Dietro ogni lascito solidale c’è una scelta patrimoniale, ma anche una visione del futuro: ciò che si desidera lasciare, i valori che si vogliono trasmettere, l’impatto che un gesto privato può generare nel tempo.
We Wealth ha intervistato Giovanna Ambrosoli, presidente della Fondazione Dr. Ambrosoli Memorial Hospital, realtà che sostiene l’ospedale di Kalongo, in Uganda, e che nei lasciti solidali riconosce non solo una risorsa economica e di sostegno al Terzo settore, ma “un atto di fiducia” e “un modo per avere cura di chi verrà dopo di noi”. Nella sua prospettiva, il lascito diventa infatti un modo per trasformare parte del proprio patrimonio in un’eredità concreta, destinata a durare oltre la vita di chi la compie.
Lascito solidale e pianificazione successoria
Si parla di lascito solidale quando, attraverso il proprio testamento, si sceglie di destinare una parte del patrimonio a un’organizzazione non profit: un immobile, una somma di denaro o un bene prezioso. “È un atto di grande lungimiranza e di una generosità che non cerca nulla in cambio, perché richiede di separare il gesto dalla gratificazione immediata, affidandosi all’organizzazione prescelta non solo per quello che fa oggi, ma per quello che sarà capace di fare domani. Richiede, in fondo, di pensare a sé stessi non come donatori ma come costruttori di qualcosa che ci sopravvive”, spiega Ambrosoli.
Si tratta di uno strumento che interessa da vicino anche consulenti patrimoniali e family office, chiamati ad accompagnare i clienti non soltanto nella trasmissione del patrimonio, ma anche nella continuità dei valori che desiderano lasciare alle generazioni future. Come ricorda Ambrosoli, “lo strumento può inserirsi in una corretta pianificazione successoria, nel rispetto delle quote di legittima spettanti agli eredi e, per gli enti beneficiari ammessi dalla normativa, senza imposte di successione.”
Il suo potenziale è, infatti, significativo. “Secondo Fondazione Cariplo, nello scenario più realistico analizzato, i lasciti testamentari destinati al Terzo settore potrebbero raggiungere 35,7 miliardi di euro entro il 2040. Una prospettiva che rende ancora più importante il ruolo di advisor, consulenti legali e family officer nell’aprire, con sensibilità e competenza, una conversazione spesso rimandata”, aggiunge.
“Per una realtà come la nostra, il valore di un lascito va ben oltre la dimensione economica e la risposta a un bisogno immediato. L’ospedale di Kalongo, in Uganda, ha 286 posti letto, un reparto di maternità con circa tremila parti all’anno, una scuola di ostetricia con 150 studentesse in corso annualmente. Le donazioni ordinarie ci permettono di rispondere al presente. I lasciti ci permettono di pensare al futuro”, chiarisce Ambrosoli.
Lascito solidale: da una scelta personale a un aiuto concreto
La storia della Fondazione Dr. Ambrosoli affonda le sue radici nell’opera di padre Giuseppe Ambrosoli, medico missionario arrivato a Kalongo nel 1956. Da un piccolo dispensario materno diede vita a un ospedale e a una scuola di ostetricia, lavorando in Uganda per trentadue anni, fino alla morte durante la guerra civile. Alla Fondazione ha lasciato un’opera concreta, ma soprattutto una visione: “la centralità della persona, la cura dei più vulnerabili, la fiducia nel futuro anche quando il futuro sembra incerto”.

È dentro questa storia che si inseriscono i lasciti ricevuti dalla Fondazione. Ognuno, racconta Ambrosoli, è diverso, per questo il lascito può rappresentare “una storia di vita, di affetti e di scelte”, capace di dire qualcosa di profondo su chi lo ha fatto.
“Ad esempio, ricordo il caso di Maria Stella, un’insegnante in pensione. Un pomeriggio stava sfogliando un settimanale e si è soffermata su una parola: Uganda. Ha letto dell’ospedale di Kalongo, dei bambini che faticavano a raggiungere il primo compleanno, delle madri che rischiavano la vita a ogni parto. Non ci conosceva ancora, ma dopo quel momento, ha pensato al proprio futuro e ha deciso di lasciare una parte del proprio patrimonio alla Fondazione”, racconta.
C’è poi la storia di Giovanni, “che non conoscevo e che sapeva di avere un tempo breve davanti a sé”, precisa Ambrosoli. Grazie al suo lascito è nata la Casa dei Volontari, una struttura che consente a decine di medici, specializzandi e volontari che arrivano dall’Italia di prestare la propria opera a Kalongo. Ancora oggi, il suo lascito è fondamentale per garantire l’accoglienza ai tanti professionisti qualificati che vanno a Kalongo, portando competenze, aiuto e vicinanza a un ospedale che altrimenti rimarrebbe isolato. “Giovanni non c’è più, ma la Casa dei Volontari continua ad accogliere medici e volontari”, aggiunge.
Come Fondazione Dr. Ambrosoli custodisce le donazioni
Chi sceglie un lascito solidale spesso lo fa pensando a ciò che potrà lasciare dopo di sé. Fondazione Ambrosoli custodisce questa eredità e porta avanti questo gesto nel tempo, assicurandosi che l’intenzione di chi dona continui a tradursi in progetti concreti.
“La custodia di un lascito non comincia quando lo riceviamo. Comincia ogni giorno, nel modo in cui lavoriamo, rendicontiamo, prendiamo decisioni”, spiega Giovanna Ambrosoli. “Chi sceglie di lasciare qualcosa alla Fondazione – aggiunge – lo fa perché vede coerenza tra quello che diciamo e quello che facciamo”.

Un lascito può essere vincolato a un progetto specifico, come la ristrutturazione di un reparto o il finanziamento di una borsa di studio, oppure libero. In questo secondo caso, le risorse permettono alla Fondazione di intervenire dove il bisogno è più urgente, pianificare gli interventi e garantire la sostenibilità operativa dell’ospedale. “In tutti i casi, la libertà di un lascito è una forma di fiducia assoluta”, sottolinea Ambrosoli.
Una fiducia che richiede struttura, trasparenza e responsabilità. L’impegno della famiglia Ambrosoli si è trasformato in Fondazione nel 1998; dal 2011, una struttura organizzativa dedicata consente di rendere l’aiuto continuativo, pianificato e rendicontabile. È così che l’eredità di padre Giuseppe Ambrosoli continua a essere portata avanti “con professionalità, trasparenza e criteri di gestione rigorosi”.
Il modello, però, resta quello lasciato da padre Giuseppe. “Quando è stato costretto a evacuare l’ospedale di notte, a seguito di un perentorio ordine militare durante la guerra civile, non sapeva se sarebbe rimasto qualcosa. Eppure, non ha mai perso la fiducia”, racconta Ambrosoli. A Kalongo, l’intera comunità si organizzò per preservare ciò che sentiva proprio: “non un edificio, ma una comunità che si prende cura di qualcosa perché lo sente suo”.
Ogni lascito entra in questa storia. “Lo custodiamo perché sappiamo cosa significa ricevere un’eredità e non tradirla”, conclude.
Tutte le foto sono courtesy della Fondazione Dr. Ambrosoli

