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Cina: quattro investitori su cinque la preferiscono

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

18 Novembre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • Stando a un sondaggio dell’Economist Intelligence Unit commissionato da Invesco, solo il 4% degli investitori prevedono di ridurre l’esposizione alla Cina

  • Tra gli intervistati figurano asset manager per un totale di masse gestite comprese fra i 500 milioni e gli oltre 10 miliardi di dollari Usa

  • Quasi il 90% degli intervistati ha una “esposizione degli investimenti dedicata” alla Cina. Fra i settori più ambiti non figura solo il tech

  • Messe da parte le questioni macroeconomiche, il propulsore che spinge gli investitori globali ad assumere un’esposizione dedicata alla Cina sono i progressi compiuti a livello di regolamentazione

Nessun indugio (o quasi): gli investitori hanno fame di Cina. Guerre tariffarie, crescita in rallentamento, tensioni geopolitiche? Relegate alla cronaca quotidiana. Il mondo degli investimenti vuole cavalcare il Dragone, senza bruciarsi. E chiede una certezza soltanto…

L’80% degli investitori sceglie e sceglierà la Cina nei prossimi 12 mesi. Questa, almeno, è la dichiarazione emersa dal sondaggio The China Position dell’Economist Intelligence Unit sull’esposizione cinese degli investitori globali. Il sondaggio, commissionato da Invesco, evidenzia pure che solo il 4% di chi risponde prevede di ridurre l’esposizione all’economia del Paese di Mezzo. Anzi, gli intervistati hanno generalmente definito la propria esposizione cinese superiore alla media rispetto alle omologhe organizzazioni di settore.

La prima scelta degli investitori globali è la Cina

Il sondaggio dell’Economist riguarda 411 proprietari di asset e investitori professionali di Nord America, Asia Pacifico (Apac) ed Europa, Medio Oriente e Africa (Emea). Le risposte, sono quelle dei dirigenti. Tra gli intervistati figurano gestori patrimoniali, compagnie assicurative, fondi sovrani, banche commerciali per un totale di masse gestite comprese fra 500 milioni e oltre 10 miliardi di dollari Usa. Secondo i risultati del sondaggio, quasi il 90% degli intervistati ha una “esposizione degli investimenti dedicata” alla Cina. Con “dedicata”, si intende che gli investimenti sono mirati alla Cina, non rientrando in insiemi più grandi, come ad esempio la generaica categoria “emergenti”. Anche nel restante 10%, i due terzi comunque hanno un’esposizione alla Cina tramite panieri misti (mercati globali, asiatici o emergenti).

Cosa è cambiato, perché gli investitori scelgono in massa la Cina?

Al di là della crescita cinese e dei “miglioramenti delle competenze della mia organizzazione in materia di mercati cinesi”, il propulsore che spinge gli investitori globali ad assumere un’esposizione dedicata alla Cina (41%) sono i progressi compiuti a livello di regolamentazione. Quindi, i passi avanti compiuti in: reporting societario, tutele legali, vigilanza dei mercati e intermediari finanziari.

Gli intervistati con un’esposizione dedicata alla Cina hanno citato molteplici obiettivi per il mantenimento di tale allocazione. Innanzitutto, la diversificazione del portafoglio (87%). Poi, “l’acquisizione di esperienza per i team interni” (69%) e infine, la ricerca di alfa, ossia rendimenti (62%). Il 77% ha risposto di avere conseguito questi obiettivi, mentre il 21% ha affermato che è troppo presto per dirlo. Solo l’1% infine ha dichiarato che gli obiettivi non sono stati raggiunti.

Tuttavia…

Quello della legalità e delle regole è un punto che emerge anche dagli investitori privi di un’allocazione specifica sulla Cina (39,5%), i quali lamentano o temono la “mancanza di trasparenza del sistema finanziario per gli investitori esteri”. Oltre il 30% degli intervistati ha citato poi altri tre problemi affini. Ossia, preoccupazioni per le tutele legali, timori per la stabilità economica e mancanza di intermediari finanziari affidabili. Quali sarebbero allora le determinanti capaci di indurre la loro società a valutare un’esposizione dedicata? Oltre il 50% degli intervistati ha risposto: “maggiori tutele legali per gli investitori esteri”.

