Più si è ricchi e meno tasse si pagano. E in Italia?

Teresa Scarale
Teresa Scarale
9.6.2021
Tempo di lettura: 3'
Se non si risiede in un paradiso fiscale, può sembrare un controsenso. Invece può capitare anche in paesi del tutto “normali”, come gli Usa (e l'Italia). Così, accade che Bezos, Buffett, Musk & co. si trovano a pagare tasse irrisorie, o del tutto pari a zero. E in maniera del tutto legale. Ne abbiamo parlato con l'avvocato tributarista Alessandro Montinari
Lo scoop di ProPublica è noto: gli uomini più ricchi del mondo (Jeff Bezos-Amazon, Elon Musk-Tesla, Warren Buffett) hanno pagato pochissime tasse rispetto al loro reddito. A volte un ammontare pari a zero. Con la sua inchiesta “The Secret IRS Files” il sito americano di giornalismo investigativo è venuto in possesso di alcuni file dell'agenzia delle entrate americana (la Internal Revenue Services) dai quali risulta per esempio che mr. Amazon nel 2007 e nel 2011 pagò imposte pari a zero. Idem per il signor Tesla, nel 2018. Lo stesso caso è accaduto in anni recenti e diversi a George Soros, Michael Bloomberg, Carl Ichan. Come mai?
La verità è che – riporta l'inchiesta – i beni immobiliari e i pacchetti azionari non vengono negli Usa inclusi nel reddito imponibile, se non quando si procede alla loro vendita. Stante questa normativa, la testata ha calcolato che nel quinquennio 2014-2018 i 25 americani più abbienti hanno pagato imposte ad un'aliquota del 3,4%, a fronte di a fronte di un aumento complessivo di ricchezza di 401 miliardi di dollari. Il campione dell'elusione risulta essere Warren Buffet, che nello stesso periodo si è trovare a corrispondere un gettito pari allo 0,1% del suo patrimonio. Il confronto con la classe media Usa è impietoso. Sempre considerando il 2014-2018, gli stipendiati a stelle e strisce hanno versato imposte pari all'aumento della loro ricchezza.
E in Italia? Risponde l'avvocato tributarista Alessandro Montinari: «Nel nostro sistema fiscale, per quanto riguarda le imposte sui redditi, non abbiamo delle norme che favoriscano la produzione del reddito e la sua conseguente minor tassazione». Nel nostro sistema, il carico impositivo (l'aliquota) anzi aumenta al crescere del reddito, proprio per dare attuazione «ai principi costituzionali di capacità contributiva e di progressività dell'imposta ex art.53».

C'è però un ma. Il regime impositivo italiano presenta un aspetto di estremo favore rispetto ad altri paesi: quello delle tasse di successione. I nostri grandi patrimoni non sono favoriti tanto dal punto di vista delle imposte dirette, quanto da quelle indirette. È tutelata la trasmissibilità del patrimonio. «Possiamo contare su una franchigia di 1.000.000 di euro per gli ascendenti diretti, ossia figli e coniuge», prosegue l'avvocato. E al di sopra di questa soglia «si hanno comunque aliquote che arrivano a un massimo dell'8%. In Francia, per dire i patrimoni vengono tassati al 45% al momento della successione». Né appaiono all'orizzonte cambiamenti. La proposta di Enrico Letta di innalzare al 20% l'aliquota della tassa di successione per i patrimoni superiori ai 5.000.000 di euro non ha trovato molto favore, nemmeno nell'esecutivo.

Vi sono poi in Italia regimi fiscali che attenuano il carico impositivo, pur non annullandolo. «Si pensi a quello per i neo-residenti. Oppure al forfettino, in virtù del quale i redditi fino a 75.000 euro pagano il 15%, che può scendere addirittura fino al 5% se si avvia una nuova attività. O ancora, al sistema pensato per il rientro dei cervelli, il quale prevede la possibilità di avere una base imponibile molto inferiore a quella ordinaria». Si tratta però, specifica Alessandro Montinari, «di cornici pensate più per redditi medi e medio-bassi».
Caporedattore della sezione Pleasure Asset di We Wealth. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia e mercati dell’arte. È in We Wealth dalla sua fondazione

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