Azioni, clean energy in caduta libera: i fondi che battono la crisi

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Un pannello solare e una turbina eolica bianca sotto un cielo azzurro e terso, a simboleggiare l'azione verso l'energia rinnovabile. Il pannello solare è angolato perfettamente, mentre l'imponente turbina eolica si erge maestosa sullo sfondo di nuvole sparse.

L’indice S&P global clean energy transition è scivolato di oltre il 13% nell’ultimo anno, toccando livelli che non si osservavano dal 2020. Ma le performance tra le diverse azioni divergono in modo importante, così come anche quelle dei fondi di categoria. Ecco chi resiste alla bufera-Trump

Indice

  • L’indice S&P global clean energy transition è scivolato di oltre il 13% nell’ultimo anno. Una performance che si confronta con il -2,31% dell’S&P Global Bmi Energy (Sector) e con il +19,04% dell’S&P Aerospace and Defense Select Industry
  • Zerbinati (Fida): “L’ampiezza delle performance, con rendimenti annui che spaziano da risultati in territorio positivo sino a flessioni più o meno accentuate, conferma che il potenziale di crescita si accompagna a rischi non trascurabili”

“Trivellare, baby, trivellare”. La frase ripetuta da Donald Trump in ogni comizio elettorale, diventata uno slogan della sua radicale agenda sull’ambiente, continua a risuonare mentre le azioni del settore dell’energia pulita traballano in Borsa. L’indice S&P global clean energy transition è scivolato di oltre il -13% nell’ultimo anno, toccando livelli che non si osservavano dal 2020. Una performance che si confronta con il -2,31% dell’S&P Global Bmi Energy (Sector), più esposto a petrolio e gas, ma anche con il +19,04% dell’S&P Aerospace and Defense Select Industry, con i titoli della difesa che corrono sulle speranze di una crescita della spesa in Europa.

Perché la clean energy scivola in Borsa

Alcuni investitori credevano che le azioni dell’energia pulita avrebbero tirato un sospiro di sollievo alla fine dello scorso anno, quando i tassi di interesse si sono stabilizzati o hanno iniziato a scendere e i prezzi dell’elettricità sono aumentati. Ma la decisione del presidente americano di congelare i fondi non ancora spesi dall’Inflation Reduction Act – la spina dorsale della transizione ecologica voluta da Joe Biden nel 2022 – ha contribuito a fomentare un sentiment negativo. Senza dimenticare l’annuncio del ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, il trattato internazionale adottato nel 2015 da circa 200 paesi per limitare il riscaldamento globale ben al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali.

Le energie alternative: un territorio di frontiera

“Il comparto degli azionari settoriali dedicati alle energie alternative si configura come un territorio di frontiera, sospeso tra ambiziose promesse di una transizione verde e la naturale volatilità di un mercato ancora in divenire”, racconta a We Wealth Monica Zerbinati, financial analyst dell’ufficio studi di Fida. “L’ampiezza delle performance rilevate in questo segmento, con rendimenti annui che spaziano da risultati in territorio positivo sino a flessioni più o meno accentuate, conferma che il potenziale di crescita si accompagna a rischi non trascurabili”, spiega l’esperta.

Le differenze di performance tra i fondi

Nell’arco degli ultimi tre anni, peraltro, non mancano esempi di fondi capaci di superare abbondantemente il 20% di guadagno, così come altri che hanno dovuto fare i conti con percentuali negative di pari intensità. Una dinamica che risulta ancor più evidente quando si analizzano i picchi di volatilità, spesso ben oltre il 20%, e i drawdown, che in certi casi possono superare la soglia del 50%. “Non c’è da stupirsi: la spinta verso soluzioni energetiche innovative comporta, per sua natura, un profilo di rischio più elevato”, afferma l’esperta. “La stessa struttura dei fondi tende a includere titoli di società con modelli di business non ancora pienamente consolidati, dove la ricerca e lo sviluppo di tecnologie pulite costituiscono una sfida tanto esaltante quanto esposta agli umori di mercati e politiche governative”, spiega Zerbinati, ricordando tra l’altro anche l’eterogeneità delle strategie Esg (Environmental, social, governance).

“Alcuni prodotti abbracciano l’esclusione dei settori ritenuti controversi, altri puntano sul metodo best in class, mentre in certi casi la preferenza va all’integrazione di parametri ambientali, sociali e di governance lungo l’intero processo di investimento. Non mancano comparti che si dichiarano tematicamente sostenibili, con un focus specifico sull’ambito ambientale, ma ognuno declina questa impostazione in modo diverso. Chi privilegia un approccio impact tende a cercare investimenti in progetti con un’impronta tangibile sul territorio, altri si concentrano sull’azionariato attivo, promuovendo un dialogo serrato con il management delle aziende in cui investono”, dice l’esperta.

