per aver portato l’inflazione da un picco del 14,8% a marzo 1980 al 3% del 1983, spingendo il tasso dei Fed Funds fino al 20% nel giugno 1981 e l’economia Usa in una recessione durata 16 mesi.

L’attuale governatore della Fed, Jerome Powell, ha finora portato i tassi di interesse nel range del 3-3,25%, dopo un decennio di politica monetaria ultra-espansiva. L’obiettivo, anche in questo caso, è riportare l’inflazione, attualmente all’8,2% (ovvero sui massimi degli ultimi 40 anni), sotto controllo. La strada è ancora lunga e per questo la politica restrittiva della Fed continuerà nei prossimi mesi, a discapito anche di una crescita più bassa. “Il rischio che si superi il limite e che gli Stati Uniti si trovino bloccati in una profonda recessione è più alto ora di quanto non fosse quattro decenni fa”, avverte Steve Ellis, Global CIO for Fixed Income di Fidelity.

Volcker aveva infatti un alleato: un basso debito pubblico. Negli anni Settanta, il debito federale era al 35% del Pil Usa, per toccare un picco nel 2020 al 129% e attestarsi ora attorno al 123%. Insomma, il debito americano rispetto al Prodotto interno lordo è cresciuto in maniera esplosiva negli ultimi 60 anni. “Con un indebitamento così alto, Powell ha ben poco spazio d’azione rispetto a quello che aveva Volcker ai suoi tempi”, sottolinea Ellis, ricordando che quindi “oggi basta un piccolo rialzo per avere un profondo effetto sull’economia”.

Grafico 2: il bilancio della Fed

Oltre al rialzo dei tassi di interesse, l’altro fattore da considerare è il nuovo programma di stretta finanziaria, il cosiddetto Quantitative Thintening – il contrario del Quantitative easing – con cui la Fed taglierà il suo bilancio di 95 miliardi di dollari al mese. “C’è già stata una riduzione di 7 trilioni di dollari nell’offerta di moneta mondiale” sottolinea Ellis, “e visto il ritmo di riduzione del bilancio evidenziata nel grafico 2, insieme ai continui rialzi dei tassi, riteniamo che potrebbe esserci un ulteriore taglio di 5 trilioni in futuro. E questo, unito alla riduzione della domanda, aumenta il rischio di un atterraggio duro (un marcato rallentamento o recessione, ndr)”.

Grafico 3: il tasso di default

Se, come sembra probabile, gli Stati Uniti entreranno in recessione, i credit default (tradotto: le inadempienze del credito, cioè le imprese diventeranno insolventi) aumenteranno in modo significativo. Eppure il mercato ancora non riflette questo rischio. Ciò è evidente nel tasso di default implicito dell’high yield statunitense, cioè le obbligazioni ad alto rendimento, con rating più basso e quindi più rischiose per gli investitori. “I tassi di default impliciti del mercato per il segmento high yield si attestano attualmente ad appena il 2,7% negli Stati Uniti, più o meno quello che ci si potrebbe aspettare in una recessione molto superficiale”, precisa Ellis. Secondo l’esperto, quindi, è tempo di rimanere prudenti e difensivi.

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