- Secondo il Miur, attualmente gli atenei pubblici contano 1.561.895 iscritti, pari all’80% del totale; uno studente su cinque, invece, studia in un’università privata
- Carbone: “All’avvicinarsi dell’obiettivo sarebbe infine opportuno operare in una logica life cycle, riducendo progressivamente il livello di rischio”
L’inizio del nuovo anno accademico è ormai alle porte. Un momento cruciale per universitari e universitarie, ma anche una fase di riflessione per neo e futuri genitori. Mentre le matricole si preparano a popolare le aule degli atenei, c’è chi inizia a riflettere sul futuro dei propri figli. Del resto, guardare agli investimenti col telescopio, in una fase in cui il caro istruzione corre più dell’inflazione, mette anche al riparo dalle oscillazioni dei mercati. Senza dimenticare che i percorsi di istruzione privati sono sempre più numerosi: secondo i dati del Miur, attualmente gli atenei pubblici contano 1.561.895 iscritti, pari all’80% del totale; uno studente su cinque, invece, studia in un’università privata.
Quanto costa far studiare un figlio all’università?
Un iter scolastico che prevedesse una laurea triennale al Politecnico di Milano, per poi seguire una laurea magistrale alla Sapienza di Roma e concludersi con un Master alla London Business School potrebbe costare complessivamente circa 182mila euro da fuorisede. Si tratta di una cifra approssimativa che considera rette universitarie, affitto, mantenimento, trasporti pubblici ed eventuali extra. Partendo da questa ipotesi, We Wealth ha chiesto a smileconomy – società indipendente di ricerca e consulenza finanziaria, assicurativa e previdenziale, di elaborare tre simulazioni per i tre percorsi di studio presi in considerazione, calcolando quanto bisognerebbe essere disposti a investire in un Piano di accumulo (Pac) per garantire ai propri figli un futuro in una delle migliori università al mondo. “In tutte le simulazioni, la variabile chiave, oltre al profilo di rischio, è la tempestività nell’effettuare il Piano di accumulo”, spiega Andrea Carbone, fondatore di smileconomy.
Investire per i figli: la simulazione
Partiamo da una laurea triennale al Politecnico di Milano da fuorisede, per un costo stimato in 43mila euro all’età di 19 anni. Per i genitori che iniziassero ad accantonare risorse fin dalla nascita del bambino o della bambina, l’investimento necessario oscillerebbe tra i 122 e i 217 euro al mese. Pensandoci invece quando i figli hanno sei anni, si salirebbe a una forchetta compresa tra 210 e 303 euro mensili, per arrivare a valori compresi tra 442 e 534 euro al mese qualora si iniziasse l’accantonamento quando i figli hanno 12 anni.
Dinamiche analoghe si manifestano per una laurea magistrale all’Università Sapienza di Roma, da fuorisede, con un costo stimato in 24mila euro all’età di 22 anni. L’investimento mensile necessario varia dai 54 euro al mese di chi investisse ad alto rischio alla nascita ai 214 euro di chi iniziasse a investire a basso rischio quando i figli hanno 12 anni.
Tra le voci simulate, quella dal peso più rilevante è il Master alla London Business School da fuorisede, con un costo stimabile in 115mila euro all’età di 24 anni. In questo caso, l’investimento mensile potrebbe variare dai 222 euro al mese di chi investisse fin dalla nascita del bambino o della bambina in una linea ad alto rischio fino agli 870 euro di chi iniziasse a 12 anni optando per una linea a basso rischio.
Gli strumenti alternativi al Pac
“Complessivamente si tratta di cifre impegnative, che fino all’età di 19 anni possono andare dai 398 euro fino ai 1.618 euro al mese”, aggiunge Carbone. “Prima ancora della scelta dello strumento, è dunque necessario essere tempestivi, facendosi aiutare dai mercati finanziari, reinvestendo i guadagni e ottenendo i benefici della capitalizzazione composta”. Il Piano di accumulo è lo strumento ideale per arrivare progressivamente al proprio obiettivo, diminuendo il rischio di oscillazione dei mercati. Ma le alternative che consentono un investimento graduale sono diverse: dai Piani di accumulo in Etf alle polizze assicurative, passando per i fondi di investimento. “Esistono poi strumenti dedicati al percorso educativo con un orizzonte temporale predefinito oppure si potrebbero valutare addirittura dei titoli di Stato come i Btp, con una data di scadenza prossima al ciclo di studi”, interviene l’esperto.
Secondo Carbone, gli ingredienti per guidare nella scelta sono il livello di competenze dell’investitore, il profilo di rischio e l’ampiezza della diversificazione che desidera ottenere. “Le stime mostrano come, all’aumentare dell’orizzonte temporale, la scelta di un profilo di rischio più elevato aiuti a contenere le risorse da investire. Al contrario, un basso livello di rischio consente di dormire sonni più tranquilli, ma richiede l’afflusso di maggiori risorse”, spiega l’esperto. “All’avvicinarsi dell’obiettivo sarebbe infine opportuno operare in una logica life cycle, riducendo progressivamente il livello di rischio”, dice Carbone.
“Per comprendere le differenze tra gli strumenti e individuare un profilo di rischio coerente con le proprie necessità è fondamentale il ruolo del consulente, che aiuti a definire obiettivi, priorità e soluzioni ideali. Anche perché i figli sono un motore di bisogni, per una famiglia, che va oltre gli studi: significa parlare di mantenimento del reddito (attraverso coperture in caso di premorienza) ma anche di benessere (sanità integrativa o non autosufficienza) e perfino di previdenza, aprendo il prima possibile un fondo pensione alle neonate e ai neonati per godere di benefici fiscali e maggiori flessibilità”, osserva l’esperto. “Diventare genitori è un viaggio nella vita, ma anche un viaggio nella pianificazione finanziaria, assicurativa e previdenziale, per garantire maggiore serenità e solidità a tutti i componenti del nucleo familiare”.
(Articolo tratto dal n° di settembre 2025 di We Wealth.
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