Il rapporto tra arte e moda affonda le sue radici nel significato stesso dei due settori: entrambi sono forme di espressione creativa attraverso le quali l’uomo interpreta la realtà, comunica valori, emozioni e visioni del proprio tempo. Due mondi che, influenzandosi continuamente, hanno attraversato epoche e trasformazioni culturali evolvendo spesso insieme.
Il ruolo della moda assume tuttavia un’importanza vitale nel panorama dell’arte contemporanea, poiché le numerose tipologie e attività di supporto ad arte e cultura evidenziano come la filantropia verso le industrie culturali e creative sia percepita come leva strategica in grado di produrre impatti positivi sulle comunità di riferimento.
È in questo contesto che si inserisce la ricerca Deloitte “Arte e Moda”, che evidenzia come heritage, arte, cultura e artigianalità siano oggi elementi sempre più centrali nelle strategie delle imprese del settore della moda e del lusso.
Lo studio, sviluppato su un campione di 50 tra le principali aziende italiane della filiera della moda[1], è stato presentato da Barbara Tagliaferri, head of Arts and Culture di Deloitte, e Ida Palombella, global leader Fashion & Luxury di Deloitte in occasione della Giornata del Made in Italy durante “Mecenati di moda: Eclettismi creativi, collezioni, fondazioni, residenze d’artista, musei”.
L’appuntamento, ospitato presso la Galleria Deloitte e curato da Fabiana Giacomotti, direttrice de Il Foglio della Moda, ha riunito autorevoli esponenti del panorama culturale, artistico e istituzionale, offrendo un momento di confronto sul ruolo sempre più centrale dell’imprenditoria della moda nel sostegno e nella valorizzazione dell’arte contemporanea.
Investimenti culturali sempre più centrali per la valorizzazione dell’heritage della moda italiana
L’analisi evidenzia come gli investimenti in formazione, arte, cultura, artigianalità, e heritage rappresentino oggi una componente strutturale del settore, trasversale ai principali segmenti della moda italiana, dall’abbigliamento alla gioielleria, dal design alla pelletteria, fino al tessile e al commercio. Non si tratta più di attività collaterali, reputazionali o puramente ispirazionali, ma di leve centrali per rafforzare il posizionamento dei brand, preservare competenze distintive e valorizzare quel patrimonio di know-how manifatturiero che rappresenta uno degli elementi identitari del Made in Italy.
A confermare questa trasformazione sono anche i numeri: il 68% delle aziende analizzate promuove iniziative legate all’artigianalità e alla cultura dei mestieri, mentre il 66% è impegnato in attività artistiche e culturali. Oltre la metà del campione, pari al 54%, investe contemporaneamente in entrambe le aree.
“Segnale di come arte e artigianalità siano oggi percepite come due dimensioni complementari nella costruzione dell’identità aziendale”, ha sottolineato Barbara Tagliaferri, head of Arts and Culture di Deloitte, nel corso della presentazione dello studio.
Nel complesso, la ricerca evidenzia come il rapporto tra moda e cultura stia assumendo una configurazione sempre più articolata e multidimensionale, evolvendo verso un modello che integra branding, reputazione, continuità produttiva e vantaggio competitivo.
La formazione come leva strategica
Dalla ricerca emerge con particolare evidenza il ruolo della formazione, individuata come uno dei trend più rilevanti del momento. Circa un terzo delle aziende che investono in progetti legati alla cultura e ai mestieri individua, infatti, nella formazione uno degli obiettivi principali delle proprie iniziative.
Le academy interne e i percorsi dedicati alla trasmissione del sapere artigianale stanno assumendo un’importanza crescente nelle strategie aziendali, configurandosi come strumenti chiave per favorire il ricambio generazionale, tutelare il know-how manifatturiero e rafforzare la continuità della filiera delle competenze.
