Presidente Varani, siamo alla fine del suo mandato: quali scelte hanno inciso maggiormente sull’evoluzione del Fondo, in particolare sul fronte della politica d’investimento?
Il Fondo ha registrato una crescita significativa sia in termini di iscritti, circa 60.000, sia di patrimonio, arrivato a circa 2,9 miliardi di euro. Risultati tutt’altro che scontati, considerando l’erosione del settore delle telecomunicazioni in Italia e in gran parte d’Europa. Un segnale importante è arrivato anche dal comparto dinamico che, nel 2025, ha registrato il miglior rendimento tra i fondi negoziali (+13,73%), grazie a un contesto di mercato favorevole ma anche a scelte strategiche, come la revisione dell’asset allocation e l’aumento della componente azionaria.
Sul fronte della politica di investimento, il lavoro ha interessato gran parte del triennio, anche in vista della scadenza delle convenzioni di gestione nell’aprile 2025. Il percorso, avviato già a fine 2023, ha segnato una discontinuità con il passato: sono stati rivisti i comparti, anche nella denominazione, con un incremento dell’esposizione azionaria del comparto dinamico dal 50% al 60% e un’ottimizzazione del profilo Life Cycle.
Parallelamente, sono stati introdotti mandati più specializzati e differenziati per tipologia, insieme a un aumento, tra il 12% e il 15%, della quota massima destinabile ai mercati privati. Infine, è stato rafforzato anche l’impegno sulla sostenibilità, con l’adozione di una policy dedicata e l’adesione a due progetti promossi da Assofondopensione (progetto engagement e progetto esercizio del diritto di voto).
Cambiamo per un momento prospettiva: con il suo background HR ha introdotto maggiore attenzione alla valorizzazione delle persone e alla meritocrazia. È una leva ancora sottovalutata nei fondi pensione?
Sì, credo sia ancora un ambito non sempre attentamente presidiato. Nei fondi, le strutture sono piccole e spesso molto stabili, con limitate dinamiche di crescita e sistemi premianti poco diffusi. Noi, oltre ai più diffusi temi relativi al Premio di Risultato e allo smart working, abbiamo introdotto logiche meritocratiche, con riconoscimenti mirati alle persone che si sono distinte. Questo ha migliorato il livello di motivazione e partecipazione, con effetti positivi anche sulla qualità del lavoro.
Negli ultimi anni avete rivisto l’asset allocation strategica. Quali scelte si sono rivelate più efficaci?
Se guardiamo ai risultati, più che una singola scelta, è stata la combinazione degli interventi a rivelarsi efficace. L’aumento della componente azionaria nel comparto Dinamico ha rafforzato il potenziale di rendimento di lungo periodo, rendendo i portafogli più coerenti con orizzonti temporali lunghi, soprattutto per gli iscritti più giovani. Parallelamente, lo sviluppo degli investimenti nei mercati privati ha migliorato la diversificazione introducendo fonti di rendimento meno correlate ai mercati tradizionali, con un focus anche sul sostegno all’economia reale, in particolare italiana. Importante anche la parte obbligazionaria, ripensata in un contesto di tassi discontinui, per gestire meglio volatilità e cogliere opportunità dopo anni di rendimenti compressi.
A che punto è il percorso sui private asset e che ruolo stanno giocando?
L’esposizione ai private asset è cresciuta in modo graduale ma deciso ed è ora in piena implementazione, con impegni già deliberati e in fase di investimento. Il portafoglio combina private debt e private equity, diversificando tra mercati globali e opportunità sull’economia italiana. Il private debt, vicino alla maturità, contribuisce a stabilizzare flussi e rendimenti grazie a premi per illiquidità e minore volatilità e proseguiremo su questa linea. Il private equity è orientato alla crescita con investimenti nel secondario globale (per mitigare la J-curve e accedere a vintage meno recenti) e iniziative in Italia, anche nel tech. È stata poi inserita un’esposizione alle infrastrutture, prevalentemente italiane, tramite un fondo di fondi, per diversificare una asset class finora assente.
Che insegnamenti vi portate dal rinnovo dei mandati e dalla maggiore integrazione tra gestione attiva e passiva?
La gara sui gestori nasce dall’esigenza di non cristallizzare l’assetto esistente e di confrontare il mercato in un contesto cambiato, ampliando strategie e opportunità. Sulla componente azionaria si è affiancata gestione attiva e passiva per diversificare anche l’approccio: l’attivo può discostarsi dal benchmark e creare valore, ma può anche sottoperformare nel breve; il passivo replica il benchmark e stabilizza l’esposizione, attenuando fasi negative.
Il Fondo effettua monitoraggio continuo con reportistica interna e confronto costante con i gestori, oltre a review periodiche per verificare risultati e coerenza con gli obiettivi, intensificando le verifiche in mercati avversi o in caso di performance deludenti e prolungate.
Guardando avanti, quali priorità lascia al Fondo?
Le priorità sono consolidare quanto costruito, con approccio dinamico e attenzione al portafoglio. In termini di asset allocation sarà cruciale bilanciare crescita e controllo del rischio, rafforzando la diversificazione in un contesto più incerto.
Un secondo pilastro riguarda gli investimenti alternativi: private market, infrastrutture ed economia reale italiana possono offrire rendimento e impatto, mantenendo però selettività e coerenza con gli obiettivi previdenziali.
La sostenibilità diventa sempre più strutturale, attraverso l’integrazione ESG, l’engagement e un esercizio consapevole dei diritti di voto. Infine, restano centrali comunicazione e formazione, anche tramite l’adesione al “Progetto comunicazione” di Assofondipensione e al percorso con TEHA Group, per promuovere la previdenza complementare e rafforzare il ruolo dei fondi negoziali nel sistema economico italiano.
(Articolo tratto dal magazine n. 90 di maggio 2026 di We Wealth)
