Lo Schiele conteso (un aggiornamento)

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Ritratto di uomo con cappello militare verde, sguardo intenso, sfondo beige.

La Corte Suprema di New York stabilisce che le controversie sulla proprietà delle opere d’arte confiscate durante il nazismo devono essere risolte dal giudice civile, non in sede penale. Annullato l’ordine di restituzione del Russian War Prisoner di Egon Schiele all’Art Institute of Chicago

Indice

La decisione del 17 settembre 2026 della Appellate Division della Corte Suprema dello Stato di New York nel caso del Russian War Prisoner di Egon Schiele affronta una questione destinata ad avere un rilievo che va ben oltre la controversia sulla singola opera: fino a che punto un procedimento penale può essere utilizzato per risolvere una controversia sulla proprietà di un’opera d’arte? La risposta della Corte è netta sul piano processuale: quando la questione centrale è il titolo di proprietà, essa deve essere risolta dal giudice civile attraverso un procedimento nel quale la titolarità possa essere pienamente litigata. 

Il Russian War Prisoner, acquerello e grafite del 1916, apparteneva a Fritz Grünbaum, collezionista ebreo viennese, la cui raccolta comprendeva numerose opere di Schiele. Grünbaum fu arrestato dalla Gestapo nel marzo 1938, deportato a Dachau e morì nel 1941. La raccolta fu confiscata dai nazisti e depositata presso una società di spedizioni controllata dal regime. Dopo la guerra, le opere scomparvero dalla documentazione disponibile e riemersero nel 1955-1956 presso la casa d’aste svizzera Gutekunst & Klipstein, controllata da Eberhard Kornfeld.

Tra le opere vendute vi era anche lo Russian War Prisoner, successivamente acquistato da Otto Kallir e giunto negli Stati Uniti. Nel 1966 fu acquistato dall’Art Institute of Chicago (AIC). Nel 2002, a seguito di una ricerca dell’AIC sulle lacune di provenienza delle opere della propria collezione, Kornfeld dichiarò che il dipinto proveniva dalla collezione Grünbaum, ma che era stato acquistato dalla cognata di Grünbaum, Mathilde Lukacs, la quale avrebbe ricevuto la collezione dalla sorella Lilly.

Non vi è tuttavia documentazione diretta che dimostri un trasferimento delle opere da Grünbaum a Mathilde. Nel 2022 gli eredi di Grünbaum si rivolsero al District Attorney di New York, che avviò un’indagine. Nel frattempo, gli eredi avevano promosso un’azione civile per ottenere la restituzione dello Russian War Prisoner. Il procedimento civile è tuttora pendente davanti alla U.S. District Court for the Southern District of New York. In data 23 aprile 2025, su richiesta del District Attorney, la Corte Suprema di New York, ha emesso un ordine di restituzione del quadro agli eredi di Grünbaum ritenendo dimostrato, sulla base della documentazione prodotta, che l’opera fosse stata sottratta a Grünbaum. 

GC

Il problema non è soltanto chi ha ragione, ma quale giudice deve decidere. La Corte d’appello ha precisato che la propria decisione non possa essere finalizzata a decidere chi sia il legittimo proprietario dell’opera, o se vi sia stata una cospirazione nella provenienza dell’opera o se l’AIC abbia effettuato un’indagine ragionevole sulla sua provenienza. Ha invece individuato un problema di giurisdizione funzionale e di garanzie processuali. Il procedimento penale era nato per accertare un possibile reato: la criminal possession of stolen property.

La normativa penale dello Stato di New York consente di ordinare la restituzione di beni rubati. Ma, secondo l’Appellate Division, non può trasformarsi nello strumento attraverso il quale, incidentalmente si decide in via definitiva una controversia sulla proprietà. La distinzione è fondamentale. Una cosa è stabilire che un bene costituisce stolen property ai fini di un’indagine penale e che debba essere preservato o restituito; altra cosa è stabilire chi ne sia il proprietario. Nel caso dello Schiele, quest’ultima questione richiede l’esame di una catena di trasferimenti che attraversa l’Austria nazista, la Svizzera, gli Stati Uniti e diversi decenni di circolazione dell’opera.

L’Appellate Division ha quindi accolto il ricorso dell’AIC annullando l’ordine di restituzione ed indicando il giudizio civile già pendente come la sede idonea a decidere chi sia il proprietario. È una distinzione di grande rilievo per il diritto dell’arte. La provenienza di un’opera rubata può certamente essere oggetto di un’indagine penale e non può trasformarsi in uno strumento per decidere chi sia il proprietario. Per un’opera che ha attraversato quasi novant’anni di storia e diversi ordinamenti, la corte ha dunque scelto una soluzione essenzialmente processuale: l’indagine penale può conservare la sua funzione investigativa, ma la controversia sulla proprietà deve essere risolta dal giudice civile.

E sarà nel giudizio civile, con pieno contraddittorio sulle prove della provenienza e sui successivi trasferimenti, che dovrà essere stabilito a chi appartenga oggi il Russian War Prisoner. Del resto, anche in Italia, l’art. 263 c.p.p. prevede che in caso di controversia sulla proprietà delle cose sequestrate, il giudice ne rimetta la risoluzione al giudice civile mantenendo nel frattempo il sequestro.

