Intervista esclusiva a Laura Gervasoni, direttrice generale di Patek Philippe Italia
“Un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce. E si tramanda”: non è necessario essere appassionati di storia della pubblicità per riconoscere uno dei motti più celebri di tutta la comunicazione del lusso. La frase racchiude tutto ciò che rileva nell’alto di gamma: identità, cura, valori. Gli stessi che hanno guidato la vita imprenditoriale del recentemente scomparso Philippe Stern (1938-2026), terza generazione della famiglia che nel 1932 rilevò Patek Philippe; gli stessi che dal 1999 persegue Laura Gervasoni, direttrice generale di Patek Philippe Italia. We Wealth l’ha incontrata a Milano lo scorso ottobre, a latere della ‘Watch Art Grand Exhibition’ 2026, al CityOval, l’ex Palazzo delle Scintille nel vecchio quartiere Fiera. Una tappa quasi obbligata dopo Dubai, Monaco di Baviera, Londra, New York, Singapore, Tokyo, un omaggio al Belpaese e alle sue bellezze con apposite creazioni ultra esclusive.

Il modello 5531G-013 proposto in edizione limitata di soli cinque esemplari in occasione della WATCH ART™ Grand Exhibition – Milano 2026. La mappa della città ospitante è rappresentata, in versione notturna, sul quadrante in smalto Grand Feu cloisonné. La sua creazione ha richiesto 45 cm di filo d’oro (~0,15 g) e una tavolozza di 12 colori di smalto. I nomi sul disco delle città sono in italiano e “Milano” è messo in evidenza in rosso. La lancetta delle ore traforata in oro bianco è di tipo “Croce del Sud”, mentre quella dei minuti presenta un taglio a losanga. La cassa in oro bianco di 40,2 mm di diametro con anse traforate, così come la carrure e il cursore, esibiscono un motivo guilloché a mano “Clous de Paris”. Il cinturino in pelle di vitello blu scuro martellata è dotato di fermaglio déployant in oro bianco
L’Italia è davvero così rilevante per il mercato degli orologi?
Lo è sempre stata. È un mercato storico, di clienti appassionati, con conoscenze tecniche approfondite, amanti dell’estetica. Dei nostri orologi apprezzano anche le rifiniture invisibili.
Dagli anni ’80-‘90 a oggi come sono cambiati i flussi d’acquisto?
La produzione è limitata, mentre la domanda è cresciuta in modo esponenziale. I quantitativi per ogni mercato li stabilisce la casa madre. Quando ho cominciato io, il nome del marchio era meno conosciuto. Oggi è arcinoto, il bacino della clientela si è allargato. La spinta all’acquisto ha motivazioni diverse: la tecnica, lo status o l’estetica e il design, cui guardano soprattutto le signore.

Patek Philippe 5531G-013, dettaglio
Merito dunque delle donne?
Non solo. La domanda è aumentata anche perché sono cambiati i canali di comunicazione. Le campagne pubblicitarie sono fondamentali; ma la vera rivoluzione sono stati i social media. Nel bene e nel male: sulle reti sociali l’informazione non è né controllata né filtrata, e a volte non è nemmeno corretta.
Che ruolo hanno per voi gli influencer?
A livello corporate non li utilizziamo per la promozione. Per la ‘Watch Art Grand Exhibition’ abbiamo fatto un’eccezione; l’obiettivo è un altro: avvicinare alla mostra un pubblico più ampio di quello dei collezionisti tradizionali.

Patek Philippe 7040/250G-011. Esemplare esemplare unico in oro bianco che riproduce, attraverso la tecnica della pittura miniata su smalto, il “mosaico fiorentino”, con cui gli artigiani, soprattutto italiani, realizzavano straordinarie decorazioni naturalistiche in pietre dure. La composizione floreale si ispira a un tavolo del XVII secolo conservato a Firenze. L’artigiano smaltatore ricopre innanzitutto il quadrante con un fondo nero in smalto Grand Feu, applicando quindi da due a tre strati di smalto grisaglia, che costituiscono la base del motivo floreale. Sulla lunetta scintillano 168 diamanti (~0,83 ct). Il tempo è scandito da lancette “alpha” stampate a rilievo in oro bianco. Il cinturino in alligatore verde turchese lucido è chiuso da una fibbia ad ardiglione in oro bianco con 26 diamanti (~0,19 ct) e richiama le tonalità del quadrante
E quando sono gli appassionati a parlare spontaneamente di Patek Philippe, il marchio ne beneficia?
Non abbiamo niente in contrario, ovviamente: il mito si accresce. Accettiamo tanto i commenti positivi che quelli negativi; l’unica cosa che auspichiamo è che le informazioni siano corrette, giacché una volta in circolo è impossibile intervenire.
Tutti i pezzi delle edizioni limitate e della collezione di Alto Artigianato dedicate all’Italia (25 pezzi, sei pendolette Dôme, una pendoletta da tavolo, quattro orologi da tasca e 14 da polso) sono in vendita? Da che prezzo?
Assolutamente sì. I nostri rivenditori ne sono venuti a conoscenza solo nel giorno dell’anteprima della mostra. Per gli orologi da polso dedicati all’Italia, i prezzi sul mercato primario partono da 137mila euro.

