Qual è il valore di Mark Rothko?
Ci sono artisti che entrano nella storia per la loro capacità di cambiare il linguaggio dell’arte e altri che diventano simboli anche del mercato internazionale. Mark Rothko (1903-1970) appartiene a entrambe le categorie. A oltre cinquant’anni dalla sua scomparsa, i suoi dipinti continuano a raggiungere cifre record nelle principali case d’asta del mondo, mentre le grandi istituzioni museali si contendono le sue opere per costruire mostre che attirano migliaia di visitatori.
Ma sarebbe un errore fermarsi ai numeri. Dietro quelle aggiudicazioni milionarie si nasconde infatti un artista che ha dedicato tutta la propria ricerca a qualcosa di profondamente distante dal mercato: l’emozione, il silenzio, la contemplazione. Rothko non voleva che i suoi dipinti fossero semplicemente osservati, ma vissuti. Per questo chiedeva che fossero esposti a un’altezza precisa, in ambienti raccolti e con una luce controllata, affinché il visitatore podesse instaurare un rapporto diretto con l’opera.

È proprio questo apparente contrasto tra valore economico e valore artistico a rendere ancora oggi Mark Rothko una figura straordinariamente attuale. Se il mercato continua a consacrarlo come uno degli artisti più ambiti del Novecento, la sua pittura continua invece a parlare un linguaggio universale, che non riguarda il possesso di un’opera, ma l’esperienza che quell’opera riesce a generare.
La mostra “Rothko a Firenze”, organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi (dal 14 marzo e fino al 23 agosto 2026), nasce proprio da questa consapevolezza. Non si limita a riunire un nucleo eccezionale di dipinti provenienti da importanti collezioni internazionali, ma propone un percorso capace di raccontare la complessità di un artista che, ancora oggi, sfugge a qualsiasi definizione univoca.

Il valore di Mark Rothko tra arte e mercato
Quando nel maggio del 2012 Orange, Red, Yellow venne aggiudicato da Christie’s per quasi 87 milioni di dollari, Mark Rothko stabilì il record mondiale per un’opera del dopoguerra venduta all’asta. Da allora il mercato non ha mai smesso di confermare il valore dell’artista. Nel 2015 No. 10 è stato battuto per 81,9 milioni di dollari; nel 2022 Untitled (Shades of Red) ha raggiunto 68,8 milioni e No. 1 49,6 milioni. Più recentemente, nel maggio 2026, Brown and Blacks in Reds è stato aggiudicato da Sotheby’s per 85,8 milioni di dollari, mentre Christie’s ha segnato un nuovo record per l’artista con No. 15 (Two Greens and Red Stripe), venduto per 98,4 milioni di dollari.
Particolarmente significativo è proprio il caso di Brown and Blacks in Reds: acquistata nel 2003 per circa 6,7 milioni di dollari, l’opera è tornata sul mercato ventitré anni dopo raggiungendo 85,8 milioni, quasi tredici volte il prezzo precedente. Un confronto che mostra con chiarezza la rivalutazione raggiunta dalla fascia più alta della produzione di Rothko.

Uno degli artisti blue chip per eccellenza
Questi risultati hanno consolidato il valore di Mark Rothko tra le blue chip del mercato dell’arte, definizione riservata a quegli artisti che, nel tempo, hanno dimostrato non solo quotazioni elevate, ma anche una domanda internazionale costante e una particolare capacità di mantenere il proprio valore. Le sue opere fanno oggi parte delle collezioni permanenti del Museum of Modern Art (MoMA) di New York, della Tate Modern di Londra, della National Gallery of Art di Washington, della Fondazione Beyeler di Basilea e della Phillips Collection, contribuendo a renderne sempre più rara la disponibilità sul mercato.
L’andamento delle aste degli ultimi anni mostra come il mercato premi soprattutto i dipinti più importanti per qualità, provenienza e stato di conservazione. Molte delle opere fondamentali dell’artista sono ormai custodite in musei o grandi collezioni private e tornano sul mercato molto raramente. Quando accade, l’interesse dei collezionisti internazionali continua a tradursi in aggiudicazioni comprese tra diverse decine di milioni di dollari, confermando Rothko come uno dei punti di riferimento del collezionismo internazionale del Novecento.
Una mostra che attraversa Firenze
Uno degli elementi più originali di “Rothko a Firenze” è il fatto che la mostra non si esaurisce nelle sale di Palazzo Strozzi. Il percorso prosegue infatti anche al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana, due luoghi che aiutano a comprendere il rapporto tra l’artista e la città. Durante i suoi viaggi in Italia, Rothko rimase profondamente colpito dagli affreschi di Beato Angelico e dagli spazi progettati da Michelangelo, esperienze che contribuirono ad alimentare la sua riflessione sul colore, sulla luce e sulla dimensione spirituale della pittura.

