Arte, scienza e tecnologia nell’era dell’intelligenza artificiale
Che cosa significa essere un artista nell’era dell’intelligenza artificiale?
L’ingresso sempre più rapido di algoritmi, sistemi di intelligenza artificiale, modellazione digitale, scanner e tecnologie di fabbricazione avanzata nel mondo dell’arte ha reso questa domanda tutt’altro che teorica. Se per secoli pennello, scalpello e materia hanno rappresentato gli strumenti attraverso cui l’artista trasformava un’idea in opera, oggi tra intuizione e risultato finale può inserirsi una sequenza molto più complessa, fatta di dati, codice e processi computazionali.
Non significa necessariamente rinunciare alla manualità. Al contrario, una parte della ricerca contemporanea sembra muoversi proprio nella direzione opposta: utilizzare le possibilità offerte dalla tecnologia per tornare alla materia e ampliare ciò che la mano e lo sguardo dell’artista possono realizzare.
Il confine diventa così sempre più difficile da tracciare. La tecnologia può essere uno strumento, può contribuire alla generazione di una forma e, con l’intelligenza artificiale, può arrivare persino a produrre risultati apparentemente autonomi. Il nodo centrale resta quello dell’autorialità: il valore dell’opera continua a dipendere dalla capacità dell’artista di scegliere, interpretare e attribuire significato a ciò che la tecnologia rende possibile.
Il mercato mette alla prova l’AI
Il mercato ha già cominciato a confrontarsi con questa trasformazione. Nel 2025 Christie’s ha organizzato Augmented Intelligence, la prima asta di una grande casa interamente dedicata all’arte realizzata attraverso l’intelligenza artificiale. La vendita ha totalizzato 728.784 dollari, superando le stime iniziali; il 48% dei bidder apparteneva alle generazioni Millennial e Gen Z e il 37% dei registrati era nuovo per Christie’s. Il risultato più alto è stato raggiunto da Machine Hallucinations – ISS Dreams – A di Refik Anadol, venduta per 277.200 dollari: un’opera sviluppata a partire da oltre 1,2 milioni di immagini della Stazione Spaziale Internazionale e di satelliti, rielaborate attraverso sistemi di machine intelligence.
Non è quindi soltanto una trasformazione degli strumenti. Sta cambiando anche il modo in cui un’opera viene concepita, prodotta e infine riconosciuta dal mercato.

Arte tecnologica e nuovo collezionismo
I numeri mostrano che l’interesse dei collezionisti verso i nuovi linguaggi non è più marginale. Secondo la Art Basel and UBS Survey of Global Collecting 2025, condotta su 3.100 high-net-worth collectors in dieci mercati internazionali, il 51% degli intervistati aveva acquistato almeno un’opera digitale nel 2024 o nella prima metà del 2025. L’arte digitale rappresentava inoltre il 14% della spesa complessiva in fine art del campione, collocandosi al terzo posto tra i medium, quasi alla pari con la scultura.
Il dato diventa ancora più significativo se letto all’interno di una trasformazione più ampia del collezionismo: non soltanto cresce l’interesse per strumenti e linguaggi differenti, ma aumenta anche l’apertura verso artisti nuovi. Nella stessa indagine, il 66% dei collezionisti dichiarava di aver acquistato opere di artisti scoperti per la prima volta nel periodo considerato, mentre il 35% della spesa era destinato ad artisti nuovi ed emergenti.
Anche le principali istituzioni del mercato stanno accompagnando questo cambiamento. Art Basel ha introdotto e successivamente ampliato Zero 10, la piattaforma dedicata all’arte dell’era digitale, mentre generative art, sistemi algoritmici e intelligenza artificiale sono entrati stabilmente nelle programmazioni di case d’asta, gallerie e fiere internazionali.
Tecnologia e materia nel lavoro dell’artista Antonio Barbieri
Per capire come queste trasformazioni entrino concretamente nella pratica artistica, il confronto con Antonio Barbieri (foto apertura) offre un punto di osservazione particolare. La sua ricerca si muove tra scultura, dati e strumenti tecnologici: utilizza sensori e sistemi di acquisizione dati, scanner progettati o modificati personalmente, algoritmi, modellazione tridimensionale e stampa 3D, per poi riportare il risultato nella dimensione fisica attraverso modellazione, assemblaggio, incisione, fusione e pittura.

