Aprile 1951. Parte la 18° Mille Miglia. È un evento attesissimo, tutta l’Italia trepida e attende la corsa che Enzo Ferrari considerava la più bella del mondo. Inaspettatamente vengono schierate alla partenza quattro Aurelia B20 GT coupé, le nuove berlinette della Lancia presentate pochi giorni prima al Salone dell’Automobile di Torino. Per di più le vetture sono in condizioni assolutamente normali, senza specifiche preparazioni sportive, tranne qualche cavallo e un tergicristallo in più, paraurti e coppe delle ruote in meno. Per precisa scelta aziendale, da anni la Lancia non veniva soprannominata la sportiva in abito lungo o in doppiopetto, a seconda del punto di vista femminile o maschile del fenomeno, una vera icona di stile e simbolo glamour, ambita conquista delle celebrity del tempo, da Roberto Rossellini a Gary Cooper, da Ranieri di Monaco a Fausto Coppi, da Piero Taruffi a Jean Manuel Fangio.
L’origine dibattuta della Lancia Aurelia B20
Il clamoroso successo che le arrise suscitò anche qualche contestazione mai del tutto risolta. Ancora oggi è difficile stabilire se un simile capolavoro sia esclusiva opera del genio indiscusso di Pininfarina, come si riteneva all’epoca della produzione, dato che dal ‘52 fu incaricato da Lancia di costruire le B20 occupandosi anche delle varie evoluzioni (sei versioni, successivamente etichettate come “serie”), o di Felice Mario Boano che negli anni ’80 ne rivendicò la paternità, poiché patron e designer della Carrozzeria Ghia, cui Lancia aveva affidato, in tandem con Viotti, la costruzione dei primi esemplari, quasi cento. Comunque sia, già dal termine della produzione la B20 cominciò ad essere ricercata dagli appassionati, tanto da diventare oggetto da collezione fin dagli anni ’70.
Ciò le ha consentito una percentuale di sopravvivenza relativamente alta rispetto ad altre vetture coeve, grazie al prestigio, all’eleganza senza tempo ed alla godibilità delle prestazioni. Degli oltre 3.800 esemplari costruiti sembra ne esistano ancora diverse centinaia, che quando si affacciano negli annunci o nelle aste internazionali vengono generalmente trattati, se in ottime condizioni, a cifre non inferiori ai 150 mila euro; vetture con un passato sportivo documentato possono invece raggiungere o anche superare il milione di euro. Anche per la B20 ha avuto un certo clamore un’operazione di “restomod”, cioè la ricostruzione con modifiche ed aggiornamenti più o meno radicali di esemplari originali.
Partecipa alle competizioni, quantomeno ufficialmente. Ma il nuovo direttore generale Gianni Lancia (il figlio del fondatore) non disdegna affatto questa opportunità, anche se tutto lo stato maggiore della Casa, a cominciare dalla Presidente, cioè sua mamma Adele, è contrario alle competizioni.
Quell’escamotage di Gianni Lancia
Gianni Lancia inventa quindi un escamotage. Le vetture da impiegare in corsa, di colori diversi l’una dall’altra, vengono intestate direttamente ai piloti, assumendo quindi (come prevedeva allora il codice della strada) targhe diverse a seconda della provincia di residenza del pilota stesso. Una lettera a parte ristabilisce la verità, precisando che la reale proprietaria è la Casa produttrice. La B20 n. 332 guidata da Giovanni Bracco, un abbiente pilota biellese, fu protagonista di una performance davvero eccezionale sotto un autentico diluvio, grazie al suo equilibrio ed alla sua regolarità di marcia, riuscendo a mantenere un’elevatissima velocità in tutta la gara indipendentemente dalla variabilità del percorso.
Sfiorò il colpaccio
L’auto vincitrice, la Ferrari di Villoresi, nonostante vantasse una velocità ed una potenza più che triple, giunse ai controlli di Firenze dopo più di mille chilometri di corsa con soli due minuti di vantaggio su Bracco e dovette attendere la fine delle strade appenniniche (dopo Bologna) per riuscire ad incrementare il distacco, grazie ai lunghi rettilinei.
Solo dopo si è saputo che la B20 aveva addirittura sfiorato il colpaccio, un’incredibile vittoria da debuttante alla prestigiosa Mille Miglia, visto che la Ferrari di Villoresi aveva avuto per parte della corsa un problema al cambio che avrebbe potuto portarla al ritiro; fu solo la perizia di Villoresi a togliere alla B20 un sicuro successo, quando per ironia della sorte proprio Villoresi fu il pilota che portò l’Aurelia al primo e all’ultimo successo della sua storia, rispettivamente al Rallye del Sestriere del ’51 la berlina con la B10 e al Rallye dell’Acropoli del ’58 proprio con la coupé B20.
Una berlina sportiva
Anche la berlina aveva avuto infatti un impiego sportivo da parte di piloti privati, evidenziando quelle doti che indussero la Lancia a predisporne una versione sportiva. La B10 berlina era stata presentata nel ’50 per sostituire l’Aprilia nata nell’anteguerra ed aveva una struttura moderna senza rinunciare al classico schema Lancia. Era sobria e di gran classe, con una linea a struttura portante disegnata in Lancia, ma che trasse forse ispirazione in parte dal prototipo dell’A10 8 cilindri predisposto da Ghia in tempo di guerra e in parte (soprattutto per il frontale con l’iconico scudo Lancia) da un’Aprilia di Pininfarina dell’immediato dopoguerra.
