«La filantropia sta entrando in un nuovo capitolo», afferma Maximilian Martin, responsabile globale della filantropia di Lombard Odier, nel redigere l’ultimo rapporto del gruppo sulle attività filantropiche della clientela del gruppo, tutta hnwi quando non uhnwi (almeno 30 milioni di dollari di patrimonio investibile). La novità del “capitolo” però, almeno apparentemente, non tocca la continuità dei flussi di beneficenza, dato che l’80% degli intervistati dichiara che le generazioni sono allineate su valori e motivazioni. Soprattutto, sul restituire qualcosa alla comunità resta la ragione principale del dare in tutti e quattro i mercati, citata dal 42% del campione. Al momento, i flussi filantropici transfrontalieri provengono da 47 paesi, che insieme valgono l’83% del Pil mondiale, sfiorano gli 82 miliardi di dollari.
“Restituire” qualcosa alla comunità di cui si fa parte
Gli under 45 risultano più del doppio propensi a mettere al primo posto l’impatto misurabile (19% contro 7%) e l’innovazione (27% contro 13%). Non è un rigetto dei valori ereditati, è la loro professionalizzazione: più sperimentazione, più consulenza specialistica, più collaborazione con pari, organizzazioni non governative e amministrazioni pubbliche. Il nuovo manuale del dare poggia su cinque pilastri (finalità, struttura, evidenza, collaborazione, eredità) che non sono tappe in sequenza, ma una lente per capire dove una famiglia si trova.
Chi sono gli intervistati? I rappresentanti di 260 grandi patrimoni con almeno un milione di franchi svizzeri di attività investibili, suddivisi in due gruppi: metà sotto e metà sopra i 45 anni. Si consideri che, nei prossimi due decenni, fino a 83mila miliardi passeranno di mano per via successoria.
Vi sono fenomeni di polarizzazione: negli Stati Uniti per esempio, i tagli di donazioni da 600 milioni di dollari in su hanno pesato per circa 22 miliardi in un solo anno, mentre la fidelizzazione dei donatori di fascia media si erodeva.
In Svizzera
Nella Confederazione elvetica, oltre 13.700 fondazioni benefiche attive, più di 100 miliardi di franchi di patrimonio e circa 6 miliardi di erogazioni annue rendono quell’area uno degli ecosistemi filantropici più densi d’Europa. L’82% degli intervistati registra allineamento generazionale; la totalità giudica importante la sostenibilità di lungo periodo dei progetti e il 98% gli esiti misurabili.
La Svizzera è anche il paese in cui gli hnwi parlano maggiormente di filantropia in famiglia (il 46% lo fa con regolarità: è la quota più alta del campione). Qui, il 50% si attende dal proprio gestore patrimoniale l’integrazione del dare nella strategia complessiva. Andrea Studer, amministratrice delegata di Fondation Botnar, riassume l’ambizione in una formula: «il capitale filantropico è il capitale di rischio della società per il bene pubblico».
Singapore
La città-Stato contava – secondo il rapporto – 2.406 enti benefici registrati nonché duemila family office monofamiliari a fine 2024, circa dieci volte il numero di cinque anni prima. Dal 2024 il Philanthropy Tax Incentive Scheme riservato ai family office premia non solo il contributo erogato ma la competenza: chi aderisce deve dotarsi di professionalità filantropiche interne.
Primato nell’uso di portali per i fondi a destinazione suggerita dal donatore (35%), di cruscotti per il monitoraggio dell’impatto (43%) e di software dedicati (28%), con il 60% che prevede di ricorrere a veicoli nuovi o diversi. Eppure l’86% continua a donare in modo estemporaneo e, a fronte di un 91% disposto a collaborare, la collaborazione effettiva resta contenuta. Per Esther Chang, dell’Asia Philanthropy Circle, la ragione è semplice: «se non c’è fiducia, è davvero difficile far partire le collaborazioni».
Dubai e la banca dello sviluppo islamica
Negli Emirati Arabi Uniti la tradizione islamica del dono sta entrando in un’architettura istituzionale moderna. A Dubai si contano 1.294 waqf (il termine indica una fondazione pia di diritto islamico) per 13,5 miliardi di dirham di attivi; Awqaf Dubai, l’ente che li vigila, ne amministra 251 di natura familiare per 4,8 miliardi, incluso un singolo lascito da 1,6 miliardi composto da 111 immobili, e nel 2025 ha distribuito 74,7 milioni di dirham a nove beneficiari.
La generosità, però, resta spesso informale. Il 22% degli intervistati emiratini dichiara che della filantropia non si discute mai in famiglia o negli organi decisionali – la quota più alta del campione – e la divergenza intergenerazionale su come organizzare il dare tocca il 26%. Non stupisce che il 57% chieda aiuto per costruire una strategia con indicatori di risultato. Per Badr Jafar, inviato speciale emiratino per impresa e filantropia, il passaggio generazionale in corso è anche «un trasferimento di responsabilità, di potere decisionale e di aspettative».
Il caso UK
Nel Regno Unito le donazioni sono scese da 15,4 a 14 miliardi di sterline fra il 2024 e il 2025, primo arretramento dal 2021; in un decennio il paese ha perso sei milioni di donatori, pari a 12,4 miliardi di sterline di mancate entrate per il terzo settore, secondo le stime della Charities Aid Foundation.
Il Regno Unito è il caso ammonitore. L’infrastruttura c’è (185.000 enti registrati in Inghilterra e Galles e 99 miliardi di sterline di spesa benefica annua) e anche il consenso familiare: 86% di allineamento sui valori, 83% sulla strategia. Fra gli under 45 il 78% considera molto importanti gli esiti misurabili, contro il 48% degli over 45.
Manca il tessuto connettivo della filantropia fra gli hnwi: l’80% dichiara di voler collaborare con altri filantropi, ma solo l’8% lo fa davvero, e il 72% indica proprio la collaborazione come prima area in cui vorrebbe essere aiutato. Nel frattempo, 560 milioni di sterline di Gift Aid restano ogni anno inutilizzati.
3 tendenze della filantropia hnwi di qui al il 2036
Uno. Filantropia istituzionale e grandi donatori aumenteranno, mentre la partecipazione diffusa si assottiglierà. Sorgerà un problema di legittimità nel momento in cui una platea sempre più ristretta orienterà l’agenda della società civile.
Due. La misurazione è destinata a sostituire il capitale nel ruolo di vincolo.
Tre. Singapore e il Golfo emergeranno non più soltanto come piazze in cui amministrare ricchezza, ma come fonti di capitale filantropico, competenze e modelli. Il tutto in un contesto regolamentare più stringente, che rende via via più difficile muovere risorse oltre confine.
Resta aperta la domanda di fondo: che la filantropia diventi più efficace nella misura in cui diventa più finanziaria, avverte Lombard Odier, è per ora un’ipotesi e non un risultato: a metterla alla prova non saranno i totali aggregati (con ogni probabilità continueranno a salire), ma la capacità di allargare la partecipazione e di misurare ciò che il denaro “produce” realmente.

