Donne imprenditrici? Più in Angola e Togo che in Italia

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L’Italia guadagna il podio del tasso più basso di imprenditorialità femminile nell’anno della crisi, accompagnata da Polonia e India. Sul versante opposto Angola e Togo

Nel 2020 solo sei delle 43 economie analizzate dal Global entrepreneurship monitor mostrano tassi di attività imprenditoriale “al femminile” nelle fasi iniziali di creazione di un’azienda pari a quelli degli uomini

Almeno una donna su cinque sta avviando o gestendo una nuova attività in America Latina e nei Caraibi, nonché in Kazakistan, Burkina Faso, Togo e Angola. I tassi più bassi di imprenditorialità femminile si registrano in Italia, Polonia e India

La curva della propensione all’imprenditorialità, nell’anno della crisi, ha conosciuto una decisa impennata verso il basso. Secondo un’indagine del Global entrepreneurship monitor (Gem), che ha coinvolto un campione di oltre 135mila soggetti in età adulta (tra i 18 e i 64 anni) distribuiti in 43 paesi in giro per il mondo, il 43% conosce qualcuno che ha interrotto la propria attività nel 2020 a causa della pandemia, contro il 25% di coloro che hanno avviato una nuova azienda nel cuore dell’emergenza. Un contesto che, per Niels Bosma, presidente del Consiglio di amministrazione del Gem, sottolinea la necessità per i governi di concentrarsi “non solo sul mantenere in vita le imprese esistenti” ma sul creare anche “terreno fertile per una nuova imprenditorialità che possa salvaguardare i posti di lavoro del futuro”. Oltre a generare nuovo reddito e innovazione, se si assottigliasse anche il persistente gap di genere.
Nel 2020, infatti, solo sei delle 43 economie analizzate mostrano tassi di attività imprenditoriale “al femminile” nelle fasi iniziali di creazione di un’azienda almeno pari a quelli degli uomini. Ma nessuna nel Nord America e in Europa, dove nove dei 20 paesi del cluster riportano meno di una donna su venti che avvia o gestisce una nuova impresa. Al contrario, dimostra il Gem, una donna su cinque (se non di più) sta avviando o gestendo una nuova attività in ciascuna delle sei economie dell’America Latina e dei Caraibi, nonché in Kazakistan, Burkina Faso, Togo e Angola. Sebbene i dati siano stati raccolti nell’agosto del 2020 e potrebbero non riflettere ampiamente l’impatto della crisi pandemica sulle donne imprenditrici, chiariscono i ricercatori, “la maggior parte delle nuove imprese” hanno dunque maggiore probabilità “di essere avviate da uomini piuttosto che da donne”.
Fonte: Global entrepreneurship monitor
Nel dettaglio, i tassi più bassi di imprenditorialità femminile si registrano in Italia, Polonia e India. Sul versante opposto Medio Oriente e Africa, con poco più della metà delle donne adulte in Angola e più di un terzo in Togo che avviano o gestiscono nuove attività. Complessivamente, solo sei economie riportano un livello di imprenditorialità “rosa” superiore a quella maschile, tutte provenienti dall’Asia centrale o orientale, dal Medio Oriente e dall’Africa. Mentre i rapporti più bassi si registrano ancora una volta in Italia e India, accompagnate dall’Egitto. “Ognuno di questi paesi riporta circa tre uomini che iniziano o gestiscono nuove imprese per ogni donna che fa lo stesso”, si legge nello studio. E la scarsa partecipazione delle donne finisce per ridurre anche i livelli complessivi di imprenditorialità.

“Sebbene sia incoraggiante vedere come in sei paesi il livello di imprenditorialità femminile corrisponda o superi quello maschile, mentre il divario di genere risulta più contenuto in altri, ci sono ancora troppe economie in cui è molto più probabile che gli uomini inizino un nuovo business rispetto alle donne”, osserva il Gem. Senza dimenticare che alcune evidenze mostrano come la percentuale di donne che iniziano o gestiscono nuove attività nel 2020 sia diminuita più bruscamente rispetto alla percentuale maschile (si parla di 22 paesi), “forse perché le donne sono state più pesantemente gravate dal lavoro domestico”. Un trend, concludono i ricercatori, che necessita di essere invertito se non si vuole limitare la creazione di nuovi posti di lavoro, prodotti e servizi. Oltre ad arginare l’impatto (negativo) della disuguaglianza su redditi, economia e società.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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