Una valanga di miliardi di dollari sta iniziando a passare da una generazione alle successive: quasi 1000 miliardi entro il 2030, si stima. L’impatto è forte, oltre che sull’asset management, sul mercato dell’arte. Da questa considerazione muove l’ultimo rapporto biennale sul comparto Art & Finance che Deloitte produce con ArtTactic. Il focus è principalmente su 1,2 milioni di individui con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (Altrata, 2024). Gli individui Uhnw (ovvero chi possiede almeno 30 milioni di dollari in patrimonio spendibile) detengono il 64% di questa ricchezza. È chiaro che, un’allocazione anche modesta del 5% in arte e oggetti da collezione potrebbe comportare un trasferimento considerevole in questo mercato, ridefinendo le priorità del collezionismo per i decenni a venire.
Questo enorme flusso di ricchezza spinge i wealth manager a rispondere a esigenze sempre più complesse. Nel 2025, l’87% degli intervistati ha indicato che una delle principali motivazioni per includere la gestione dell’arte tra i propri servizi è la crescente domanda dei clienti di una consulenza integrata — un approccio olistico che coniughi strategia patrimoniale e valore culturale, rafforzando il ruolo dell’arte nelle strategie di gestione della ricchezza.
La dinamicità del contesto richiede un impegno costante su più fronti per preservare e accrescere quei patrimoni che alimentano il sistema dell’arte: governance, pianificazione multigenerazionale, istruzione, filantropia, pianificazione successoria, aspetti legali e diversificazione degli asset.
L’arte come investimento secondo il Deloitte Art & Finance Report 2025
A dispetto di un inizio anno difficile, l’Artnet Fine Art Index – dal minimo degli ultimi 15 anni nella prima metà del 2025 – sta iniziando a risalire, registrando un rendimento a 12 mesi pari al 4,9%.
Tuttavia, l’Artnet Fine Art (Top 100) sottoperforma rispetto all’S&P 500 negli ultimi vent’anni: In ottica di lungo periodo, il cagr (tasso di crescita annuo composto) a 20 anni dell’Artnet Fine Art (Top 100) è del 3,2%, contro il 10,4% dell’S&P 500. Riflettendo la contrazione degli ultimi anni, il divario si amplia ulteriormente su un orizzonte di 10 anni. Il cagr risulta infatti del -2,9% per l’arte rispetto al 13,3% dell’S&P 500.
Il rapporto rileva che, dopo oltre 14 anni di monitoraggio delle performance sul lungo termine, i rendimenti dell’arte stanno progressivamente calando. Ciononostante, l’investimento “passivo” in arte resta una riserva di valore come strumento di preservazione del capitale e protezione dall’inflazione: la fiducia dei wealth manager nell’arte come store of value è cresciuta: è passata dal 14% nel 2023 al 25% nel 2025. Per far sì che l’arte diventi un prodotto d’investimento vero e proprio, è necessario progettare strategie in grado di generare alpha.
Si riscontra un certo scetticismo
L’attuale scetticismo nei confronti dell’arte come investimento è in crescita, complice la volatilità e il cambiamento delle priorità tra i collezionisti. L’interesse per i prodotti d’investimento in arte è in leggero calo. Tra i professionisti dell’arte si è più che dimezzato, scendendo dal 26% nel 2023 al 12% nel 2025. Fra i collezionisti invece, è calato dal 32% al 17%; e tra i wealth manager dal 23% al 16%.
L’emotività vince sul rendimento
Aumenta invece l’interesse per gli investimenti a impatto culturale: la percentuale di collezionisti interessati a prodotti d’investimento legati all’impatto sociale e culturale è cresciuta dal 24% che era nel 2023 al 32% nel 2025.
