Timori nel risparmio gestito: l’AI da alleato a concorrente?

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Timori nel risparmio gestito: l’AI da alleato a concorrente?

Nel 2026 l’adozione dell’AI accelera tra banche e fintech, comprimendo valutazioni e margini: il rischio non è solo tecnologico, ma di modello. Il vero timore è perdere rilevanza prima ancora che clienti

Indice

Nei primi mesi del 2026 il settore del risparmio gestito ha visto affiorare un sentimento di inquietudine (che si potrebbe sintetizzare nell’effetto “Altruist”) che si è tradotto in consistenti ribassi azionari e in una conseguente compressione delle valutazioni di Borsa di molti dei principali players. L’elemento scatenante non è una crisi macroeconomica tradizionale ma la narrativa che l’intelligenza artificiale possa ridurre drasticamente il valore della consulenza finanziaria tradizionale, erodendo margini e giustificando una revisione dei multipli pagati per gestori e wealth manager.

Fee sotto pressione e rischio disintermediazione

Il mercato sconta non solo il rischio operativo ma soprattutto il rischio di obsolescenza del modello di business. Gli investitori temono tre effetti principali: compressione delle commissioni, disintermediazione della distribuzione e perdita del cosiddetto “human edge” che giustifica la gestione attiva. Queste preoccupazioni hanno provocato vendite mirate su titoli di società di gestione patrimoniale e wealth management, con cali significativi in particolare (ma non solo) Europa e nel Regno Unito. In aggiunta, l’adozione rapida di strumenti AI nelle società di credito e nelle fintech ha messo in luce come interi segmenti di clientela e di attività possano essere ristrutturati in tempi molto più brevi di quanto ipotizzato. Gli operatori del private credit e dell’alternative credit stanno per l’altro verso valutando l’esposizione a settori esposti alla disruption tecnologica, aumentando l’avversione al rischio degli investitori.

Il nodo economico: personalizzazione, automazione e margini

Il timore non è puramente tecnologico ma economico. L’AI promette personalizzazione su larga scala, analisi predittiva più efficiente e automazione dei processi di consulenza che oggi richiedono competenze umane costose. Se piattaforme basate su modelli avanzati riuscissero a offrire raccomandazioni personalizzate a costi molto inferiori (un po’ come, a livello di prodotti finanziari, è già capitato con gli Etf attivi rispetto ai fondi comuni tradizionali), la logica delle fee percentuali legate al patrimonio potrebbe essere messa in discussione. Inoltre, la percezione che algoritmi possano replicare o superare il valore aggiunto dei consulenti umani alimenta la narrativa di una riduzione strutturale dei ricavi.

Come possono reagire gli operatori del settore

Che fare, allora, da parte degli operatori, per gestire quello che appare in effetti come un inevitabile cambiamento, se non totale, molto rilevante negli equilibri tradizionali del Settore?

  1. Innovare l’offerta. I player tradizionali devono integrare l’AI come leva per migliorare la qualità del servizio, non come minaccia. L’adozione di strumenti che aumentano la produttività dei consulenti e migliorano l’esperienza cliente può trasformare il rischio in opportunità.
  2. Ripensare la struttura delle commissioni. Modelli ibridi che combinano fee fisse, success fee e servizi premium personalizzati possono mitigare la pressione sui ricavi e rendere meno vulnerabile il business alla concorrenza algoritmica.
  3. Puntare sulla fiducia e sulla relazione. La consulenza finanziaria resta anche relazione, gestione delle emozioni e pianificazione complessa. Valorizzare questi aspetti e integrarli con soluzioni digitali può creare un’offerta difficile da replicare esclusivamente con software.
  4. Trasparenza e governance dei modelli AI. Investire in governance, comprensibilità e controllo dei modelli è l’azione essenziale per mantenere la fiducia dei clienti e degli organi regolatori. La compliance diventa quindi un fattore competitivo.

Per gli investitori conta la capacità di adattamento

Gli investitori devono dal canto loro distinguere tra correzioni di mercato guidate dalla paura e cambiamenti strutturali reali. Alcune società potrebbero essere sopravvalutate rispetto alla loro capacità di adattamento, mentre altre potrebbero trasformare l’AI in un vantaggio competitivo. La selezione attiva, l’analisi della strategia digitale e la valutazione della qualità del management sono oggi più importanti che mai.

Il timore che l’intelligenza artificiale sostituisca la consulenza finanziaria tradizionale, a inizio 2026 in effetti ha avuto un impatto tangibile sui mercati, ma la storia del settore suggerisce che la tecnologia raramente elimina interi ecosistemi senza crearne di nuovi, verosimilmente ancora più “robusti”. La vera sfida per il risparmio gestito è trasformare l’AI in uno strumento di valore aggiunto piuttosto che subirne la logica distruttiva. Chi saprà integrare tecnologia, relazione e governance potrà non solo sopravvivere alla tempesta valutativa ma uscirne rafforzato.

(Articolo tratto dal magazine n. 89 di aprile 2026 di We Wealth)

Un'illustrazione in bianco e nero di una persona con i capelli corti, che indossa una camicia con colletto e una giacca, e che guarda avanti con un'espressione neutra.

di Paolo Turati

Docente e presidente del comitato scientifico presso la Saa-School of Management dell’Università di Torino, Paolo Turati dal 2022 dirige il laboratorio di finanza decentralizzata della Saa e l’executive master in “DeFi, blockchain e fintech”. Ph.D. in economics of art, ha pubblicato “Economia dell’arte globale” (2021) e “Arte in vendita” (2009). Appassionato pianista, ha praticato alpino, ciclismo e motociclismo fuoristrada.

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