Patek Philippe 995/151G-001, inequivocabile omaggio a Dante Alighieri e al ritratto che ne fece Sandro Botticelli
Molti di questi pezzi, prima o poi, ricompariranno in asta, la cassa di risonanza più potente dell’alta orologeria. Per dire, nel novembre 2025 da Phillips, la ref. 1518 in acciaio è stata aggiudicata a 14,19 milioni di franchi svizzeri, circa 17,6 milioni di dollari. Come guarda Patek Philippe al mercato delle aste, con tutto il suo carico di pubblicità?
Lo seguiamo, ovviamente; è impensabile non farlo. Ma non lo utilizziamo come mezzo di comunicazione.
Avete mai pensato di presidiare direttamente il vintage o il secondo polso?
Siamo concentrati sulla produzione degli orologi attuali. Il vintage o il secondo polso, per adesso, non è contemplato. In futuro, chissà.
Quanto tempo ha richiesto la collezione dedicata all’Italia?
Circa due anni.
Quanti sono gli artigiani della manifattura?
È un’informazione che preferiamo non divulgare.
È difficile trovarne?
Cerchiamo sempre nuovi talenti e artisti anche per la necessaria varietà nei temi: dipingere un quadrante non è come dipingere una grande tela; e non tutti si sentono portati per certi soggetti: c’è chi predilige gli animali, chi i paesaggi, chi le mappe del mondo. Tecniche diverse richiedono mani diverse, ed è difficile trovare figure polivalenti. Lo stesso orologio con intarsio in legno passa dall’intarsiatore allo smaltatore. Il lavoro di squadra è importantissimo: lo scopo è sempre quello di arrivare a un prodotto finale eccelso.

Uno dei momenti della mostra watch Art Grand Exhibition a Milano. ©Meschina
Pendolette e orologi da tasca: che riscontro hanno?
Patek Philippe ha continuato a produrli proprio per evitare che quel savoir-faire andasse perduto. Quando sono entrata in azienda, la richiesta non era così elevata; adesso è elevatissima. Man mano che il cliente viene educato al bello, i suoi acquisti evolvono: si parte da un determinato modello ‘classico’ per arrivare poi a questi pezzi particolari.
Chi li compra?
Sono oggetti ornamentali, li compra chi ama adornare la propria abitazione.
I suoi due Patek Philippe del cuore, uno d’epoca e uno in produzione.
Ce ne sono tanti. Tra quelli d’epoca, forse per la loro peculiarità, amo le linee disegnate da Gilbert Albert (il designer ginevrino firmò per la Maison, tra ’50 e ‘60, casse asimmetriche oggi ricercatissime, ndr). Tra quelli attuali sono molto affezionata al Twenty~4, perché è nato con me: sono entrata in Patek Philippe nel 1999, è stato il mio primo acquisto.

Patek Philippe 992/193J-001. Questo esemplare unico in oro giallo è un omaggio all’isola veneziana di Burano, nota per i suoi canali su cui si affacciano le case dai colori vivaci. Lo sfondo è stato dapprima guilloché a mano con un motivo “a onde”, destinato a rimanere visibile sotto lo smalto traslucido. Lo smalto cloisonné ha richiesto circa 2,8 m di filo d’oro (~1,75 g) e una tavolozza di ben 70 colori di smalti trasparenti, opachi e semi-opachi
I dipendenti sono agevolati in questo?
Non c’è nessun privilegio nell’acquisto diretto, ci sono regole severe. Si può acquistare un orologio ogni tot anni, non esiste alcuna corsia preferenziale per i modelli più richiesti, che restano destinati ai clienti, e non si può accedere a quelli appena lanciati. Quando ho iniziato io era più facile, ma con la crescita della domanda e della società è stato necessario introdurre dei paletti.
Come si trova un’italiana in una maison così puramente svizzera?
Molto bene, altrimenti non sarei rimasta tutti questi anni. Ho avuto la fortuna di entrare quando la società aveva dimensioni contenute: ho un ottimo rapporto con la proprietà, conoscevo il padre dell’attuale presidente di Patek Philippe Thierry Stern, la quarta generazione.
Qual è stata l’eredità più importante di Philippe Stern?
Una frase che ha sempre ripetuto: ‘non dimentichiamo mai da dove veniamo’. Patek Philippe non è sempre stata quella odierna. Thierry racconta sempre che suo padre gli diceva: ‘non dimentichiamo mai da dove veniamo: abbiamo iniziato con un tavolo e due sedie’.
Articolo pubblicato originariamente su We Wealth magazine n. 95. Abbonamenti qui.

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