La raffinatezza tecnica, il fiore all’occhiello
Ma il suo fiore all’occhiello era la raffinatezza tecnica, la stessa poi adottata anche dalla coupé B20 e dalla leggendaria B24, la spider/convertibile che sarà poi definitivamente consacrata dal film “Il sorpasso” di Dino Risi. Il motore della B10 era un sei cilindri a V di 60 gradi (1754,9 c.c.) di nuovissima concezione e primo al mondo su una vettura di serie; ispirato alla classica architettura a V dei motori Lancia (già adottato ad esempio da Lambda e Aprilia) fu un capolavoro dell’Ingegner De Virgilio, che riuscì a ricavare un leggero e brillante propulsore con un funzionamento di straordinaria regolarità, uniformità di coppia ed assenza di vibrazioni.
Una sofisticata particolarità
Altra sofisticata particolarità era nella posizione del cambio, collocato con la frizione nel retrotreno in blocco con il differenziale, per una ottimale distribuzione dei pesi; le sospensioni, a quattro ruote indipendenti nei primi modelli, adotteranno poi un assale rigido De Dion con balestre in luogo della sospensione posteriore. La presentazione della coupé B20 GT avverrà il 2 aprile 1951 suscitando enorme impressione. La linea fece scalpore: con passo accorciato rispetto alla berlina, era filante e slanciata, con il frontale caratterizzato dalla grande calandra a scudo, ridotta vetratura laterale, il tetto basso e spiovente verso una coda rastremata e arrotondata.
L’equilibrio insuperabile di tutte le componenti era la cifra fondamentale della vettura: la grande armonia stilistica era completata dall’ottimale equilibratura del potente motore 2 litri (in seguito 2,5) e dell’eccellente telaio, e quindi dal bilanciamento complessivo della vettura. Le finiture erano di gran pregio, si percepiva in ogni particolare la grande qualità dei materiali e si apprezzava una confortabilità, una elasticità ed una guidabilità fino ad allora quasi sconosciute.
Lancia Aurelia B20, il perfetto connubio fra eleganza e sportività
Il perfetto connubio tra la classica eleganza Lancia e una sportività esuberante, ma non aggressiva e tutt’altro che chiassosa, da vera signora piemontese quale era, fecero sì che la sua denominazione “Gran Turismo” fu da lì in poi adottata da tutto il settore automobilistico per contraddistinguerla dalle altre vetture in grado di unire eleganza, confort e prestazioni sportive.
Non esisteva fino ad allora un’altra automobile capace di essere perfettamente a suo agio davanti ad un hotel di lusso o alla prima della Scala così come sulle piste di gara, tanto da primeggiare alla Mille Miglia o alla 24 Ore di Le Mans, conquistare tutto il podio alla Targa Florio, vincere il rally di Montecarlo, la Liegi-Bastogne-Liegi, la Stella Alpina ecc.
Veniva soprannominata la sportiva in abito lungo o in doppiopetto, a seconda del punto di vista femminile o maschile del fenomeno, una vera icona di stile e simbolo glamour, ambita conquista delle celebrity del tempo, da Roberto Rossellini a Gary Cooper, da Ranieri di Monaco a Fausto Coppi, da Piero Taruffi a Jean Manuel Fangio. Il clamoroso successo che le arrise suscitò anche qualche contestazione mai del tutto risolta.
Di Pininfarina o di Felice Mario Boano?
Ancora oggi è difficile stabilire se un simile capolavoro sia esclusiva opera del genio indiscusso di Pininfarina, come si riteneva all’epoca della produzione, dato che dal ‘52 fu incaricato da Lancia di costruire le B20 occupandosi anche delle varie evoluzioni (sei versioni, successivamente etichettate come “serie”), o di Felice Mario Boano che negli anni ’80 ne rivendicò la paternità, poiché patron e designer della Carrozzeria Ghia, cui Lancia aveva affidato, in tandem con Viotti, la costruzione dei primi esemplari, quasi cento.
Comunque sia, già dal termine della produzione la B20 cominciò ad essere ricercata dagli appassionati, tanto da diventare oggetto da collezione fin dagli anni ’70. Ciò le ha consentito una percentuale di sopravvivenza relativamente alta rispetto ad altre vetture coeve, grazie al prestigio, all’eleganza senza tempo ed alla godibilità delle prestazioni.
Il mercato odierno della Lancia Aurelia B20
Degli oltre 3.800 esemplari costruiti sembra ne esistano ancora diverse centinaia, che quando si affacciano negli annunci o nelle aste internazionali vengono generalmente trattati, se in ottime condizioni, a cifre non inferiori ai 150 mila euro; vetture con un passato sportivo documentato possono invece raggiungere o anche superare il milione di euro. Anche per la B20 ha avuto un certo clamore un’operazione di “restomod”, cioè la ricostruzione con modifiche ed aggiornamenti più o meno radicali di esemplari originali.
Dal ritrovamento fortuito nei pressi di Londra della B20 di Bracco protagonista nel ‘51 alla Mille Miglia, a Le Mans ed anche alla Carrera Messicana, lo specialista inglese Thornley Kelham ha dapprima restaurato in maniera impeccabile e con modalità filologiche la gloriosa rediviva, che poi è stata venduta in un’asta internazionale a cifre mai divulgate, ma si presume con almeno sei zeri.
Poi, traendo ispirazione da quell’esemplare, ha prodotto ben nove B20, partendo da esemplari irrecuperabili, dotandone sei di motore Flaminia e tre di un V6 “Busso” Alfa Romeo ed equipaggiandole tutte con componenti ed accessori moderni. Le B20 Kelham, denominate “Outlaw” (proprio così, fuorilegge, sottolineando il sacrilegio compiuto) sono state messe in vendita a prezzi vicini alle 400 mila sterline ed una di esse, rivenduta in una recente asta, ha di gran lunga superato la soglia delle 500 mila.