Fondi: la distizione tra art. 8 e 9 dell’Sfdr

La distinzione fra prodotti conformi all’articolo 8 e all’articolo 9 della Sustainable finance disclosure regulation o Sfdr, la normativa sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, introduce poi un ulteriore livello di lettura. “Gli art.9, in particolare, si contraddistinguono per un obiettivo dichiaratamente sostenibile e una selezione dei titoli spesso più stringente, sebbene nella pratica esistano molteplici gradazioni di verde. Ciò implica che un investitore interessato non possa limitarsi alla mera classificazione, ma debba indagare la coerenza fra strategia dichiarata e portafoglio effettivo”, afferma Zerbinati.

L’impatto dei costi: commissioni fino a oltre il 2%

“Un cenno doveroso va rivolto ai costi, che possono variare sensibilmente. Alcuni fondi propongono spese di gestione particolarmente competitive, altri presentano commissioni più elevate, talvolta superiori al 2%”, continua l’esperta. Nel valutare la sostenibilità economica dell’investimento, la comparazione fra costi e rendimenti attesi diviene cruciale, soprattutto in fasi di mercato meno brillanti in cui un onere troppo oneroso può erodere i profitti con celerità. “La sfera degli azionari specializzati nelle energie rinnovabili non è un’oasi immune dalle turbolenze”, sostiene in effetti Zerbinati. “Tuttavia, la prospettiva di assecondare un trend di portata storica, nonché di contribuire (almeno in parte) alla metamorfosi energetica del pianeta, conserva un fascino indiscusso”.

Come investire nelle energie rinnovabili adesso

Secondo Zerbinati, chi sceglie di addentrarsi nei fondi azionari specializzati nelle energie rinnovabili dovrebbe dunque munirsi di un orizzonte temporale adeguato e di uno spirito analitico che vada al di là delle mere performance di breve periodo. “Se è vero che il vento può cambiare direzione con imprevedibile rapidità, è altrettanto vero che le vele di chi investe nella transizione verde, quando ben orientate, possono intercettare correnti propizie in grado di regalare soddisfazioni di tutto rispetto”, suggerisce l’esperta.

I 10 migliori fondi che investono in energie alternative

Partendo da questo scenario, We Wealth ha chiesto a FIDAworkstation di selezionare i 10 migliori fondi che investono nelle energie alternative, considerando i prodotti autorizzati per la distribuzione retail in Italia. Come evidenziato nella tabella sottostante, le performance da inizio anno oscillano dal +4,98% dell’EdR Sicav Green New Deal A-Usd Cap $ al -0,66% del Mediolanum BB Energy Transition La Cap Eur. Se si osservano invece i redimenti a cinque anni, si va dal +56,21% del Pictet-Clean Energy Transition-R $ al -27,94% dell’Invesco Energy Transition R Cap $.

Zerbinati sottolinea come alcuni prodotti evidenziano una struttura più focalizzata, con una top ten che incide in modo significativo sul patrimonio complessivo, suggerendo un approccio ad alta convinzione. Altri, invece, risultano più frazionati, con un numero più elevato di posizioni e una distribuzione del capitale meno concentrata. Questa distinzione riflette diverse filosofie di gestione: da un lato, portafogli che puntano su un nucleo ristretto di titoli ritenuti strategici, dall’altro, una diversificazione più ampia per mitigare il rischio idiosincratico.

Le top azioni “green” su cui investono

“Un ulteriore elemento di differenziazione è l’impiego di strumenti derivati e voci contabili in alcune strategie, indicativo di una gestione più attiva della liquidità e delle esposizioni valutarie. Questo aspetto suggerisce che non tutti i fondi adottino un approccio puramente direzionale, ma che alcuni implementino tecniche di ottimizzazione della performance attraverso un controllo più dinamico del rischio”, aggiunge Zerbinati. A livello infine di singoli titoli, l’analisi rivela la presenza ricorrente di alcune società che sembrano costituire punti fermi nelle scelte di investimento.

“Aziende come Vestas Wind Systems, Infineon Technologies, NextEra Energy ed Edp Renovaveis compaiono in più portafogli con pesi significativi, segno di una convergenza sulle opportunità offerte da specifici segmenti di mercato. Accanto a questi nomi, si riscontrano partecipazioni in società legate all’efficienza energetica e all’elettrificazione, come Schneider Electric e Analog Devices, a conferma di un orientamento che abbraccia l’intera filiera della transizione energetica”, conclude l’esperta.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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