«Le migliori operazioni di fusione e acquisizione si fanno fra simili»: con queste parole il ceo di Mediobanca Alberto Nagel ha ribadito la sua volontà di procedere all’aggregazione tra il suo istituto e Banca Generali, annunciato il 28 aprile 2025 e prossimo all’approvazione degli azionisti nell’assemblea del prossimo 16 giugno. Lo ha fatto nella conferenza di presentazione dei risultati relativi ai primi nove mesi dell’esercizio 2024-2025 (Mediobanca ha l’esercizio fiscale non coincidente con l’anno solare). I ricavi sono cresciuti del 5%, arrivando a 2,77 miliardi, con forte crescita di tutte le attività; l’utile netto è rimasto stabile a 334 milioni.
I numeri, tutti sopra al consenso, devono la loro performance al wealth management (+5% a 727 milioni); al corporate e investment banking (Cib; +26% a 677 milioni), alla consumer finance (+7% a 954 milioni). Il business assicurativo è stabile a 349 milioni. A dispetto della discesa dei tassi, il margine di interesse ha segnato +1% rispetto al trimestre precedente (497 milioni), trainato da Compass. La dinamica viene attribuita alla ripresa dei volumi e alla tenuta dei rendimenti degli attivi, mentre le commissioni nette sono scese del 14%, pur salendo del 15% anno su anno. Il coefficiente di patrimonializzazione Cet1 è al 15,6%. Alla luce dei conti, Piazzetta Cuccia ha deciso di corrispondere agli azionisti un acconto di dividendo di 0,56 euro con stacco cedola il 19 maggio e saldo a novembre.
Nagel, l’acquisizione di Banca Generali completerà la trasformazione di Mediobanca in un attore diversificato
Nel corso della conferenza, Nagel riferisce che in merito all’ops su Banca ci sarebbero già riscontri «molto positivi» da parte di investitori e stakeholder. Con l’acquisizione, Banca Generali verrebbe integrata nella divisione wealth management di Mediobanca, che diventerebbe leader nel settore, «punto di riferimento italiano ed europeo». La mossa si colloca nella piena realizzazione degli obiettivi del piano industriale di Piazzetta Cuccia “One Brand – One Culture” di affermare definitivamente il brand di Mediobanca nel wealth management. Le due realtà presentano una profonda «coerenza culturale e manageriale».
Afferma Alberto Nagel: «La combinazione crea un leader di mercato, secondo in Italia per totali attivi e rete distributiva, con la maggiore capacità di crescita organica nella fascia alta del mercato del risparmio gestito italiano». Del resto, il 50% dei ricavi dell’istituto proviene dal wealth management, e i miliardi di masse gestite sono 210. Aggiunge il banchiere: «L’integrazione della banca del Leone completa il percorso di trasformazione del gruppo Mediobanca in player diversificato, focalizzato su business ad elevata crescita e basso assorbimento di capitale, eccellente per creazione di valore per gli stakeholder». Le sinergie ammonterebbero a 300 milioni, con basso rischio di esecuzione.
Il no a Mps
Mediobanca sottolinea nuovamente l’irricevibilità della proposta di Mps. Nelle parole di Nagel: «Il Montepaschi è una banca commerciale di medie dimensioni e indifferenziata, una combinazione con Mediobanca non porterebbe alcun rafforzamento nel posizionamento dei singoli istituti senza alcun vantaggio a livello di scala e di distribuzione». Altrimenti detto, Il Monte dei Paschi di Siena nulla ha a che spartire con il salotto buono della finanza italiana, ovvero la storica boutique di Piazzetta Cuccia. Nagel si riferisce «all’alto rischio di esecuzione per la mancanza di fit culturale e manageriale, nonché di razionale industriale». L’ops di Monte dei Paschi «presenta numerosi fattori di rischio», fra cui «l’elevato assorbimento di capitale, altamente sensibile al contesto macroeconomico, senza rafforzamento in alcuno dei segmenti di attività e rimanendo immutati i rischi insiti nel bilancio di Mps».
Rocca Salimbeni manca inoltre «ditrack record manageriale nel wealth management e nel cib». Inoltre notevoli sarebbero «le dissinergie di ricavo derivanti dall’uscita di clienti e professionisti nel wealth management e nell’investment banking i quali non riconoscono nel gruppo di Siena la banca d’elezione e la sostanziale assenza di reali sinergie di costo, vista l’assenza di sovrapposizioni delle reti commerciali e i diversi modelli di business».
Mediobanca, il nodo da sciogliere per Nagel in vista della fusione con Banca Generali
A favore della fusione Mediobanca-Banca Generali sono Delfin con la guida di Francesco Milleri e gli altri azionisti di peso di Piazzetta Cuccia, fra cui Mediolanum, i fondi istituzionali e internazionali. La via per l’ops fra Milano e Trieste è dunque solo una formalità? No. L’ops di Mediobanca sottopone l’istituto milanese alla cosiddetta “passivity rule”, la regola il cui scopo è impedire che i dirigenti attuino “iniziative difensive” per scongiurare scalate esterne. In pratica, vuol dire che ad Alberto Nagel potrebbe servire anche l’approvazione dell’assemblea dei soci e non solo il voto favorevole del cda del 16 giugno. Nel caso dovesse andare in porto la fusione Milano-Trieste, Monte Paschi sarebbe costretta a rivedere la sua offerta: in seguito all’ops con la banca del Leone infatti, il valore di Mediobanca schizzerebbe.
Si ricorda che Mediobanca ha in pancia il 13% di Generali Assicurazioni, che a sua volta detiene il 50,1% di Banca Generali.

