Il dilemma delle banche centrali? Il futuro del mercato del lavoro

Giulia Bacelle
Giulia Bacelle
14.1.2022
Tempo di lettura: 3'
Rialzo dell’inflazione, temporaneo o persistente? Le preoccupazioni circa il rialzo dei prezzi porteranno le banche centrali a prendere decisioni cruciali nei prossimi mesi. Osservato speciale, il futuro del mercato del lavoro
Nel corso del prossimo anno, i decisori si troveranno presto davanti a un dilemma: “acconsentire in via temporanea a un mercato del lavoro dal basso tasso di disoccupazione, sperando nei benefici permanenti del ruolo dell'offerta nello stimolare la crescita economica”, o “raffreddare il mercato del lavoro per prevenire l'aumento di conflitti tra lavoratori e datori”, evitando così l'innescarsi di una potenziale spirale tra salari e inflazione. Ad affermarlo è Willem Verhagen, Senior economist multi-asset di NN Investment Partners, secondo cui “negli ultimi 24 mesi, i mercati del lavoro sono stati scossi notevolmente, seppur con qualche differenza a livello regionale: l'equilibrio cui si assesteranno nel breve-medio termine sarà di importanza cruciale per i policymaker”.
La maggior parte della responsabilità cadrà sulle spalle delle banche centrali, specialmente per quelle che oltre alla stabilità dei prezzi perseguono al contempo l'obiettivo della piena occupazione, come la Federal Reserve americana (Fed). “Attualmente, gli indicatori usati dalle banche centrali ci rimandano più segnali contrastanti del solito” spiega Verhagen. Ma la differenza principale è una: “la Banca centrale europea (Bce) sembra essere meno preoccupata della Fed sul fatto che l'attuale rialzo dell'inflazione si trasformi in un problema persistente”. Ecco perché.

I tassi di disoccupazione degli ultimi 10 anni e più


In seguito al rientro dallo shock della crisi finanziaria globale e fino a quello causato dalla diffusione del Covid-19, il mercato del lavoro nelle principali sette economie mondiali aveva nell'ultimo decennio evidenziato livelli decrescenti di disoccupazione. Al suo picco massimo, nel settembre 2009 i paesi del G7 riportavano infatti un tasso di disoccupazione pari all'8,44%, secondo i dati dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). La percentuale ha in seguito registrato una lenta diminuzione nel tempo fino all'aprile 2020, quando dal 4,53% del mese precedente i lavoratori non occupati erano arrivati a rappresentare il 9,15% della popolazione. Tuttavia, dalla crisi del 2008-2009 le traiettorie del tasso di disoccupazione dei paesi del G7 hanno mostrato percorsi differenti: mentre per gli Stati Uniti le percentuali sono diminuite stabilmente nel tempo, per l'Eurozona queste sono salite durante l'inizio degli anni Dieci (raggiungendo il picco tra gennaio e giugno 2013, con un tasso stabile all'11,50%) per poi attestarsi pre-pandemia intorno al 6,60%.

Il mercato del lavoro post pandemia: Usa vs Ue


Dall'aprile 2020, le differenti risposte delle amministrazioni e delle istituzioni al terremoto pandemico hanno tuttavia causato differenti andamenti nel mercato del lavoro americano ed europeo. “Negli Usa, lo shock è stato principalmente assorbito da un repentino aumento e da un altrettanto rapido declino nei tassi di disoccupazione” afferma Verhagen. Lo dimostrano i numeri dell'Ocse: dal 4,40% del marzo 2020 al 14,70% del mese successivo, fino al 3,90% del dicembre 2021. “In contrasto, nell'Eurozona il tasso di disoccupazione si è mosso a malapena, in seguito alla vasta applicazione delle casse integrazioni”.
“Le conseguenze di queste diverse scelte sono ora più visibili” continua l'esperto di NN IP. “Gli Usa hanno sperimentato una riduzione sostanziale nella capacità di far combaciare posti vacanti e lavoratori non occupati. Tale fenomeno potrebbe in parte spiegare anche l'aumento dei salari statunitensi al di sopra dei livelli del 2017-2019, mentre quelli europei restano ancora al di sotto. Negli Usa, nei settori messi alla prova dalla mancanza di lavoratori dalle capacità appropriate gli incontri tra domanda e offerta hanno richiesto salari più alti per avere successo, mentre in Europa la maggior parte dei lavoratori ha mantenuto il proprio lavoro” aggiunge Verhagen. “Una ulteriore spiegazione per il divario salariale è che negli Usa il tasso di partecipazione al mercato del lavoro rimane al di sotto del suo livello pre-Covid, mentre in Europa sta recuperando gradualmente”.

Inflazione elevata: un problema più per la Fed che per la Bce


“Ecco perché è comprensibile che la permanenza di un'inflazione elevata rappresenti più un problema per la Fed che per la Bce” conclude Verhagen. Ad aggiungersi, inoltre, sono le conseguenze dei maggiori stimoli fiscali offerti dagli Stati Uniti, che hanno portato a un accumulo dei risparmi più elevato che in Europa. “Per la Fed, la domanda cruciale sarà se e quando la minore partecipazione al mercato del lavoro e la minore capacità di far combaciare domande e offerta si trasformerà in un fenomeno di lungo periodo. Se così fosse, questo potrebbe innescare un incremento maggiore e persistente nel potere contrattuale dei lavoratori. Il presidente della Fed Jerome Powell dovrà quindi proseguire sulla strada dell'accelerazione degli stimoli. Difatti, le decisioni prese a dicembre 2021 riguardo al rientro degli stimoli e i tre rialzi dei tassi previsti per il 2022 sono già stati visti come un passo in tale direzione”.

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