SH

Cinque lezioni sulla provenienza, imparando dal caso Schiele, per chi compra, vende o espone opere d’arte.

1. Trattare una lacuna del 1933–1945 come un compito di ricerca. Se la provenienza è sconosciuta per quegli anni e l’opera può essere stata nell’Europa continentale, l’indagine parte da lì. Una lacuna non prova un saccheggio, ma non chiude la questione. Ciò che si chiede a un acquirente accorto cresce con i segnali di allarme: ciò che bastava nel 1966 non basta più dopo il 1998. Non esiste uno standard fisso: un tribunale di New York ha rilevato che la legge non definisce l’«indagine ragionevole» (provvedimento poi annullato per motivi procedurali). Qui la lacuna riguarda gli anni tra l’inventario del 1938 della collezione Grünbaum e le vendite del mercante nel 1955–56.

2. Non lasciare che una sola fonte regga l’anello più debole. Che la cognata di Grünbaum, Mathilde Lukacs, abbia venduto l’opera a Kornfeld negli anni Cinquanta poggia sui registri e sulla testimonianza dello stesso mercante; il museo indica come fonte una lettera di Kornfeld del 2002. I tribunali non hanno confermato quella fonte: nel 2011 un tribunale federale ha deciso su un altro disegno Grünbaum solo perché presentata troppo tardi, non nel merito; nel 2019 una corte d’appello di New York ha giudicato «discutibili» i registri di Kornfeld sulla stessa fonte. Nemmeno una vittoria in causa equivale a una provenienza confermata. Lukacs è morta nel 1979, molto prima dei registri del mercante (1998); il mercante è morto nel 2023: nessuno dei due può rispondere.

3. Rendere la ricerca ripercorribile. Chiunque riprenda la ricerca dovrebbe poter seguire ogni passaggio: fonte, ciò che è documentato, dedotto, verificato. Una prova indipendente verrebbe da documenti che né un mercante né un museo hanno creato: atti di successione, documenti doganali, bancari. Resta aperto cosa confermi la lettera di Kornfeld del 2002.

4. Rivolgersi a storici dell’arte indipendenti. Tutti hanno un interesse: il venditore vuole una storia pulita, l’acquirente l’opera, chi rivendica la restituzione. Occorre rivolgersi a ricercatori senza interessi nell’esito, il cui compenso non ne dipenda, che mettano alla prova la versione del mercante. Nel 1998 un giornalista svizzero mise in discussione l’attività postbellica del mercante; solo anni dopo gli fu chiesto di confermarla.

5. Registrare ciò che non si sa
Va detto quali anelli sono documentati e quali presunti, rivedendo le ipotesi quando emergono nuove informazioni. La mostra del 1925 e l’inventario del 1938 non sono in discussione, la vendita degli anni Cinquanta sì.

Domande frequenti su Lo Schiele conteso (un aggiornamento)

Qual è la questione centrale affrontata dalla decisione del 17 settembre 2026 della Appellate Division della Corte Suprema dello Stato di New York nel caso del Russian War Prisoner di Egon Schiele?

La questione centrale è fino a che punto un procedimento penale possa essere utilizzato per risolvere una controversia sulla proprietà di un'opera d'arte. La Corte ha fornito una risposta netta sul piano processuale riguardo a questa problematica.

Quale opera d'arte è al centro della controversia legale menzionata nell'articolo?

L'opera d'arte al centro della controversia è il 'Russian War Prisoner' di Egon Schiele. La decisione della Corte Suprema dello Stato di New York riguarda specificamente questa opera.

Qual è l'implicazione più ampia della decisione della Corte Suprema dello Stato di New York riguardo alle controversie sulla proprietà di opere d'arte?

La decisione ha un rilievo che va ben oltre la singola opera, stabilendo un precedente su come le controversie di proprietà artistica debbano essere gestite legalmente. Affronta il limite dell'uso dei procedimenti penali in tali dispute.

Quando è stata emessa la decisione della Appellate Division della Corte Suprema dello Stato di New York relativa al caso Schiele?

La decisione è stata emessa il 17 settembre 2026. Questa data segna un momento importante per la risoluzione di controversie sulla proprietà di opere d'arte.

Qual è la posizione della Corte Suprema dello Stato di New York riguardo all'uso dei procedimenti penali per risolvere dispute sulla proprietà di opere d'arte?

La Corte ha una posizione netta sul piano processuale: quando la questione centrale è il titolo di proprietà, i procedimenti penali hanno dei limiti specifici nel risolvere tali controversie. La decisione chiarisce questo aspetto.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Sharon Hecker

Storica dell’arte e curatrice americana (laurea alla Yale University, dottorato alla UC Berkeley), esperta di arte italiana moderna e contemporanea. Ha collaborato con musei come la Peggy Guggenheim Collection. Ideatrice di The Hecker Standard fornisce consulenze su due diligence a collezionisti, studi legali, wealth manager e family office. Membro dell’Advisory Board, International Catalogue Raisonné Association (ICRA), Vetting Committee TEFAF NY (Committee Chair) e Maastricht, e coordina l’Expert Witness Pool della Court of Arbitration for Art (CAfA).

di Giuseppe Calabi

Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali.
È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.

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