Partnership e sponsorizzazioni guidano il sostegno alla cultura
Sul fronte del sostegno al patrimonio culturale e artistico, l’analisi rileva inoltre modelli di intervento sempre più diversificati. Accanto a realtà strutturate come fondazioni e musei d’impresa, la formula oggi più diffusa rimane quella delle partnership e delle sponsorizzazioni: un approccio flessibile e relazionale che consente alle aziende di costruire connessioni dirette con istituzioni culturali, scuole, comunità e stakeholder esterni.
È proprio attraverso queste relazioni che emerge il forte legame tra impresa, patrimonio locale e territorio. Molte delle iniziative osservate risultano infatti profondamente radicate nei distretti produttivi, nelle città e nelle comunità di riferimento, contribuendo alla valorizzazione delle tradizioni manifatturiere e delle identità territoriali che caratterizzano il sistema moda italiano.
Il nodo della governance e il gap nella rendicontazione
Tuttavia, se il settore appare particolarmente avanzato nell’attivazione concreta delle iniziative, risultano ancora poco sviluppati gli aspetti legati alla governance e alla misurazione dell’impatto delle attività culturali promosse. Lo studio evidenzia infatti come, nella maggior parte dei casi, queste progettualità siano ancora gestite direttamente dalle funzioni aziendali interne, senza il supporto di strutture autonome o modelli di governance dedicati. Una dinamica che suggerisce come molte imprese considerino ancora la cultura una leva trasversale, ma non sempre un ambito pienamente strutturato di investimento strategico.
“Oggi non basta investire nell’heritage della moda italiana: occorre saperne misurare, rendicontare e comunicare il valore, perché solo ciò che viene reso visibile diventa davvero un asset strategico”, ha osservato durante la presentazione Ida Palombella, global leader Fashion & Luxury di Deloitte.
Solo il 20% di chi investe in arte e cultura lo rendiconta
Anche sul piano della rendicontazione emerge infatti un gap significativo. Sebbene oltre il 70% delle aziende del campione che investono in iniziative legate ad arte, cultura e patrimonio pubblichi un proprio bilancio di sostenibilità, solo il 20% presenta una rendicontazione autonoma delle attività artistiche e culturali, spesso ancora di natura prevalentemente qualitativa e poco strutturata. Un dato che evidenzia come il comparto sia già in grado di generare valore significativo in questo ambito, ma incontri ancora difficoltà nel renderlo pienamente misurabile, comparabile e leggibile attraverso strumenti di reporting, KPI e framework strutturati di monitoraggio.
Un aspetto che, secondo Ernesto Lanzillo, Deloitte Private leader, rappresenta uno dei principali terreni di sviluppo per il futuro del settore: “In uno scenario in cui reputazione, ESG, stakeholder engagement e attrazione dei talenti assumono un peso crescente, non sarà più sufficiente investire in cultura, heritage e artigianalità: diventerà fondamentale dimostrarne concretamente l’impatto e integrarne il valore nei processi di pianificazione strategica e rendicontazione aziendale sviluppando una comunicazione supportata da dati ed informazioni significative”.
[1] Con il contributo di Roberta Ghilardi, Federica Trevisan e Emidio Giovannini del team Art&Finance di Deloitte Italia.
Moda italiana ed heritage, la sfida per il futuro
In questo scenario, il Made in Italy si conferma come eccellenza produttiva e patrimonio culturale e simbolico riconosciuto a livello internazionale. Il quadro delineato dalla ricerca restituisce quindi l’immagine di un settore dinamico e in piena evoluzione, che ha ormai riconosciuto il valore strategico di arte, cultura e artigianalità come elementi centrali della propria competitività.
“La sfida dei prossimi anni”, ha concluso Ernesto Lanzillo, Deloitte Private Leader, a chiusura dell’evento, “sarà accompagnare questa crescita verso una nuova fase di maturità: trasformare una pluralità di iniziative diffuse in modelli più strutturati, misurabili e pienamente integrati nelle strategie di lungo periodo delle imprese, affinché questa ricchezza possa diventare una piattaforma organica di valore sostenibile e continuativo.”

