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Imprese, 3 casi di made in Italy di successo

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Francesca Conti
Francesca Conti

31 Ottobre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Per Oscar Farinetti di Eataly le tre caratteristiche che possono rendere un’azienda appetibile per gli investitori sono: produrre eccellenze, essere internazionale, rispettare l’ambiente

  • Secondo Matteo Marzotto “competenze, pazienza e rispetto dei patti” sono la chiave per il successo

  • Per Andrea Dell’Orto in Italia “c’è interesse ma soprattutto necessità di fare impresa”

Eataly, Dondup e Dell’Orto: tre nomi che bastano, da soli, a evocare l’eccellenza del made in Italy. Ma quali sono i segreti alla base del loro successo? Oscar Farinetti, Matteo Marzotto e Andrea Dell’Orto raccontano le proprie esperienze

Il tessuto imprenditoriale italiano è un puzzle variegato di piccole e medie imprese. Le eccellenze artigianali nascono spesso dalle piccole botteghe. Ma a volte prendono il volo e diventano grandi firme del made in Italy. È il caso ad esempio di aziende come Eataly, Dell’Orto oppure Dondup. Tre eccellenze italiane che nel giro di pochi anni hanno saputo affermarsi in tutto il mondo.

Quali sono i segreti del loro successo e le convinzioni alla base dei loro manager di riferimento: Oscar Farinetti, Andrea Dell’Orto e Matteo Marzotto? Proprio questi tre protagonisti dell’imprenditoria italiana hanno raccontato la loro esperienza in occasione di Azimut Libera Impresa Expo.

Oscar Farinetti: “Se fossi un investitore, sceglierei l’Italia”

“Se io facessi parte del mercato dei capitali, non avrei nessun dubbio a investire in Italia”. Il pensiero del fondatore di Eataly Oscar Farinetti è chiaro: le eccellenze italiane non potranno mai essere ignorate dagli altri paesi, ma anche dagli stessi cittadini del Belpaese: “Siamo già il paese più ricco del mondo, con il 2,5% del Pil del pianeta e il 5,4% della ricchezza della terra. Abbiamo 4.117 miliardi di risparmi. Se riusciamo a convincere un po’ di più gli italiani a spendere e investire non ci saranno problemi”.

Secondo l’imprenditore di Alba, sono tre le caratteristiche che possono rendere un’azienda nazionale appetibile per gli investitori globali:

  1. Deve produrre o vendere un’eccellenza = Gli italiani, spiega Farinetti, “sono fortunati perché il Paese ha un’enorme biodiversità, frutto della ricchezza della terra. Questa biodiversità si è trasferita nei nostri cervelli, nei nostri modi di fare. In cosa siamo forti? Enogastronomia, fashion, mobili, manifattura”.
  2. Il capo dell’azienda deve avere un mappamondo sulla scrivania = Deve quindi avere una visione internazionale. “Nell’attuale generazione di italiani manca un po’ di fiducia. Ma noi, geneticamente – scherza Farinetti, siamo ‘condannati’ a vendere bellezza in tutto il mondo”. Una buona società, per Farinetti, deve quindi puntare all’internazionalizzazione.
  3. Deve vendere beni o servizi costruiti in armonia con aria, acqua e terra – Le imprese devono avere, oltre a quella dei rendimenti, la missione della sostenibilità. “Bisogna passare questo valore dal senso del dovere al senso del piacere”.

“Se fossi investitore e riconoscessi in un’azienda queste 3 caratteristiche investirei subito”, chiosa Farinetti.

Oscar Farinetti, fondatore di Eataly
Oscar Farinetti, fondatore di Eataly

Matteo Marzotto: “Competenze, pazienza e rispetto dei patti”

La ricetta per un’azienda di successo? “Competenze, pazienza e rispetto dei patti. Infine, una governance che deve essere leale, non violenta e che condivida i propri valori con l’imprenditore”. A pensarla così è Matteo Marzotto, quinto figlio del Conte Umberto Marzotto e della modella Marta Vacondio.

“Io sono il personal private equiter di me stesso”, ironizza Marzotto riferendosi alla sua carriera: dal 2016 presidente del marchio di abbigliamento Dondup, un passato da presidente di Valentino e amministratore delegato di Fiera di Vicenza.

Quanto al sistema-Italia, per Marzotto, “è particolarmente valutato. Ho la sensazione che gli italiani stessi abbiano una percezione peggiore di loro stessi rispetto a quello che il paese vende”. Le aziende italiane, tuttavia, sarebbero “ancora piccole per i grandi player finanziari”. Per questo “potrebbero cercare di aggregarsi tra di loro per arrivare a un taglio minimo targettizzabile”.

Andrea Dell’Orto: “In Italia è necessario fare impresa”

Per Andrea Dell’Orto, classe 1969 e vicepresidente esecutivo della Dell’Orto Spa, azienda produttrice di sistemi di alimentazione fondata nel 1933, in Italia “c’è interesse ma soprattutto necessità di fare impresa”. La “nostra – racconta Dell’Orto – è un’impresa familiare che ha 86 anni. Abbiamo subito un’evoluzione importante: di prodotto, di mercato e di internazionalizzazione. Per i primi 65 anni siamo stati caratterizzati per il nostro carburatore”.

Ma il cambiamento tecnologico ha spinto l’azienda a “pesanti scelte sul fronte dei prodotti e dei processi: da azienda meccanica, siamo diventati prima meccatronici e oggi addirittura elettronici, visto che ci affacciamo alla mobilità elettrica”, ricorda il vicepresidente.

“La terza generazione della nostra impresa – sottolinea Dell’Orto – ha messo in atto un vero e proprio turnaround post crisi del 2008, operato in concomitanza con il passaggio generazionale che ha fatto la fortuna dell’azienda. Pensate che oggi per noi – azienda con profonde radici nel territorio di  Monza-Brianza – le maggiori opportunità di crescita si trovano nel mercato indiano”.

“In certe situazioni di shock riesci a capire quali sono i tuoi interlocutori di riferimento”, sottolinea Dell’Orto, spiegando che serve “un vero cambiamento culturale. Le imprese devono ‘fare sistema’ per far capire agli investitori le potenzialità di certi strumenti e in che modo le imprese possono crescere”.

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