L’effetto moltiplicatore dell’arte sull’economia

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker
4.2.2022
Tempo di lettura: 3'
In Italia, la filiera dell’arte ha prodotto un giro d’affari pari a 1,46 miliardi di euro, con un impatto totale diretto e indiretto sulla ricchezza nazionale pari a 3,78 miliardi. Tutte le evidenze nel rapporto Arte, il valore dell’industry in Italia di Nomisma

Prologo 

L’11 novembre sarà ricordata come una data importante nella storia del mercato dell’arte in Italia: Nomisma ha pubblicato una survey intitolata: Arte, il valore dell’industry in Italia. La ricerca è stata promossa dal gruppo di lavoro Apollo, che comprende i principali operatori italiani e stranieri attivi nel mercato: l’Associazione Nazionale delle Case d’Asta, l’Associazione degli Antiquari d’Italia, la Federazione dei Mercanti d’Arte, l’Associazione delle Gallerie d’Arte Moderna a Contemporanea, l’Associazione Logistica Arte, oltre alle più importanti case d’asta internazionali, tra cui Sotheby’s, Christie’s, Artcurial, Bonhams, Dorotheum, Phillips, Il Ponte, Wannenes, Bolaffi ed alle società di logistica Arteria/Art Defender e Shipping Team.


La ricerca è stata finanziata da Intesa San Paolo e la presentazione è avvenuta a Palazzo Rospigliosi, alla presenza del Ministro della Cultura Dario Franceschini.


E i risultati sono molto interessanti: nel 2019 la filiera dell’arte ha prodotto un giro d’affari pari a 1,46 miliardi di euro, con un impatto diretto e indiretto sulla produzione pari a 2,61 miliardi di euro e un indotto sull’economia di 1,17 miliardi (totale: 3,78 miliardi)1,46 miliardi : in altre parole, un giro d’affari pari ad 1,46 miliardi genera un impatto economico complessivo di 3,78 miliardi, con un effetto moltiplicatore pari a 2,60, ossia per ogni euro di giro d’affari nel mercato dell’arte si generano 2,60 euro nell’economia globale del Paese. Un altro dato interessante è rappresentato dai lavoratori complessivamente coinvolti: sempre nel 2019 erano 36.000. 


A fronte di questi numeri riferiti al 2019 e, quindi, relativi al valore dell’industry prima del devastante effetto prodotto dalla pandemia, emerge tuttavia un dato inquietante: dal 2011 al 2019 il mercato dell’arte in Italia ha visto una progressiva e costante decrescita del numero delle imprese attive nel mercato dell’arte: il numero delle gallerie d’arte moderna e contemporanea è sceso da 2277 a 1667. Quello degli antiquari, da 1890 a 1593 e le case d’asta da 85 a 79. Bisognerà aggiornare questi dati agli anni 2020 e 2021, ma non vi sono dubbi che gli effetti della pandemia, soltanto in minima parte attenuati dalle misure di sostegno adottate dal Governo, avranno accelerato la riduzione del numero delle imprese italiane operanti nella filiera dell’arte e, quindi, anche dei lavoratori complessivamente impiegati.

GC

Per un avvocato la parte più interessante della ricerca è quella che ha evidenziato il senso di disagio rappresentato da una eccessiva burocrazia, soprattutto per quanto riguarda la circolazione internazionale.


La riforma introdotta dalla legge 124/2017, il cui fine dichiarato è stato quello “di semplificare le procedure relative al controllo della circolazione internazionale delle cose antiche che interessano il mercato dell’antiquariato”, è stato un buon punto di partenza, ma l’attuazione è stata ritardata, se non addirittura ostacolata dall’apparato burocratico del ministero. In realtà, la riforma si è limitata ad innalzare la soglia temporale oltre la quale lo Stato può tutelare opere d’arte appartenenti a privati (da 50 a 70 anni, per opere di artisti non più viventi) e a introdurre una modesta soglia di valore (euro 13.500) sotto la quale (per le opere ultra-70 di artisti non più viventi), la circolazione internazionale non richiede un permesso. Per queste opere, l’uscita dal territorio italiano richiede una semplice autocertificazione. 


Il ministero ha tuttavia interpretato questa previsione nel senso che l’autocertificazione debba essere vistata “per approvazione” dall’Ufficio Esportazione al quale sia stata diretta. Un contenzioso davanti al Tar del Lazio ha annullato questa indicazione “interpretativa” della legge 124/2017 contenuta in una circolare dalla Direzione Generale Abap del Ministero del 2019. Inoltre, proprio al fine di semplificare le procedure di controllo, la riforma ha previsto l’introduzione di un “passaporto”, sul modello francese, che consenta all’opera a prescindere da chi ne sia il proprietario di entrare ed uscire dal territorio liberamente. Questa previsione è rimasta dopo quattro anni lettera morta. E anche la soglia di valore ha atteso 19 mesi per essere attuata. Ma quello che preoccupa maggiormente gli operatori e i collezionisti sono i tempi con i quali il ministero evade le richieste di permesso di esportazione, che non sono compatibili con quelli del mercato. E anche la prassi frequente di “ripensamenti” rispetto a licenze già concesse relative a opere già uscite dal territorio italiano e magari già oggetto di molteplici passaggi di proprietà. Questo crea instabilità, incertezza e inaffidabilità riguardo a quello che circola all’estero e ha provenienza italiana, anche in presenza di un permesso di esportazione.