Dallo studio di Deloitte Luxembourg si evince dunque che il ritorno economico degli acquisti in arte avrebbe perso la sua centralità. I collezionisti appaiono infatti guidati sempre più da ragioni emotive, connessioni culturali e impatto sociale, evidenziando un rinnovato interesse per il valore intrinseco ed esperienziale dell’arte (ammesso che si fosse mai perso). Si rafforza inoltre l’appetibilità della proprietà frazionata (comproprietà e tokenizzazione), soprattutto tra le nuove generazioni, le più attente fra l’altro all’aspetto emotivo ed etico dell’arte.
Per la next-gen, il possesso diretto di opere resta centrale, ma viene sempre più affiancato dall’interesse verso i fondi d’investimento in arte. Nel 2025, il 48% dei collezionisti next-gen ha mostrato interesse per questi fondi, rispetto al 55% del 2023.
I collezionisti più giovani vedono l’arte sia come passione e stile di vita, sia come asset class da cui attendersi performance nel lungo periodo. Questo approccio “doppio” spinge la richiesta di nuovi strumenti finanziari che bilancino valore culturale, protezione del capitale e crescita.
Nuove generazioni: la ricchezza destinata all’arte potrebbe toccare quota 3,5 trilioni di dollari entro il 2030 secondo l’Art & Finance Report di Deloitte
Con una popolazione globale di Uhnwi che potrebbe superare i 650.000 individui entro il 2030, la quota di ricchezza destinata all’arte e ai beni da collezione è prevista in crescita, fino a raggiungere circa 3,5 trilioni di dollari. Crescita che sta passando di mano tra generazioni, con circa 100 miliardi di dollari in opere d’arte e beni da collezione trasferiti ogni anno da una generazione all’altra. Le nuove generazioni di investitori stanno rimodellando la filantropia e la gestione della ricchezza, con nuovi approcci di investimento guidati dall’impatto, che uniscono la valorizzazione della cultura a più ampi obiettivi sociali ed Esg.
Le nuove generazioni uniscono scopo e profitto. Nonostante ciò, tra i family office, l’interesse per gli investimenti a impatto sociale nel settore artistico è calato dal 31% nel 2023 al 23% nel 2025. Infatti, solo 50 fondi – con in gestione un valore complessivo di 22 miliardi di dollari – gestiscono nel proprio portafoglio investimenti in ICC (Industrie Creative Culturali), evidenziando un significativo potenziale ancora inesplorato.
Modelli innovativi di finanziamento: cresce l’importanza del “prestito d’arte”
Dal report emerge che i prestiti garantiti da opere d’arte sono in crescita di circa il +10% all’anno, configurandosi come uno strumento strategico per la gestione della liquidità, la diversificazione e la pianificazione patrimoniale. In questo ambito gli Stati Uniti sono leader, mentre l’Unione Europea e il Regno Unito stanno registrando una crescita. Il mercato dei prestiti garantiti da opere d’arte potrebbe generare fino a 2,3 miliardi di dollari di ricavi nel 2025, in aumento rispetto ai 2,2 miliardi del 2023. A conferma di ciò, il 73% dei wealth manager (il 75% dei private banker e il 67% dei family office) ha segnalato un aumento dell’interesse dei propri clienti per i prestiti garantiti da opere d’arte nel 2025.
«Nelle ultime edizioni, il tema delle nuove generazioni che entrano nel mercato dell’arte è diventato più rilevante. Nei prossimi anni questo aspetto potrebbe portare a un trasferimento intergenerazionale di ricchezza vicino a 1 trilione di dollari», ha dichiarato Ernesto Lanzillo, private leader di Deloitte Italy, uno dei 30 autori del report, commentanto la pubblicazione Art & Finance. «Questo processo porta con sé sia una ventata di novità per gli artisti e le opere più apprezzate, sia una sfida per i wealth manager, che devono imparare a relazionarsi con generazioni che concepiscono arte e oggetti da collezione come asset di investimento da integrare pienamente nella gestione patrimoniale, tenendo conto di valori di diversità ed inclusione non tipici degli investitori delle generazioni con cui i wealth manager stessi interagiscono ordinariamente».