Più che aggiungere due sedi al percorso espositivo, la scelta di Palazzo Strozzi offre una chiave di lettura dell’opera di Rothko, mostrando come Firenze abbia rappresentato per l’artista un luogo di ispirazione e confronto. È questo uno degli aspetti che distingue la mostra da molte altre retrospettive dedicate al maestro americano.

Arturo Galansino racconta il valore di Mark Rothko, al di là delle quotazioni
Per approfondire le scelte che hanno guidato la realizzazione della mostra abbiamo intervistato Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi.
Organizzare una mostra dedicata a Mark Rothko rappresenta una sfida importante. Qual è stata la maggiore?
Organizzare una mostra dedicata a Mark Rothko rappresenta certamente una delle sfide più importanti per un’istituzione come Palazzo Strozzi. Da un lato, perché le sue opere sono oggi tra le più richieste e preziose al mondo, rendendo estremamente complesso ottenere prestiti da musei e collezioni private. Dall’altro, perché Rothko è uno degli artisti più studiati del Novecento e realizzare un progetto che offra una prospettiva realmente nuova richiede un importante lavoro di ricerca. In questo caso abbiamo scelto di raccontare il suo rapporto con Firenze, un tema finora poco approfondito ma fondamentale per comprendere alcuni aspetti della sua evoluzione artistica.
La mostra non si sviluppa soltanto nelle sale di Palazzo Strozzi, ma coinvolge anche il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana. Perché avete scelto questo percorso?
Fin dall’inizio abbiamo voluto costruire un progetto che non fosse confinato all’interno di Palazzo Strozzi. Rothko rimase profondamente colpito dagli affreschi di Beato Angelico a San Marco e dagli spazi della Biblioteca Medicea Laurenziana progettata da Michelangelo. Portare il pubblico anche in questi luoghi permette di comprendere come Firenze non sia stata semplicemente una tappa nei suoi viaggi, ma una città che ha lasciato un segno profondo nella sua sensibilità artistica.
Oggi Rothko è anche uno degli artisti più quotati del mercato internazionale. Quanto questo aspetto ha inciso nella costruzione della mostra?
Le quotazioni straordinarie raggiunte dalle sue opere sono un dato di fatto, ma non hanno orientato il progetto curatoriale. Il nostro obiettivo era restituire al pubblico la complessità della sua ricerca, mostrando come dietro quelle tele esista un percorso umano e artistico molto più ampio. Il mercato racconta una parte della storia di Rothko, ma certamente non la più importante.
Cosa spera che il pubblico porti con sé una volta uscita dalla mostra?
Mi auguro che il visitatore riesca a concedersi il tempo necessario per entrare in relazione con queste opere. La pittura di Rothko non chiede di essere osservata rapidamente: richiede ascolto, silenzio e disponibilità emotiva. Se anche una sola persona uscirà dalla mostra con uno sguardo diverso sul suo lavoro, avremo raggiunto il nostro obiettivo.

Mark Rothko, Autoritratto
Se dovesse consigliare un’opera davanti alla quale fermarsi qualche minuto in più, quale sceglierebbe?
Probabilmente il primo Autoritratto. È un’opera molto diversa da quelle per cui Rothko è universalmente conosciuto, ma racconta un momento fondamentale della sua formazione. Guardandola si comprende come la ricerca che lo porterà ai grandi campi cromatici sia il risultato di un lungo percorso, fatto di dubbi, sperimentazioni e continue trasformazioni

Nicole Valenti e Arturo Galansino. Foto cortesia dell’autrice