Come ha scritto Francesco Stocchi, studioso e curatore italiano di arte moderna e contemporanea presso il museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam sul Foglio il 26 novembre, “i nostri migliori ambasciatori all’estero sono le nostre opere d’arte...Tutto ciò che è mercato non significa minaccia per il patrimonio”, e la distinzione tra “Paesi sorgente” (dove le opere sono create, tra cui è annoverata l’Italia) e “Paesi mercato” (dove le opere sono vendute), in ambito contemporaneo non ha più senso.


Ma c’è una buona notizia: il Ministro ha appena costituito un tavolo permanente dedicato al tema della circolazione delle opere d’arte. L’auspicio è che nel suo ambito vengano formulate proposte in tema di circolazione per migliorare il dialogo tra pubblico e privato, sostenendo un circolo virtuoso tra collezionisti, mercato, musei e pubblica amministrazione abbandonando una contrapposizione antagonista che certamente non aiuta l’Italia.

SH

Lo studio di Nomisma ci offre una splendida opportunità per guardare più da vicino il quadro generale. Partendo dalle conclusioni - che l’arte italiana è un’industria, la cui circolazione è ostacolata - potremmo considerare cosa significa produrre e far circolare l’arte.


Il processo di produzione dell’arte può essere descritto più accuratamente da un artista. Vorrei concentrarmi qui sulla circolazione dell’arte. Per come la vedo io, questo concetto implica due diversi punti di partenza: uno basato sulla logica del mercato, come descritto da Nomisma, e un altro che è radicato in interessi estetici o spirituali, curiosità intellettuale e amore per l’arte. Questi due motivatori funzionano in modo diverso, ma entrambi hanno importanza e valore. Sarebbe rischioso assumere che il mercato sia l’unico motore. 


Secondo un recente sondaggio di Deloitte, il 98% dei collezionisti compra arte per passione e le considerazioni di mercato vengono molto dopo. E molte opere d’arte, non sono state create per il mercato. Come storica dell’arte e curatrice, il mio lavoro non nasce dalle regole del mercato. Ma come altri storici dell’arte e curatori ho a cuore gli obiettivi del Ministero di proteggere, conservare e promuovere il patrimonio culturale italiano. Come può una posizione come la nostra trovare espressione all’interno del sistema dell’arte italiano? Molti di noi diffondono l’arte italiana insegnandola nelle università, pubblicando articoli e libri su artisti italiani in inglese e in italiano, curando mostre sull’arte italiana qui e all’estero, organizzando giornate di studio internazionali, lavorando con artisti italiani emergenti e affermati, nonché con gli eredi degli artisti, per far conoscere la loro arte nel mondo. 


Facilitiamo i collegamenti internazionali aiutando le istituzioni italiane e straniere a negoziare i prestiti per le mostre e lavorando con i collezionisti sulle storie delle opere nelle loro collezioni. Questa funzione all’interno del sistema dell’arte può comportare anche la definizione di criteri imparziali, oggettivi e trasparenti per determinare l’originalità, la rarità, l’autenticità e l’interesse culturale delle opere d’arte. Tali criteri possono aiutare a sviluppare una coscienza etica e responsabile, che include la valutazione non solo del valore economico di un’opera d’arte ma anche della sua storia più completa. Questo è uno strumento utile sia nelle transazioni di mercato che nel determinare l’importanza di un’opera d’arte per il patrimonio culturale.


In questo modo, gli artisti italiani vengono conosciuti, esposti e studiati, e si possono creare connessioni significative tra l’arte italiana e il mondo. Dall’artista che crea un’opera d’arte a chi si sforza di comprenderla e diffonderla, siamo tutti parte del sistema dell’arte, anche se ognuno di noi deve ricordare le proprie motivazioni e deve mantenere le proprie diverse identità professionali, che non devono confondersi indiscriminatamente con il mercato. Per questo è auspicabile che il tavolo tecnico permanente del Ministero si apra in futuro a punti di vista più ampi, che la conversazione si allarghi a voci che aiutino nella missione di diffondere l’arte italiana nel mondo in modi diversi.

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker
Opinione personale dell’autore
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Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali.
È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.

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