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Pmi italiane, ecco la chiave per il successo

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

16 Settembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • “Le Pmi italiane tradizionali faticano lungo tutte le dimensioni: si finanziano a debito, usano risorse manageriali interne, tendono a rimanere piccole”, commenta Fabiano Schivardi

  • “Per 4.386 Pmi, se raggiungessero la dimensione media di quelle nel portafoglio dei private equity, il valore aggiunto sarebbe di circa 40 miliardi di euro”, precisa Guido Romano

  • Nel corso del 2017 il  rapporto tra oneri e debiti finanziari è sceso per il terzo anno consecutivo, passando dal 3,9% al 3,5%

Oltre 5.000 pmi italiane potrebbero avvantaggiarsi dall’apertura del capitale ai fondi di private equity o dalla quotazione in borsa. Il direttore della Dg Fisma, Ugo Bassi: “Il mercato del private equity e del venture capital presenta un ampio potenziale, ma non è ancora completamente sfruttato”

I fondi di private equity e di venture capital potrebbero essere la chiave vincente per il finanziamento delle Pmi italiane. È quanto è emerso dal convegno “Il finanziamento delle Pmi: quale contributo dall’industria dei fondi?” organizzato da Consob in collaborazione con Cerved, un’occasione di incontro anche per presentare i dati del rapporto Cerved 2018 sullo stato di salute economico-finanziario delle piccole e medie imprese.

Secondo l’analisi, oltre cinquemila Pmi italiane ad alto potenziale di crescita potrebbero avvantaggiarsi dall’apertura del capitale ai fondi di private equity o dalla quotazione in Borsa. “La maggior parte di queste imprese sono società in cui la famiglia esercita il controllo – sottolinea Guido Romano, responsabile dell’Ufficio Studi Cerved – Per 4.386 Pmi, se raggiungessero la dimensione media di quelle nel portafoglio dei private equity, il valore aggiunto sarebbe di circa 40 miliardi di euro, il 2,4% del Pil; mentre per 699 Pmi quotabili il valore aggiunto sarebbe di 21 miliardi di euro, l’1,3% del Pil”.

Si tratterebbe, dunque, di un impatto potenziale sul Pil italiano di quasi 4 punti percentuali. Eppure, molte delle Pmi “eccellenti” non rientrano nei radar dei fondi di private equity, essendo complesse da intercettare in assenza di strumenti di marketing  intelligence avanzati. “Le Pmi italiane tradizionali faticano lungo tutte le dimensioni: si finanziano a debito, usano risorse manageriali interne, tendono a rimanere piccole”, spiega Fabiano Schivardi, prorettore alla ricerca della Luiss. Secondo quest’ultimo, la quotazione e i fondi sono fondamentali in quanto forniscono equity per permettere alle imprese di accumulare intangibles e crescere, e iniettano nelle imprese capacità manageriali e pratiche gestionali codificate. Tuttavia, sottolinea Schivardi, “è necessario che le imprese italiane migliorino le loro pratiche manageriali”.

Sulla stessa linea d’onda anche Ugo Bassi, direttore della Dg Fisma (l’unità della Commissione europea responsabile della politica dell’Unione in materia di banche e finanza), secondo il quale il mercato del private equity e del venture capital, nonostante sia sempre più in espansione e organizzato su base pan-europea, detiene un ampio potenziale che fatica a essere sfruttato. “Ci sono molte evidenze che dimostrano come i finanziamenti basati sul mercato siano più adatti per progetti ad alto rischio, in quanto consentono la condivisione del rischio privato in tutta l’Unione, contribuendo alla riduzione dei rischi nel settore finanziario – aggiunge Bassi – L’industria europea del capitale di rischio è cinque volte più piccola dell’industria degli Stati Uniti e non è in grado di alimentare un flusso sufficiente di fondi per le nostre piccole e medie imprese”.

In merito all’Unione Europea, in particolare, il rapporto Cerved evidenzia che le misure straordinarie di politica monetaria della Bce hanno permesso un netto recupero della redditività delle Pmi italiane: nel corso del 2017 il  rapporto tra oneri e debiti finanziari è infatti sceso per il terzo anno consecutivo, passando dal 3,9% al 3,5%. “Le iniziative regolamentari della Commissione Europea, in un contesto caratterizzato da regole prudenziali sugli intermediari creditizi e da un ambiente di bassi tassi di interesse, hanno contribuito all’espansione dei fondi di investimento nel mercato dei capitali – continua Bassi – Ne è derivata una significativa e costante espansione degli asset illiquidi”. L’industria degli investimenti alternativi continua infatti a crescere: nel mese di giugno 2018 la massa gestita complessiva ammontava a 1.620 miliardi di euro, con un incremento di 300 miliardi in tre anni.

Ma come si posiziona l’Italia in questo contesto?

Secondo Schivardi, la globalizzazione e la tecnologia hanno mandato in crisi il Paese, causando un crollo della produttività. “Il piccolo imprenditore, con ottime capacità di gestione della produzione, non basta più. Servono imprese in grado di garantirsi potere di mercato attraverso innovazione, marchi, marketing, assistenza, catena distributiva, con processi gestionali che ben si sposano con il cambiamento tecnologico – chiosa Schivardi – In questa sfida cruciale per la ripresa della crescita nel nostro paese, gli equity providers possono giocare un ruolo fondamentale. I dati recenti sono incoraggianti, ma si può fare di più”. Passi avanti che dovrebbero partire innanzitutto dalle imprese familiari, che dovrebbero aprirsi ai mercati dei capitali. “Ci sono imprese familiari eccellenti alle quali i fondi di private equity guardano con interesse”, aggiunge Guido Romano, che conclude: “Alcune sono in una fase di cambiamento generazionale. Questo è il momento per fare un cambio di passo”.

Rita Annunziata
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