Un legame nato da un’amicizia profonda e cresciuto nel tempo, fino a diventare un impegno concreto a sostegno della Fondazione Ambrosoli. È la storia di Massimo Gianolli, amministratore delegato di Generalfinance e presidente di La Collina dei Ciliegi, che da anni affianca la Fondazione nelle sue iniziative a favore dell’ospedale di Kalongo e delle comunità più fragili.
Un percorso fatto di fiducia, condivisione e partecipazione diretta, che Gianolli porta avanti anche dentro la propria azienda, coinvolgendo collaboratori e altri imprenditori in progetti di solidarietà, cura e responsabilità sociale. Perché, racconta a We Wealth, il vero valore del dono non sta solo nel sostegno economico, ma nel tempo, nell’ascolto e nella capacità di generare buon esempio.
Che cosa l’ha colpita inizialmente di questa realtà e cosa l’ha convinta a restarle accanto?
Credo nelle storie che durano nel tempo e quella della Fondazione Ambrosoli è davvero molto bella, perché ha tutti gli ingredienti per farlo. Sono legato a Giovanna Ambrosoli da una profonda e lunghissima amicizia e credo che proprio attraverso l’amicizia si possa avere maggiore fiducia anche sulla destinazione dei fondi. In più, ho sempre visto quanto amore Giovanna, il team della Fondazione e le persone che le sono vicine mettano in questa iniziativa e da quanto tempo si occupino dell’ospedale di Kalongo.
Da dove nasce questa sua sensibilità al dono e come si è intrecciata nel tempo con il suo rapporto con la Fondazione Ambrosoli? È qualcosa che ha sempre fatto parte del suo modo di vedere il ruolo dell’impresa e della persona?
Credo che questa sensibilità nasca prima di tutto dal nostro intimo, da una propensione che spesso si manifesta presto e poi si sviluppa nel tempo. È anche una conseguenza della fortuna che ho avuto nella vita, una fortuna che, in forme e proporzioni diverse, credo ognuno di noi abbia ricevuto. Anche donare un euro, un’ora o un minuto del proprio tempo a qualcuno che ne ha bisogno, offrire una parola di conforto o un sostegno concreto può essere estremamente importante. All’interno della nostra azienda prendiamo parte a diverse iniziative che mettono le persone al centro, creando occasioni di incontro e di vicinanza sostenendo chi vive situazioni di fragilità che è lo stesso approccio umano e relazionale che ho trovato nella Fondazione Ambrosoli.
Sul fronte aziendale, come si traduce concretamente il suo impegno? È importante che questa attenzione possa coinvolgere anche chi lavora con lei?
È una missione anche questa, in realtà. Io cerco di trascinare virtuosamente i miei colleghi, anche nel cercare sempre di guardare negli occhi gli altri colleghi, di essere attenti, leali e di curarsi dei loro bisogni.
In azienda abbiamo sviluppato diverse iniziative. Alcuni colleghi hanno figli con gravi problemi di salute e, in questi casi, oltre ad ascoltarli, abbiamo cercato di dare una mano sostenendo anche le associazioni di cui fanno parte. Sosteniamo iniziative di prevenzione della salute, femminile e maschile, ci occupiamo del patrimonio artistico italiano, in continuità con l’attenzione alla salute e alla cura che ho imparato a conoscere attraverso la Fondazione Ambrosoli.
Nella mia vita imprenditoriale, questo “dare” mi ha restituito moltissimo, forse anche più di quanto potessi meritare. Per questo credo che noi imprenditori abbiamo il compito di coinvolgere anche altri imprenditori, mostrando che tutto questo si può fare senza difficoltà, se alla base ci sono cuore, passione e disponibilità a dedicare tempo agli altri.
Oltre all’importanza del dare per ricevere, in questi anni di vicinanza alla Fondazione, qual è l’insegnamento più importante che ha interiorizzato e fatto suo?
È un percorso virtuoso, e lo dimostra il lavoro e l’attività diuturna portata avanti da Giovanna Ambrosoli, anche nello sviluppo di nuove iniziative, alcune delle quali mi vedono coinvolto direttamente. Ho capito quanto sia centrale la continuità della relazione nel tempo: non basta un gesto isolato, per quanto generoso. La continuità del supporto e la vicinanza costante ad un’organizzazione, generano risultati significativi. È la relazione che si consolida anno dopo anno, la presenza costante, la fiducia che cresce – quella fa la differenza, sia per chi dona sia per chi riceve. Condividere e sviluppare attività sempre nuove contribuisce a mantenere viva l’attenzione sugli obiettivi della Fondazione, ma è la profondità del legame nel tempo a moltiplicarne i risultati.
In questo senso, insieme a Giovanna, stiamo studiando un viaggio che non abbia come unica tappa Kalongo, ma che diventi un’esperienza più ampia in Uganda, capace di unire la visita ai progetti della Fondazione a momenti di scoperta del territorio. Anche questo nasce da quella stessa logica: non un evento straordinario e isolato, ma un modo per rafforzare ulteriormente una relazione che dura nel tempo. L’idea è proprio quella di respirare il contesto in cui la Fondazione opera ogni giorno. Credo che nulla avvicini davvero a una causa quanto poterne osservare i frutti con i propri occhi. È un modo per trasformare il sostegno in qualcosa di ancora più concreto e personale, e per rafforzare ulteriormente quel legame che, nel tempo, è la vera radice di tutto.
Che cosa direbbe a un imprenditore, come lei, che guarda con interesse al Terzo Settore ma non ha ancora scelto di impegnarsi in prima persona?
La risposta è più semplice di quanto si pensi: bisogna creare occasioni di incontro, mettersi a disposizione e dedicare tempo alla sensibilizzazione. Raccontare le esperienze vissute, condividere ciò che si è visto e imparato. Per questo credo che la cosa più importante sia fare, raccontare quello che si fa e si vive. Noi mettiamo a disposizione gli spazi, il Club Duomo 18 a Milano, le sedi aziendali, gli spazi de La Collina dei Ciliegi, per invitare altre persone e per “contaminarle”, facendo conoscere loro i progetti della Fondazione Ambrosoli e di altri enti che supportiamo.
In questo senso, il contributo e il tempo di un imprenditore o di un manager possono essere davvero decisivi. Il tempo, in particolare, spesso vale molto di più del denaro, ma soprattutto può generare flussi, idee che moltiplicano la potenzialità di raccolta e di aiuto. Alla fine, ciò che conta davvero è il buon esempio: in famiglia, in azienda e in ogni contesto in cui scegliamo di impegnarci.

