La parità in busta paga resta un miraggio, anche nella finanza

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Se da un lato le donne sono più propense a chiedere un aumento, dall’altro la discriminazione di genere continua a incidere negativamente al tavolo delle contrattazioni. Nel settore della finanza, gli uomini ricevono in media il 5,6% in più rispetto alle donne

Il 72% delle donne dichiara che lascerebbe il proprio datore di lavoro per ottenere un miglioramento salariale

Le donne asiatiche sembrerebbero essere più propense a chiedere promozioni e modifiche contrattuali rispetto alle latine

Il 61% delle giovani chiede ancora stipendi più bassi rispetto agli uomini

Aumentano le negoziazioni, ma non i salari: la discriminazione di genere continua a relegare le donne a una posizione di svantaggio, incidendo negativamente sulle buste paga e sulle possibilità di successo al tavolo delle contrattazioni. Anche nel settore della finanza. Secondo il rapporto Workplace negotiations, gender, and intersectionality del Center for women and business della Bentley University, il 72% delle donne dichiara che lascerebbe il proprio datore di lavoro per ottenere un miglioramento salariale, contro il 59% degli uomini. Quando poi, insieme al genere, convergono i fattori della razza e dell’età, i livelli di discriminazione subiscono addirittura un effetto moltiplicativo.
Nel settore della finanza, in particolare, gli uomini ricevono in media il 5,6% in più rispetto alle donne. Questo significa che per ogni dollaro guadagnato da un uomo, una donna con lo stesso titolo professionale, operante nella stessa azienda e con background ed esperienze simili guadagna 94,4 centesimi. Il divario salariale diventa poi ancora più ampio se si rapportano le buste paga delle donne di colore rispetto agli uomini. Come sottolinea il Center for women and business sulla base dei dati del censimento negli Stati Uniti, le donne bianche guadagnano in media il 21% in meno rispetto agli uomini bianchi, mentre le donne di colore e quelle ispaniche o latine ricevono uno stipendio rispettivamente del 38% e del 45,5% inferiore.

Inoltre, le donne asiatiche sembrerebbero essere più propense a chiedere promozioni e modifiche contrattuali rispetto alle latine. Secondo i dati della California State University presentati nel rapporto, le donne asiatiche propongono anche offerte di salario più elevate rispetto alle donne bianche e agli uomini asiatici. Coloro che invece puntavano a salari inferiori, avevano anche più timore di subire una penalizzazione per aver chiesto troppo.

Le donne di colore, invece, richiedono un aumento più facilmente rispetto alle donne bianche, ma hanno meno possibilità di ottenerlo. Tra l’altro, verrebbero spesso giudicate in modo non appropriato. “Gli stereotipi di genere propongono delle sfide uniche per le donne di colore al tavolo delle trattative – spiega Trish Foster, direttore esecutivo del Center for women and business – In particolare, possono essere percepite come arrabbiate o aggressive quando esprimono semplicemente una passione per l’argomento in discussione. Le organizzazioni e i workplace allies (le persone disposte a supportare i propri colleghi assicurandosi che siano ascoltati e inclusi, ndr) devono affrontare questa tipologia di distorsioni, a partire dalla formazione per i responsabili delle assunzioni”.

Quanto ai giovani, le loro aspettative rispetto a un aumento di stipendio annuale risultano essere più elevate. Inoltre, le millennial e le donne appartenenti alla generazione Z sono più propense a negoziare un adeguamento dei propri salari a quelli dei propri colleghi uomini, ma tendono comunque a chiedere meno: il 61%, infatti, chiede stipendi più bassi degli uomini e il 60% delle volte vengono offerti agli uomini dei compensi più alti per le stesse tipologie di lavoro.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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