La linea che separa il collezionare dall’investire non è mai stata così sottile. Da una parte, la dimensione intima e culturale del possesso; dall’altra, la razionalità dell’allocazione e del rendimento. Ma cosa accade quando l’una comincia a riflettersi nell’altra, quando la logica dell’investitore si fa conquistare, almeno in parte, dal desiderio del collezionista? È in questo spazio di convergenza che si inserisce Matis, prima società europea che attraverso la formula del club deal apre le porte dell’arte a investitori privati, inserendola come una vera e propria asset class nel panorama degli investimenti alternativi. Come funziona, nel concreto? Quale il suo ruolo nella relazione tra wealth manager e cliente? Il punto di vista di Alberto Bassi, Head of Italy della società francese che dallo scorso settembre è attiva anche nel Belpaese.
In che modo i club deal possono rendere accessibile agli investitori privati un mercato tradizionalmente riservato come quello dell’arte contemporanea?
“Anzitutto attraverso il co-investimento. Finora, il mercato dell’arte è rimasto difficile da raggiungere per l’investitore privato, non solo per la mancanza di competenze specifiche, ma anche per la barriera d’accesso rappresentata dai capitali necessari. Nel nostro spazio online dedicato è possibile investire a partire da 20mila euro, partecipando a operazioni su opere con valori compresi tra i 500mila e 5 milioni di euro. In questo modo ogni investitore può costruire un portafoglio diversificato composto da più opere, di dimensioni e artisti differenti, potendo beneficiare di potenziali ritorni in un orizzonte temporale medio contenuto (non garantito). Le opere proposte sono sempre create da artisti iconici del Novecento, da Pablo Picasso a Lucio Fontana, da Andy Warhol ad Alighiero Boetti, per citarne alcuni. Ovvero gli stessi nomi che compongono l’Artprice100®, l’indice che misura l’andamento delle quotazioni delle 100 opere più performanti del mercato dell’arte moderna e contemporanea, qui utilizzato come benchmark per valutare l’evoluzione del valore dell’arte come asset class. Nel lungo periodo, l’indice ha registrato un incremento del 620%, a fronte di una crescita del 223% per l’S&P 500: un dato che riflette la resilienza storica dell’arte come asset class decorrelata, ma che da solo non ne esaurisce il potenziale. Il rendimento rappresenta infatti solo una parte del valore complessivo di questo mercato, la cui attrattiva risiede anche nella sua decorrelazione dai mercati finanziari tradizionali. Storicamente, l’arte ha mostrato una bassa correlazione con i mercati finanziari, mantenendo una traiettoria autonoma rispetto alle fasi di volatilità globale. L’indice Artprice100® evidenzia ad esempio come dopo la crisi del 2008 il mercato dell’arte abbia recuperato in circa dodici mesi, mentre l’S&P 500 ha impiegato anni per tornare ai livelli precedenti. Questo andamento riflette la natura dell’arte come asset non quotato, sostenuto da fattori culturali e da una domanda internazionale costante. In un contesto di instabilità macroeconomica, introdurre una componente decorrelata come l’arte può contribuire a bilanciare il portafoglio e a diversificare parte del patrimonio nel lungo periodo”.

Come si posiziona Matis nell’ecosistema dell’arte?
“Siamo complementari a gallerie e case d’asta. Le opere vengono selezionate grazie a un team di specialisti e partner di lunga esperienza nel settore artistico, che ci permettono di effettuare una due diligence rispettando la nostra filosofia di investimento. Le gallerie che collaborano con Matis non devono immobilizzare capitale, ma possono esporre e vendere le opere trattenendo la propria provvigione. In questo modo portiamo liquidità in un mercato che, a differenza del real estate, non si fonda sul debito e spesso lavora esclusivamente con capitale proprio. Matis si pone dunque come un ponte tra finanza e arte, consentendo l’accesso a investitori qualificati e collabora con i player del settore, che possono così ampliare la propria offerta senza immobilizzare risorse”.
E nell’ecosistema della finanza, invece?
“Il nostro obiettivo è rendere leggibile e gestibile l’arte al pari di qualsiasi altra asset class nei private market, con la stessa trasparenza e i medesimi standard di governance e strumenti operativi. Il nostro spazio digitale è concepito appositamente per il mondo del wealth, così da integrarsi naturalmente con le esigenze di wealth manager, private banker e investitori istituzionali. Nella loro area dedicata, i professionisti possono infatti gestire i clienti, invitarli ai club deal e monitorare in tempo reale investimenti, performance (non garantite), tempistiche e operazioni di reinvestimento”.
Come raccontare, allora, l’arte a chi è abituato a leggere numeri più che apprezzare pennellate?
“Con gli stessi strumenti delle altre asset class: dati, benchmark e trasparenza. Sul nostro sito è possibile visionare il nostro track record sempre aggiornato con i dati sui club deal, l’età media e i rendimenti globali. Inoltre, nell’area riservata sono disponibili documentazione completa e stato delle operazioni. Utilizziamo indici e report riconosciuti, dall’Art Basel & UBS Art Market Report alla ricerca Hiscox, che inquadrano il mercato dell’arte, gli andamenti storici, la profondità di mercato e segmentazione per fasce prezzo. Così l’arte ‘parla la lingua’ del portafoglio e la valutazione resta oggettiva. Inoltre, Matis non è semplicemente un’esperienza finanziaria: nel club vengono organizzate esperienze esclusive per permettere agli investitori di coltivare anche una passione artistica e culturale. Così facendo, per il banker l’arte rappresenta uno strumento distintivo di posizionamento e una leva relazionale capace di elevare la qualità del dialogo con il cliente. La dimensione esperienziale è quindi centrale nella nostra offerta: per l’investitore, il valore non è solo il rendimento potenziale, ma il capitale relazionale e culturale che il consulente può proporre insieme al team di Matis”.

Articolo tratto dal numero di dicembre 2025 di We Wealth.
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