La Cina continuerà a crescere

I partecipanti al sondaggio rimangono ottimisti circa le prospettive per l’economia globale, e ancor più ottimisti per il Dragone. Circa due terzi degli intervistati ritengono che le condizioni economiche globali nei prossimi 12 mesi saranno migliori delle attuali, mentre quasi tre quarti credono che le condizioni economiche in Cina saranno migliori. In particolare, gli intervistati nordamericani sono ampiamente rialzisti in termini di prospettive economiche sui mercati.

Per i prossimi 12 mesi, oltre l’80% si aspetta infatti con condizioni economiche migliori sia a livello globale che in Cina. Gli investitori nelle regioni Emea e Apac sono a loro volta decisamente più ottimisti per la Cina che per l’economia globale.Iil 65% degli intervistati Emea ritiene che le condizioni economiche globali saranno migliori, mentre il 73,5% ha dichiarato che le condizioni economiche cinesi sono destinate a rivelarsi migliori. Nella regione Apac, la percezione degli investitori è leggermente più cauta su entrambi i fronti: il 53% si aspetta un miglioramento globale e il 66% in Cina.

Investimenti tematici in Cina: il tech

In linea con il crescente ruolo di leader globale che la Cina svolge a livello di sviluppo tecnologico, il 58% degli intervistati ha indicato che l’innovazione (ossia intelligenza artificiale, robotica, ecc.) rappresenta il principale tema d’investimento con maggiori probabilità di attirare gli investimenti delle rispettive organizzazioni. Seguono a breve distanza i servizi finanziari con il 51% e i servizi della “nuova economia”, come per esempio sanità, It e istruzione in terza posizione con il 41%. Il segmento delle energie rinnovabili è un altro tema importante, soprattutto in Nord America: per il 39% degli intervistati, è pari ai servizi della “nuova economia”, in termini di probabile investimento.

Guerra commerciale Usa – Cina: non è un problema rilevante

Su questo tema le risposte sono contrastanti. Da un lato, il 43% degli intervistati ha dichiarato che avrà un impatto negativo sulle decisioni d’investimento. Il 42% però ha risposto che avrà un impatto positivo. Gli intervistati nordamericani sono i più ottimisti: il 53% di essi cita infatti “qualche” impatto positivo o un “significativo” impatto positivo. Gli investitori Apac sono invece i più pessimisti in quanto quasi il 50% si aspetta un “moderato impatto negativo” e un altro 8% un “significativo impatto negativo”.

Nonostante ciò, i soggetti intervistati hanno comunque risposto che prevedono di “aumentare significativamente” o “aumentare moderatamente” l’esposizione alla Cina. Nelle regioni Apac ed Emea, oltre il 67% degli intervistati prevede di incrementare l’esposizione alla Cina, mentre in Nord America il 71% intende aumentarla nei prossimi 12 mesi.

Cina: gli investitori vogliono le azioni onshore adesso e poi

Non sorpresnde che le azioni rappresentano l’asset class più popolare tra gli investitori istituzionali. Oltre due terzi hanno infatti un’allocazione diretta ad azioni A sui mercati azionari cinesi onshore. E la percentuale in quest’ultimo caso sale all’82% in Nord America. Poi, più della metà ha un’allocazione diretta ad azioni H sui mercati azionari cinesi offshore, con la percentuale che sale all’80% nella regione Apac.

Il 52% degli intervistati ha dichiarato che, nei prossimi 12 mesi, prevede di aumentare l’allocazione alle azioni cinesi onshore, il dato più elevato tra tutte le asset class cinesi. Un altro 34% prevede di mantenere lo stesso livello di allocazioni, mentre il 12% intende diminuirlo. Gli intervistati hanno in linea di massima previsto di aumentare anziché “mantenere invariate” o diminuire le allocazioni nella maggior parte delle asset class. In particolare, piacciono i mercati privati (immobiliare, proprietà diretta di società). L’unica asset class che la maggior parte degli intervistati conta di “mantenere invariata”, anziché aumentare, è risultata il debito governativo offshore. Il 38% intende infatti aumentarla, mentre il 40% prevede di “mantenerla invariata”. Come a dire, sulla spesa pubblica meglio andar cauti…

Teresa Scarale
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