Quasi trent’anni dopo la presentazione del progetto originario, lo scorso 4 novembre ha finalmente aperto il chiacchierato Grand Egyptian Museum (GEM), il nuovo Museo egizio, nuova meta culturale (e turistica) ai piedi delle piramidi di Giza.

L’origine del nuovo Museo egizio, il Grand Egyptian Museum
Pensata e proposta nel 1992 dall’allora presidente egiziano Hosni Bumarak, la costruzione del museo è iniziata solo nel 2002 sui 117 acri di terreno resi disponibili dal governo al di fuori della capitale Il Cairo. Nel 2003 il progetto architettonico dell’edificio è stato affidato allo studio irlandese Heneghan Peng, che aveva già alle spalle diversi progetti legati ad istituzioni museali internazionali (tra cui lo Storm King Art Center di New York e la National Gallery of Ireland a Dublino).

Sin dall’inizio della sua storia, la costruzione del museo è stata parecchio travagliata. Bloccata tra il 2010 e il 2011 per le proteste legate alla Primavera Araba – durante la quale Bumarak si è dimesso – i lavori si sono ulteriormente bloccati durante la pandemia COVID-19.
Stando a quanto evidenziato sul sito del GEM, il 97% dei lavori strutturali previsti sono stati completati nel 2020, mentre nel 2024 le sale principali del museo sono state parzialmente aperte al pubblico.
L’attenzione sull’apertura del nuovo Museo egizio e la partecipazione politica internazionale
Ma perché il Grand Egyptian Museum ha attirato così tanto l’attenzione negli ultimi giorni? Un primo motivo è sicuramente l’investimento fatto dal governo egiziano nel corso dell’ultimo ventennio, dove per investimento non intendiamo solo l’accezione economica della parola (il costo totale del progetto è stato di 1 miliardo di dollari), ma anche quella politica e culturale.

Se da un lato, infatti, il 12% del prodotto interno lordo del Paese è basato sul turismo – dato che il governo vorrebbe portare al 20% proprio con l’apertura del museo – dall’altro il GEM sembra anche un tentativo di riportare l’Egitto al centro della scena culturale internazionale. Anche la sua pomposa apertura, avvenuta alla presenza di diverse autorità politiche estere e corredata di uno spettacolo di led (che ha ricordato in qualche modo la cerimonia di apertura delle Olimpiadi), ci suggerisce questa lettura.
Il contenuto delle sale: dal tesoro di Tutankhamon all’obelisco di Ramses II
Il governo egiziano ha presentato i reperti del museo come la più grande collezione del mondo “dedicata a una sola civiltà”. Gli spazi, studiati per contenere circa 100.000 artefatti, sono stati progettati dallo studio Heneghan Peng per essere in competa connessione con l’ambiente e la storia circostanti (sono impressionanti le foto delle vetrate del museo, collegate da un asse visuale alle vicinissime piramidi). Gli interni dell’edificio – che ricorda la forma di un ventaglio – sono stati divisi in ordine cronologico partendo dal periodo predinastico (6000-3150 a.C.) e arrivando all’era copta (313-641 d.C.).

Varcando l’ingresso del museo si viene subito accolti da uno dei suoi elementi più pregiati: una colossale statua del faraone Ramses II (1303-1212 a.C) dal peso piuma di 83 tonnellate. Scolpita circa 3200 anni fa e scoperta nel 1820 vicino all’antica Menfi, la statua è legata all’imponente obelisco che si trova nella piazza antistante il GEM. Alto poco più di 15 metri, l’obelisco di Ramses II è il primo “obelisco rialzato” della storia egiziana. Lo scalone d’onore – che ospita sarcofagi reali e statue di divinità quali Ptah e Sekhmet – conduce ad un’altra zona chiave del museo. Qui si trova la collezione del “faraone bambino” Tutankhamon (1341-1323 a.C circa), la più grande mai esposta dal momento della scoperta della tomba del re egizio, avvenuta nel 1922 ad opera dell’archeologo britannico Howard Carter.

Tra i 5500 reperti, il più affascinante è la maschera funeraria dorata di Tutankhamon, posta all’interno del sarcofago che conteneva i resti del faraone. Il GEM ricomprende poi diciassette laboratori dedicati alla conservazione e al restauro degli artefatti esposti, oltre che uno spazio dedicato agli abitanti del Cairo. Questi ultimi possono infatti accedere al parco pubblico appositamente creato sui cinque ettari di terra che circonda il museo.
Restituzione di artefatti egiziani e la posizione del governo del Cairo
Per il governo egiziano – in particolare per l’archeologo ed ex ministro del turismo Zahi Hawass – l’apertura del Grand Egyptian Museum è stata “un sogno” che ha permesso l’introduzione di una narrativa più moderna per la cultura e la politica del Paese. Lo stesso Hawass, ha però subito introdotto il tema della restituzione di reperti rubati da potenze straniere nel corso dei secoli. Secondo l’ex ministro, il governo britannico, francese e tedesco dovrebbero attivarsi per restituire all’Egitto la Stele di Rosetta, lo Zodiaco di Dendera e il Busto di Nefertiti. L’apertura del GEM sarà dunque l’occasione per riaprire un dialogo sul rimpatrio dei beni culturali illegittimamente esportati dal suolo egiziano? Rimaniamo in attesa dei prossimi sviluppi di questa vicenda.

