Scritto in collaborazione con la dr.ssa Arianna Ilari
Un nodo antico che ritorna
Il tema delle rivendicazioni attraversa i secoli e accompagna da sempre il diritto dell’arte. La storia dimostra come ogni conflitto – dalle conquiste romane alle campagne napoleoniche, fino alle spoliazioni naziste -abbia lasciato dietro di sé ferite nel patrimonio culturale dei popoli vinti. Ogni opera sottratta è un frammento di memoria perduto.
Dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, la comunità internazionale ha reagito. Nel 1954 viene ratificata la Convenzione de L’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, che impone ai Paesi firmatari di restituire i beni esportati illegalmente. A questa seguirà la Convenzione di Parigi del 1970, volta a prevenire anche in tempo di pace il traffico illecito di opere d’arte. Due pilastri che ancora oggi guidano la tutela del patrimonio culturale.
Tra responsabilità e trasparenza: il dovere di due diligence
Le rivendicazioni legate ai beni trafugati dai nazisti sono esplose solo negli ultimi decenni. Il mutato contesto geopolitico, unito alla maggiore disponibilità di informazioni, ha acceso una nuova coscienza etica. Musei, gallerie e collezionisti hanno così rivisto le proprie pratiche alla luce dei Principi di Washington del 1998, impegnandosi a garantire acquisizioni e prestiti “puliti”, privi di ombre sulla provenienza delle opere.
Verificare, documentare, ricostruire. Oggi la due diligence è la bussola che dovrebbe orientare le istituzioni culturali. Titolo esemplificativo è la previsione dell’articolo 2 del Codice ICOM (International Council of Museum) che richiede di esaminare ciascuna opera in ogni fase della sua storia: dalla scoperta alla produzione, fino ai passaggi di proprietà.
Un obbligo, certo. Ma anche un dovere morale, soprattutto a seguito degli accadimenti del secondo conflitto mondiale. Se è pur vero che, anche a seguito di ricerche approfondite, è frequente che alcuni passaggi della storia di un’opera restino lacunosi, tuttavia i dati parlano chiaro: una parte significativa delle opere realizzate prima del 1945 e acquistate dopo il 1933 in Europa potrebbe avere alle spalle vicende di spoliazioni naziste.
Per questo la due diligence non è solo una procedura burocratica, ma un vero e proprio scudo etico. Senza questo rigore, il rischio è concreto: un museo può smettere di essere custode del patrimonio per diventare custode dei soprusi del passato.
Dal Reich a New York: il viaggio di un Van Gogh
Ne è un esempio l’odierna controversia. Il caso di Olive Picking, dipinto di Vincent Van Gogh (1889), oggi esposto alla Fondazione Basil & Elise Goulandris di Atene, è l’ennesimo esempio che mette in luce le ombre ancora irrisolte sulla provenienza delle opere d’arte nei musei.

Tutto inizia nel 1935, quando i coniugi ebrei Hedwig e Frederick Stern acquistano il dipinto. Pochi anni dopo, la Gestapo ne vieta l’esportazione insieme ad altre opere della loro collezione. L’avvocato Kurt Mosbacher, nominato trustee dal Reich, si occupa della liquidazione del dipinto, con il compito di venderla nell’interesse dello Stato tedesco. Nel 1938 Olive Picking viene venduto, insieme a un Renoir della stessa provenienza, al collezionista tedesco Theodor Werner tramite la Galleria Thannhauser. Il ricavato, depositato su un conto bloccato intestato agli Stern, viene poi confiscato dal regime nazista.
Dopo la guerra, Olive Picking segue un percorso tortuoso: da Parigi a New York, dove nel 1948 Justin Thannhauser, che conosceva personalmente gli Stern, ne cura la vendita a Vincent Astor. Nel 1956 il dipinto entra nella collezione del Metropolitan Museum of Art (MET), acquistato proprio da Astor.
Secondo i documenti depositati nel primo procedimento davanti al Northern District of California – Oakland Division (case n. 3:22-cv-08914-SK) – riaperto il 27 ottobre 2025 presso la District Court for the Southern District of New York (case n. 1:2025cv08914) – il curatore del MET dell’epoca, Theodore Rousseau, avrebbe ignorato o addirittura deliberatamente taciuto la provenienza problematica del dipinto. Rousseau, considerato uno dei massimi esperti di Nazi Looted Art, autore per la Art Looting Intelligence Unit degli Stati Uniti del report “Consolidated Interrogation Report No. 2: The Goering Collection. US Office of Strategic Services Art Looting Intelligence Unit (ALIU) Reports 1945-1946”, non menzionò mai nel catalogo ragionato del museo del 1967 né la provenienza dell’opera né le richieste di restituzione avanzate da Hedwig Stern.
Ancora più sospetta, secondo gli eredi, fu la decisione del MET di vendere segretamente il Van Gogh nel 1972 a Basil Goulandris, come riportato anche dal New York Times, e di mantenere riservati fino al 2073 i documenti legati alla transazione.
Conclusioni
Ad oggi gli eredi Stern hanno citato in giudizio sia il MET che la Fondazione. Il primo viene accusato di negligenza nelle verifiche di provenienza, sottolineando che il dipinto giunse al MET attraverso la (famigerata) Galleria Knoedler, coinvolta in diverse vendite di opere trafugate; la seconda perché tacciata di non aver restituito il dipinto agli eredi, oltre che di assenza di diligenza nella ricerca di informazioni sull’opera al momento del suo acquisto.
Dal canto suo, il MET respinge ogni accusa: sostiene di non essere stato a conoscenza del coinvolgimento del regime nazista e giustifica la vendita del 1972 come una normale operazione volta a raccogliere fondi, ritenendo Olive Picking un’opera di minor valore rispetto ad altri dipinti della collezione.
La Fondazione non ha rilasciato alcun commento.
A prescindere dalle pretese di ciascuna parte, il caso del dipinto Olive Picking mostra quanto sia ancora fragile la due diligence nei musei: la verifica dell’origine delle opere non può essere un dettaglio burocratico, ma il cuore stesso della responsabilità culturale. Ogni passaggio poco chiaro, ogni documento mancante o secretato mina la credibilità delle istituzioni e alimenta il sospetto sulla storia delle acquisizioni.
Oggi, la trasparenza sulla provenienza non diminuisce il valore di un capolavoro: lo restituisce alla sua verità storica e artistica. Solo così i musei possono essere davvero custodi della memoria.

