La vicenda famigliare che in quest’ultimo periodo sta interessando Vittorio Sgarbi ha numerosi risvolti oltre che sul piano umano anche sul piano artistico-collezionistico. Le cronache che si susseguono intervista dopo intervista in questi giorni hanno evidenziato il tema del complesso patrimonio messo insieme dal critico d’arte nella sua lunga carriera professionale e la sua gestione presente e futura. Al di là degli immobili di proprietà a Roma e in diverse altre città italiane viene citata l’importante raccolta di opere d’arte a cui Sgarbi ha dedicato gran parte della sua vita e che vede capolavori realizzati dal Rinascimento al Novecento di artisti di primario livello.
Come è iniziata la diatriba sulla collezione d’arte (e non solo) di Vittorio Sgarbi?
Il tema del patrimonio di Vittorio Sgarbi (1952) è legato ad una iniziativa giudiziaria avviata dalla figlia Evelina. La depressione che ha colpito Sgarbi nell’ultimo anno a cui si è accompagnato un calo di lucidità evidenziatosi nelle recenti uscite pubbliche ha indotto Evelina a rivolgersi al tribunale per chiedere la nomina di un amministratore di sostegno per la gestione degli interessi del padre proprio in considerazione della complessità del suo patrimonio.
Questa iniziativa, in gran parte motivata anche dai persistenti contrasti di Evelina con Sabrina Colle, compagna di Vittorio Sgarbi da più di 24 anni, ha innescato la reazione del critico che pubblicamente ha dichiarato di amare la sua compagna fino al punto di volerla sposare e di essere assolutamente in grado di amministrare le sue proprietà.
Le ricadute di queste affermazioni hanno ulteriormente acceso gli animi di Evelina che supportata dalla madre, Barbara Harry, ha rincarato la dose affermando che la Colle avrebbe come scopo della relazione con il padre quello di acquisire una quota dell’ingente patrimonio di famiglia. Silenti per ora gli altri due figli di Sgarbi, Carlo e Alba. La vicenda sta spaccando l’opinione pubblica che si divide tra chi vede leso il diritto dell’individuo di autodeterminarsi e chi vede la legittima preoccupazione di una figlia verso un padre non in salute. Sullo sfondo rimane sempre il patrimonio personale di Vittorio Sgarbi e le sue sorti.
Il fronte giudiziario
Sul fronte giudiziario, il giudice valuterà se ricorrono i presupposti per la nomina dell’amministratore di sostegno e chi eventualmente ricoprirà tale ruolo per il quale normalmente viene nominato un familiare. Sgarbi si oppone con la conseguenza che diventa essenziale l’istruttoria sulle sue reali condizioni di salute. Lui stesso sarà chiamato a sostenere la sua lucidità nel procedimento. Di certo in caso di nomina dell’amministratore di sostegno a quest’ultimo sarà affidata la gestione del patrimonio, comunque con la supervisione del giudice.
Se guardiamo alle ricadute che la decisione potrebbe avere sulla collezione di opere d’arte è noto che il critico sin dal 2016 ha costituito con la madre la Fondazione Cavallini Sgarbi con sede a Ferrara sua città natale. La fondazione ha come scopo istituzionale la gestione, la valorizzazione e la promozione della collezione d’arte che include autentici capolavori di grandi maestri dell’arte italiana dal 1400 al 1900.
Questa collezione, che conta circa 500 opere tra cui dipinti, sculture, disegni, manoscritti e libri antichi, è stata esposta in mostre itineranti come nel corso del 2018 a Ferrara nella mostra “La Ricerca della Bellezza. La Collezione Cavallini Sgarbi” in cui sono state esibite opere tra gli altri di Artemisia Gentileschi, Niccolò dell’Arca, Gaetano Previati, Antonio da Crevalcore, Giuseppe Cesari, il Guercino, Francesco Hayes, Filippo de Pisis.
Quanto vale la collezione d’arte di Vittorio Sgarbi?
Non è disponibile una stima ufficiale del valore complessivo della collezione ma Sgarbi ha fornito nel 2023 la valutazione di una scultura di Niccolò Dell’Arca compresa tra gli 80 e i 100 milioni di euro il che porterebbe il valore complessivo della raccolta ad alcune centinaia di milioni di euro. La costituzione della fondazione ha dei risvolti importanti nella vicenda. In primo luogo, il conferimento delle opere d’arte nella fondazione ha determinato lo spossessamento di Vittorio Sgarbi da queste nel senso che ora fanno parte del patrimonio della fondazione che ne ha la titolarità e non sono soggette alle vicende famigliari e successorie del fondatore.
Questo tipo di enti giuridici, oltre a caratterizzarsi per l’assenza di scopo di lucro e per il divieto di distribuzione di utili, non possono trasferire il patrimonio ai fondatori, agli amministratori o agli eredi in alcun caso. Al più, qualora si verificasse lo scioglimento, il patrimonio potrebbe essere trasferito ma solo ad altre fondazioni o comunque ad altri enti non commerciali. Alcune opere potrebbero essere vendute ma solo per finanziare lo scopo istituzionale della fondazione. Tuttavia, diverse opere conferite nella fondazione sono beni culturali di interesse pubblico e dunque vincolate.
La raccolta “è già un museo”
Con la conseguenza che in caso di vendita sono soggette alla prelazione dello Stato che ha la facoltà di acquistarle in via prioritaria, impedendone di fatto la libera commercializzazione o l’esportazione. Lo stesso Vittorio Sgarbi ha affermato che le opere della collezione sono diventate un “museo” e che “molte di esse sono vincolate”. La scelta di Sgarbi di costituire la fondazione e di trasferire in essa la sua collezione può rispondere dunque a molteplici finalità.
La più probabile è quella di voler preservare la raccolta proprio dalle vicende personali e famigliari facendo al contempo in modo che conservasse la sua unitarietà e non si disperdesse negli anni avvenire. Oltre alle problematiche famigliari il critico è stato coinvolto infatti di recente in alcune situazioni giudiziarie che avrebbero potuto avere ripercussioni anche sul suo patrimonio personale come nel caso della contestazione di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte legate all’opera “Il giardino delle fate” realizzata da Vittorio Zecchin, da cui poi è stato prosciolto, e quella del reato di riciclaggio in relazione al dipinto “La cattura di San Pietro” attribuito a Rutilio Manetti e di sua proprietà dopo l’archiviazione dell’accusa di contraffazione di beni culturali e di autoriciclaggio sulla stessa opera.
Nel frattempo, a febbraio* Vittorio Sgarbi è stato prosciolto anche dall’accusa di riciclaggio perché il fatto non costituisce reato”.
*Aggiornamento del 19 febbraio 2026.

