Pmi, il decreto liquidità sarà sufficiente?

Rita Annunziata
17.4.2020
Tempo di lettura: 3'
Partono le domande per ottenere la garanzia del 100% sui finanziamenti a favore delle pmi. Ma prima ancora che i prestiti vengano erogati, l'insufficienza degli strumenti dispiegati dal decreto liquidità inizia a farsi sentire. Secondo Stefano Caselli dell'Università Bocconi, si tratta infatti solo di uno step iniziale

A favore del fondo di garanzia per le pmi sono stati dispiegati oltre 1,7 miliardi di euro

Se i prestiti richiesti raggiungessero la cifra massima di 25mila euro, potrebbero essere soddisfatte 200mila richieste

“Potrebbe essere necessaria innanzitutto una dilazione più decisa del pagamento delle imposte. Poi bisognerebbe eliminare i massimali”, spiega Stefano Caselli (Bocconi)

L'emergenza liquidità chiama e l'Abi risponde, annunciando in una lettera circolare che le banche potranno iniziare a inserire sul portale del fondo di garanzia le richieste di garanzia al 100% sui finanziamenti a favore delle piccole e medie imprese e lavoratori autonomi fino a un importo massimo di 25mila euro e non superiore al 25% dei ricavi presentati nell'ultimo bilancio o nell'ultima dichiarazione fiscale. Ma prima ancora che i prestiti vengano erogati, la possibile insufficienza degli strumenti dispiegati dal governo Conte inizia a far sentire il proprio peso.
Secondo quanto previsto dal decreto liquidità, infatti, a favore del fondo di garanzia per le pmi sono stati stanziati oltre 1,7 miliardi di euro. Se si considera che la percentuale di accantonamento a titolo di coefficiente di rischio prevista dal consiglio di gestione del fondo è del 30%, per ogni euro di garanzia possono essere erogati tre euro di finanziamenti. Questo significa che per 1,7 miliardi di garanzie possono essere coperti prestiti per circa 5,1 miliardi, equivalenti a 200mila domande qualora i prestiti richiesti raggiungessero tutti la cifra massima di 25mila euro. Che fine faranno dunque tutte quelle piccole e medie imprese che non riusciranno a rientrare nei sostegni dispiegati?

“La reazione del governo è stata positiva, ma si tratta soltanto di uno step iniziale – spiega Stefano Caselli, prorettore per gli Affari internazionali presso l'Università Bocconi – Lo schema prevede che il canale che deve dare risorse finanziarie alle imprese in modo immediato sia quello bancario, ma non basta”. Secondo Caselli, gli istituti di credito iniziano a domandarsi se la garanzia funzionerà veramente in caso di default delle aziende. Inoltre, le imprese in difficoltà potrebbero necessitare di più denaro e saranno sempre più indebitate. “Potrebbe essere necessaria innanzitutto una dilazione più decisa del pagamento delle imposte. In secondo luogo, bisognerebbe eliminare i massimali. Le imprese hanno bisogno di denaro in modo diverso, non si può fissare un limite uguale per tutte: il loro fabbisogno dipende dalle caratteristiche del singolo business”.
Secondo Caselli, si aprono dunque due scenari di fronte alle piccole e medie imprese. Sebbene i dati relativi al contenimento del contagio rivelino che una ripartenza a inizio maggio risulti remota, qualora si realizzasse saranno “sufficienti gli strumenti dispiegati, ma più potenti: una maggiore dilazione delle imposte, maggiori interventi di garanzia, per finire con la cassa integrazione”. Se invece il lockdown dovesse essere prorogato, “andremo incontro a uno scenario diverso e ci sarà bisogno di mettere molte più risorse sul piatto”, spiega.

“Il dibattito si sta spostando su come ripartiamo, chi riparte, in che modo, ma in realtà i dati dimostrano che non siamo ancora di fronte al declino dell'epidemia”, aggiunge Caselli, che conclude: “Bisognerebbe piuttosto pensare a come bloccare l'epidemia e coordinare l'azione delle regioni, solo in questo modo si potrà parlare veramente di una ripartenza. Se quest'estate il virus non sarà stato ancora debellato e il motore economico non sarà ripartito, bisognerà mettere in campo misure straordinarie diverse rispetto a quelle dispiegate fino a ora”.

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