Il suo percorso ha incrociato negli ultimi anni istituzioni e contesti diversi: nel 2024 è stato tra i tredici finalisti della decima edizione del Premio VAF Stiftung, con un percorso espositivo tra la Stadtgalerie di Kiel e il Mart di Rovereto; nel 2025 ha presentato la personale Sculpter l’invisible presso NM Contemporary nel Principato di Monaco. Nello stesso periodo, nell’ambito del progetto Spazio del Possibile di Banca Ifis a Venezia, ha sviluppato un lavoro a partire dai dati di Economia della Bellezza, successivamente acquisito dalla banca.

La sua ricerca trova oggi una delle espressioni più complete in La materia della vita, personale appena inaugurata a Palazzo Pretorio di Certaldo e curata da Davide Sarchioni. I diciotto lavori inediti intrecciano dati biologici, algoritmi e osservazione scientifica; il percorso arriva fino a Protogenìa robotica, una scultura-macchina dotata di sensori, microcomputer, software e motori, capace di rilevare luce, suono e presenza e di modificare il proprio comportamento in relazione all’ambiente.

È da qui che prende avvio il dialogo con Barbieri: non tanto per definire una nuova categoria artistica, quanto per capire quale spazio resti alla scelta, all’intuizione e alla manualità dell’autore quando dati, algoritmi e macchine entrano nel processo creativo.
La scultura nell’era degli algoritmi, intervista ad Antonio Barbieri
1. Vieni da una formazione tradizionale, legata all’Accademia di Belle Arti, ma la tua ricerca utilizza oggi strumenti come modellazione digitale, algoritmi, scansioni e stampa 3D. Che cosa significa per te fare scultura oggi? E dove collochi il confine, se ancora esiste, tra pratica scultorea tradizionale e tecnologia?
Nel mio percorso ho cercato un modo per far convivere queste due anime: la pratica scultorea classica e ciò che oggi la tecnologia rende accessibile, come materiali compositi, nuove leghe e nuove lavorazioni. Credo che questa nuova gamma di materiali e soluzioni possa, e debba, essere integrata con la tecnica scultorea più tradizionale.

Oggi fare scultura significa confrontarsi, specialmente in Italia, con il lascito di gran parte della storia dell’arte, con quello che i grandi maestri ci hanno lasciato in ambito scultoreo. Allo stesso tempo, credo che quel linguaggio oggi non basti più: non riesce più a raccontare, come faceva prima, sia la parte fisica sia la parte astratta di noi stessi. Secondo me qualcosa dentro di noi si è spezzato, e l’unico modo per raccontarci attraverso la scultura e ricucire quello strappo è la tecnologia, che ci offre un modo per raccontare noi stessi in una forma completamente diversa. Dare una forma a ciò che non vediamo e portarla nel mondo reale può farci capire qual è la nostra forma, in questo momento.

Quanto al confine, non credo esista un vero confine. Si sposta man mano che cresciamo, come individui e soprattutto come civiltà: più avanziamo tecnologicamente, più la linea tra fare manuale e tecnologia si fa sottile. Sono due elementi che si compenetrano, e quel confine si sposta sempre più in là.
2. Molte delle tue opere nascono dall’osservazione di fenomeni naturali che vengono raccolti sotto forma di dati e successivamente trasformati attraverso processi digitali. Puoi raccontarci concretamente il tuo processo creativo, dal primo momento di osservazione fino alla forma finale dell’opera?
Non esiste un vero e proprio processo creativo che seguo sempre. Di solito tutto nasce da ragionamenti che faccio osservando fenomeni naturali anche molto semplici, per esempio un temporale, oppure da qualcosa che ho letto o da una suggestione. Da lì parte un’elaborazione mentale, e cerco di darle una costruzione quasi scientifica. Prima verifico che la suggestione abbia un’attinenza con la realtà. Poi, una volta chiaro dove voglio andare, mi costruisco un processo da zero, tagliato su misura su quell’idea. Questo vale anche per i processi produttivi: stampa 3D, modellazione, algoritmi, acquisizione di dati. Sono strumenti nati per scopi diversi, che io concateno in una sorta di processo di distillazione: la forma passa da uno stato all’altro, dall’idea mentale all’oggetto fisico.

