Articolo scritto in collaborazione con il dott. Tommaso Pietro Monestier
Come si è arrivati al videogioco per liberare l’arte.
La memoria restituita
Nell’annoso dibattito sulla restituzione delle opere d’arte esportate illegittimamente dai Paesi d’origine – tra significativi successi e ostinate resistenze – si inserisce con forza la questione dei manufatti razziati durante il periodo coloniale. Un ambito che presenta caratteristiche giuridiche, storiche e simboliche particolari, tali da imporre una riflessione autonoma rispetto alle più generiche dinamiche di rimpatrio dei beni culturali.

La domanda di partenza, naturalmente, resta la stessa: le opere sottratte o acquistate in un passato – anche recente – sulla base di norme giuridiche o convinzioni oggi superate, devono (o possono) essere restituite?
L’appropriazione sistematica di opere d’arte e manufatti africani da parte delle potenze europee, avvenuta per lo più tra XIX e XX secolo, è da tempo oggetto di un dibattito internazionale tanto delicato quanto irrisolto. Ad oggi, infatti, non esiste alcun trattato internazionale che imponga agli Stati la restituzione dei beni culturali sottratti in epoca coloniale.
Le principali convenzioni in materia – come la Convenzione UNESCO del 1970 o la Convenzione UNIDROIT del 1995 – non hanno effetto retroattivo e si applicano solo a esportazioni illecite successive alla loro entrata in vigore. Ciò confina le ipotesi di restituzione all’ambito della volontà politica e della coscienza storica dei singoli Stati.
Si stanno diffondendo sempre più le restituzioni volontarie
In questo contesto, si sta però affermando una prassi sempre più diffusa di restituzioni volontarie, che, pur non fondate su obblighi giuridici, assumono una rilevanza crescente sotto il profilo etico, culturale e politico. Sono segnali di una nuova sensibilità nei confronti delle responsabilità coloniali, ancora oggi scarsamente trattate nel discorso pubblico europeo.
Negli ultimi vent’anni, le richieste di restituzione da parte dei Paesi africani si sono intensificate, affiancate da pressioni della società civile, del mondo accademico e di movimenti culturali. Un punto di svolta è stato rappresentato dal Rapporto Sarr-Savoy, commissionato nel 2018 dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito senza ambiguità la restituzione dei beni africani come un dovere morale.
Nel giugno di quest’anno, i Paesi Bassi hanno restituito alla Nigeria 119 bronzi del Benin, trafugati nel 1897 dalle truppe britanniche durante una violenta spedizione punitiva. Questo gesto segue iniziative simili della Germania, che nel 2022 ha restituito un importante nucleo di bronzi alla Nigeria, e della Francia, che nel 2021 ha riconsegnato al Benin 26 opere precedentemente custodite al Musée du Quai Branly.
Episodi che segnano un reale cambio di passo?
Sebbene questi episodi sembrino indicare un cambio di passo, resta da capire se rappresentino l’inizio di una nuova politica culturale strutturata o se siano destinati a rimanere interventi sporadici, dettati da circostanze politiche contingenti. In ballo ci sono la ridefinizione del rapporto culturale tra Europa e Africa, nonché la definizione – attraverso la restituzione – di una cultura africana da troppo tempo privata dei simboli attorno ai quali una civiltà comunemente si riconosce, si struttura e si raccoglie.
Relooted, un videogioco per liberare le opere d’arte sottratte dal colonialismo
A fianco della diplomazia, nuove forme di comunicazione e sensibilizzazione stanno contribuendo a mantenere alta l’attenzione pubblica sul tema. Una delle iniziative più originali è quella del team sudafricano Nyamakop, che ha recentemente annunciato l’uscita del videogioco Relooted (“Risaccheggiato”). Si tratta di un platform game narrativo, in cui un gruppo di personaggi si infiltra nei musei occidentali per “liberare” i manufatti africani e riportarli nei contesti d’origine.
Gli artefatti presenti nel gioco sono ispirati a oggetti realmente trafugati, scelti per il loro valore simbolico e per sensibilizzare il giocatore. Non pochi di questi sono stati difficili da ricreare digitalmente, poiché non accessibili al pubblico e relegati nei depositi museali, lontani da ogni forma di valorizzazione: una condizione che sottolinea ulteriormente la necessità del loro rimpatrio.
Ispirato ad atti dimostrativi realmente avvenuti
Il videogioco si ispira a una serie di azioni simboliche realmente avvenute. Emblematiche, in tal senso, le performance dell’attivista e artista congolese Mwazulu Diyabanza, che tra il 2020 e il 2021 ha compiuto atti dimostrativi in vari musei europei – tra cui il Louvre e il Quai Branly – tentando di “restituire” simbolicamente le opere alle comunità d’origine. Alla base delle sue azioni, la provocatoria ma lucida affermazione: «Sono stati loro a rubare».
I videogiochi come strumento politico
Relooted, lungi dall’essere una semplice provocazione, si inserisce in quel filone culturale che utilizza il videogioco come strumento di attivismo politico. Oggi il linguaggio videoludico non è più appannaggio esclusivo dei più giovani, ma una delle industrie culturali più potenti e trasversali del mondo. Per questo, progetti come Relooted non vanno sottovalutati: rappresentano una via innovativa per allargare il coinvolgimento sul tema anche ad un pubblico altrimenti distante, contribuendo alla costruzione di una memoria condivisa e all’elaborazione critica del passato.
La restituzione delle opere d’arte africane non può essere ridotta a un gesto riparativo o meramente simbolico: essa è parte di un processo più ampio di giustizia culturale e storica, che tocca la dignità dei popoli spogliati del proprio patrimonio. Affinché sia realmente efficace, questo processo deve accompagnarsi a una riflessione profonda sui modelli di gestione museale, sulla proprietà culturale e sull’accessibilità equa al patrimonio comune.
Ma soprattutto, come dimostra la creazione stessa di Relooted, il movimento per la restituzione non può più restare confinato ai tavoli diplomatici. Deve diventare una causa collettiva, trasversale, intergenerazionale, in grado di interpellare non solo le istituzioni, ma anche cittadini, artisti, programmatori, curatori, insegnanti.
Oltre il videogioco che vuole liberare l’arte: un passo avanti concreto dall’Europa
In questo contesto, la recente entrata in vigore del Regolamento (UE) 2019/880 sull’introduzione e l’importazione di beni culturali, applicabile dal giugno 2025, rappresenta un’occasione. Il Regolamento introduce infatti misure importanti per impedire l’ingresso sul territorio dell’Unione di beni culturali esportati illegalmente da Paesi terzi, imponendo requisiti documentali e dichiarazioni obbligatorie.
Manca una posizione sulle opere d’arte già trafugate, però…
Purtroppo, il Regolamento non prende posizione in merito ai manufatti già trafugati e presenti nei musei e nelle collezioni europee da decenni, spesso risalenti al periodo coloniale; resta però il fatto che l’Unione si dimostra pronta a prevenire nuovi abusi. Insomma, una normativa che guarda al futuro, mentre la tecnologia (nel nostro caso, il videogioco che vuole liberare l’arte illecitamente sottratta) cercano una strada per rimediare alle spoliazioni del passato.

