L’intesa raggiunta fra Iran e Stati Uniti porta benefici immediati a Teheran, con deroghe sulle esportazioni di petrolio e prodotti petrolchimici, in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. Il traffico marittimo lungo lo stretto impiegherà mesi per normalizzarsi, ma al termine di questa fase di aggiustamento i termini dell’accordo suggeriscono l’arrivo sul mercato di una quantità di petrolio potenzialmente superiore rispetto alla fase prebellica. Teheran potrà infatti tornare a commercializzare greggio su scala più ampia, con impatti favorevoli sul rientro dell’inflazione energetica.
La reazione dei prezzi ha già incorporato parte del sollievo geopolitico. Nelle quotazioni del 18 giugno, il Wti scambiava a 74,69 dollari al barile, in calo di 2,10 dollari, pari al 2,73%, mentre il Brent si attestava a 77,56 dollari, con una flessione di 1,99 dollari, pari al 2,50%. Il movimento riflette il minor rischio percepito di una strozzatura prolungata dei flussi energetici, anche se la normalizzazione fisica del traffico nello Stretto richiederà più tempo rispetto alla reazione immediata dei mercati.
La ripresa dell’offerta di greggio sarà graduale, scrive in una nota Allianz Trade: “Circa il 65% dei flussi persi dovrebbe tornare entro tre mesi e l’80% entro quattro, con piena normalizzazione solo verso fine anno. Il raffreddamento delle tensioni contribuirà a stabilizzare il Brent intorno agli 80 dollari al barile nel terzo trimestre 2026, con una successiva discesa a 75 dollari e livelli intorno ai 67 dollari entro il 2027”.
La rimozione dei vincoli sul commercio del petrolio, la vera vittoria negoziale per l’Iran, potrebbe portare a un eccesso di offerta di greggio il prossimo anno, ha riferito il Wall Street Journal, ricordando come anche gli Emirati Arabi Uniti, che hanno recentemente lasciato l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, abbiano promesso di aumentare la produzione. In particolare, una risoluzione duratura del conflitto potrebbe innescare un surplus di offerta petrolifera il prossimo anno, ha affermato l’Agenzia internazionale dell’energia: l’offerta globale dovrebbe aumentare di circa 8 milioni di barili al giorno nel 2027, superando ampiamente una ripresa della domanda globale di petrolio pari a 2 milioni di barili al giorno.
Petrolio più basso: perché l’Europa può recuperare terreno
La proiezione, se confermata nonostante le incertezze sull’effettiva firma di un accordo definitivo, non sarebbe una buona notizia solo per i consumatori. I rincari energetici persistenti sono considerati un rischio anche per le imprese e per l’orientamento della politica monetaria, in particolare in Europa, dove la dipendenza dalle importazioni energetiche pesa sulla competitività molto più che negli Stati Uniti.
Potrebbe dunque essere un momento per tornare a guardare all’azionario europeo, il cui favore fra i gestori globali, prima della firma dell’accordo Usa-Iran, aveva raggiunto il punto più basso dal dicembre 2024. “Il calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dei rischi geopolitici potrebbero consentire ai mercati e ai settori che sono stati colpiti in modo sproporzionato dal conflitto tra Stati Uniti e Iran di recuperare parte della loro recente sottoperformance”, afferma in una nota Mathieu Racheter, head of equity strategy research di Julius Baer. “È inoltre importante sottolineare che l’accordo elimina uno dei principali fattori di rischio per le azioni europee. L’Europa è stata infatti una delle regioni più esposte all’aumento dei costi energetici e alle interruzioni delle forniture durante il conflitto. Sebbene sia ancora troppo presto per puntare su una sovraperformance duratura dell’Europa rispetto agli Stati Uniti, si stanno creando sempre più le condizioni affinché i rendimenti diventino più diversificati rispetto a quanto lo fossero nella prima metà dell’anno”.
Tassi e Bce: il sollievo energetico non chiude la partita
Anche il mercato obbligazionario europeo potrebbe tirare un sospiro di sollievo. “Nell’Eurozona, il tasso a 10 anni, che si guardi al Bund tedesco decennale o all’Euribor, è sceso decisamente sotto il 3% con il concretizzarsi dell’accordo”, sottolineano gli analisti di ING in un report. “Il principale motore è il calo delle aspettative di inflazione implicite, ora al 2% sul decennale. In precedenza erano al 2,4%. Il contrasto è tra questo dato e l’inflazione effettiva nell’area del 3%, ancora in aumento. La nostra sensazione è che l’area del 3% sia un punto di approdo logico per il tasso Euribor a 10 anni, mentre per il Bund decennale vediamo un intervallo tra il 2,75% e il 3% per il prossimo futuro”.
Per la Bce, l’urgenza di avviare un nuovo ciclo restrittivo potrebbe ridursi, anche se non scomparire del tutto. “Dopo la decisione della scorsa settimana”, proseguono da ING, “continuiamo ad aspettarci un secondo rialzo dei tassi quest’estate, anche con il calo dei prezzi dell’energia. Tuttavia, ora l’inflazione dovrebbe raggiungere un picco più basso e probabilmente scendere verso il 3% nel quarto trimestre nel nostro scenario base”.
Chiude il quadro delle asset class l’oro, mai realmente favorito durante i mesi del conflitto. Con una una Fed più orientata ad aumentare i tassi, come evidenziato nel dot plot presentato mercoledì, e minore rischio geopolitico, l’oro è tornato sotto i livelli di inizio anno a 4.247 dollari l’oncia, ben lontano dai massimi toccati a febbraio (5.626,80 dollari).