Concretamente, parto da una suggestione, la traduco in dati e da quei dati ricavo una forma grezza, come una roccia trovata, che poi scolpisco prima in digitale e infine nella materia. I dati li prendo da ovunque. Possono essere immediati, come i dati della luce, oppure molto più complessi, come i dati storici, quelli tassonomici o quelli economici e geopolitici, che raccontano problemi enormi. A volte li raccolgo io, con dispositivi costruiti apposta, e li metto in relazione con dati sul mio corpo. Altre volte appartengono a un tempo già concluso. Sono comunque file di numeri che di per sé non significano nulla: bisogna dargli un senso. Costruisco allora un algoritmo, o una serie di tool, che li decodifichi e li trasformi in punti nello spazio, e sono quei punti a generare la forma grezza.
3. Nelle tue opere la tecnologia non sembra essere semplicemente uno strumento di produzione: interviene nella stessa genesi della forma. Quanto controllo eserciti sul risultato e quanto, invece, lasci che siano il dato, l’algoritmo o il processo digitale a produrre qualcosa che non avevi previsto?
È una cosa che ho notato già da molto tempo, lavorando con questo approccio ibrido. I processi di produzione industriale hanno un inizio e una fine e sono scanditi in modo metodico e preciso per definizione. Un processo artistico, invece, ha in sé una fortissima componente caotica. Lavorando tra questi due mondi, è possibile perdersi.

Mi capita spesso di trovarmi davanti a un vicolo cieco: imposto un workflow, arrivo a un certo punto e il risultato non è la forma che volevo. Magari il dato o l’algoritmo mi suggeriscono una forma che io rifiuto. Sembra un errore, ma in realtà quell’output è un punto di incontro tra me e l’algoritmo, e mi mostra una delle possibilità. Lo rimetto allora nel processo e lo riutilizzo: quello che sembrava un vicolo cieco è una visione laterale della stessa cosa, e genera altre domande, altre forme, altri workflow.
La tecnologia può suggerire, anche in modo involontario, soluzioni innovative, e da lì si può ripartire e costruire un pezzo di ricerca del tutto inaspettato. Ogni scelta apre nuove strade, che a loro volta ne aprono altre, in una ramificazione continua. È lo stesso modo in cui procede la natura, se ci pensi.
4. Negli ultimi anni il rapporto fra arte e tecnologia è diventato sempre più centrale, dall’intelligenza artificiale all’arte generativa fino alla fabbricazione digitale. Come guardi a questa evoluzione? Pensi che questi strumenti stiano semplicemente ampliando le possibilità dell’artista oppure che stiano modificando più profondamente il nostro stesso concetto di opera e di autorialità?
È un terreno molto ostico. Penso che questi strumenti possano, e debbano, ampliare la creatività e in generale tutto ciò che l’essere umano può sognare di costruire. Li vedo come uno strumento interessante, che può portare a uno sviluppo molto fruttuoso.

Quanto all’autorialità, non credo che l’intelligenza artificiale la metta in crisi. Anche gli esseri umani si nutrono di ciò che è venuto prima, ma nel farlo ci mettono sé stessi: quando creano sono felici, innamorati, arrabbiati, e tutto questo finisce nell’opera. Un’opera davvero grande tiene insieme l’artista, il suo tempo e la materia. Crea un’aura che va oltre l’oggetto. L’intelligenza artificiale può imitare il risultato, ma non la somma di questi tre elementi.
Credo che siamo solo all’inizio. L’idea di renderci passivi, di addormentarci in un sonno profondo in cui la storia è già finita, per me è un abbaglio. Dobbiamo invece usare tutte le risorse che abbiamo, tecnologiche e intellettuali, per andare avanti. Purtroppo non ci è permesso di essere spettatori.
5. Le tue opere nascono spesso da elementi invisibili a occhio nudo: dati, strutture biologiche, processi naturali, che attraverso la tecnologia diventano oggetti fisici. Ti interessa l’idea che la scultura possa rendere visibile qualcosa che normalmente non possiamo vedere?
Sì, e credo sia la questione del nostro tempo. Viviamo una doppia identità, visibile e invisibile. Nella parte invisibile, quella digitale, siamo incanalati e imbrigliati in strade a senso unico, che ci sono state imposte. Nella mia ricerca cerco di scardinare questi percorsi obbligati e di portare quel mondo nella realtà.

In questo passaggio, quando vado a strappare forme che sembrano venire da un altro universo per portarle nel nostro, si innescano processi che per me sono quanto di più vicino al concetto di magia o di miracolo, perché qualcosa di ultraterreno diventa terreno. Per questo scelgo la scultura, che deve fare i conti con la materia e costringe l’invisibile a diventare reale.

