Gli acronimi non sono mai molto affascinanti, ma se ce n’è uno che vale la pena approfondire è Etf. Gli exchange-traded fund sono strumenti utilizzati per investire sui mercati acquistando, in un colpo solo, pacchetti di titoli azionari o obbligazionari. Anche con piccole somme, dunque, si può agganciare il proprio rendimento a quello di Wall Street, delle azioni globali o dei bond europei.
Il primo Etf viene quotato nel 1990 in Canada e si chiamava Toronto 35 Index Participation Fund (TIP). Trentacinque anni dopo, alla fine di settembre 2025, sono 18.881 miliardi di dollari a essere investiti in Etf in tutto il mondo. Oggi il ritmo di crescita degli Etf supera di gran lunga quello dei flussi diretti verso i fondi comuni. Le ragioni sono, come vedremo, costi più bassi, maggiore facilità di comprendere la composizione e maggiore flessibilità nell’acquisto e nella vendita direttamente in Borsa. Tutto questo, per l’investitore al dettaglio, può tradursi in guadagni molto superiori rispetto a un portafoglio costruito con strumenti più costosi che, solo in una minoranza dei casi, statistiche alla mano, riescono a superare la replica passiva degli indici.
Gli Etf non sono una novità, ma la consapevolezza della loro esistenza presso il grande pubblico italiano è un fenomeno abbastanza recente. Secondo i dati di Google Trends, il volume delle ricerche della parola “Etf” da fine 2019 a oggi si è moltiplicato per quattro. Allo stesso tempo è cresciuto rapidamente anche l’interesse dei non addetti ai lavori, che cercano informazioni generiche come “Etf cosa sono” (siete finiti nell’articolo giusto).
La crescita degli Etf è andata di pari passo con l’investimento diretto tramite piattaforme online, che hanno consentito di bypassare i tradizionali canali di intermediazione finanziaria. Questi ultimi, solo recentemente e su impulso del pubblico, hanno cominciato a integrarli nella propria pratica distributiva. Anche su questa evoluzione, la storia non è priva di elementi interessanti.
Cosa distingue un Etf da un fondo comune
Gli Etf differiscono dai fondi comuni sotto più profili. Ma dal punto di vista giuridico, Etf e fondi comuni appartengono entrambi alla categoria degli Organismi di investimento collettivo del risparmio (Oicr). La differenza sostanziale è che le quote degli Etf sono negoziate sul mercato secondario, cioè in Borsa tra investitori, mentre le quote dei fondi comuni vengono sottoscritte e rimborsate direttamente con la società di gestione.
Per gli investitori di lungo termine, la differenza cruciale non è tanto la negoziabilità in tempo reale, quanto i costi. A livello europeo, ha rilevato l’Autorità di vigilanza Ue (Esma), i fondi comuni azionari costano in media l’1,6% del capitale investito ogni anno, mentre gli Etf azionari solo lo 0,6%. Questa differenza dell’1% ogni anno, cumulata su 20 anni partendo da un capitale di 100 mila euro, migliora il risultato finale di 22.130 euro (assumendo che il capitale resti costante, ma è una stima al ribasso: il divario stimato cresce se gli investimenti si rivalutano nel tempo).
Perché l’Etf costa meno (ma non me l’hanno raccomandato)?
Perché gli Etf costano così tanto meno rispetto ai fondi? Una parte della risposta risiede nella tipologia di gestione: più onerosa per i fondi attivi rispetto agli Etf passivi, perché nei primi si remunera una struttura di ricerca che prova a superare le performance dell’indice al netto dei costi (riuscendoci solo in una minoranza dei casi, come certificato da anni da ricerche come Spiva).
Il secondo aspetto riguarda gli intermediari di vendita. Poiché solo una minoranza degli investitori si sente a suo agio a investire direttamente sui mercati, le società che creano fondi comuni li propongono tramite reti di consulenza, tipicamente bancarie. Queste reti, detenendo il rapporto di fiducia con il cliente, stringono accordi distributivi con i gestori e, in cambio di retrocessioni, inseriscono il prodotto nel proprio catalogo. Così il fondo arriva al cliente finale, che però paga ogni anno, dentro le commissioni del prodotto, anche l’intermediario che l’ha venduto.
Le società che propongono Etf, invece, si sono rivolte in passato soprattutto a investitori istituzionali o autonomi e meno alle reti a provvigione. Oggi però la situazione sta cambiando, soprattutto nei portafogli in cui la consulenza è remunerata a parcella (o almeno in parte): in questi casi, essendo già presente un pagamento diretto da parte del cliente, gli Etf non entrano in conflitto con la legittima aspettativa del consulente di essere remunerato per il suo lavoro. Si comprendono quindi le inevitabili frizioni che si verificano per il cliente che voglia convertire il suo portafoglio di fondi sotto consulenza in Etf. Se il consulente viene remunerato solo dalle commissioni integrate nei prodotti si solleva in un attimo la frizione fra la richiesta di efficienza sui costi e un modello di pagamento spesso non del tutto compreso dal cliente. Non è una questione di malafede o di scarsa professionalità: è semplicemente l’effetto di un modello costruito in un’epoca in cui non esisteva un’alternativa efficiente ai fondi per ottenere diversificazione. Gli Etf hanno introdotto questa alternativa, ma l’impianto di remunerazione — basato sulle commissioni incorporate nei prodotti — è rimasto lo stesso.
Nonostante la crescita della consulenza a parcella anche nelle reti bancarie, per il segmento più generalista – i piccoli risparmiatori che raramente pagano consulenza a parcella, e che spesso non sarebbero disposti a farlo – l’Etf è ancora poco raccomandato. Questo aspetto è stato notato dalla Commissione europea, che ha elaborato una proposta di riforma per aumentare il rapporto qualità-prezzo dei servizi di consulenza, con particolare attenzione a soluzioni diversificate e a basso costo come gli Etf. L’iniziale intenzione, per raggiungere questo obiettivo, era proprio quello di abolire le commissioni sui prodotti come modalità di pagamento della consulenza, lasciando solo la parcella – un modello che in Europa esiste solo in Olanda e Regno Unito. Un obiettivo poi riformulato e ancora in attesa di diventare legge.
Gli Etf sono più rischiosi?
Chi sostiene che gli Etf siano più rischiosi dei fondi comuni, spesso lo fa perché associa l’Etf alla replica di indici azionari. Ma la maggior parte dei fondi presenti nei portafogli degli italiani – secondo Assogestioni – è obbligazionaria. Confrontare un Etf azionario con un fondo bilanciato o obbligazionario è quindi scorretto. Un fondo azionario globale può essere più o meno volatile di un Etf a seconda della gestione. È la componente azionaria, non la struttura giuridica, a determinare la volatilità.
Oggi però gli Etf coprono un mercato molto più ampio: esistono Etf obbligazionari, bilanciati e persino a gestione attiva – più costosi degli Etf passivi, ma meno dei fondi attivi tradizionali. Chi vuole ridurre il rischio può scegliere Etf su bond, titoli monetari o portafogli multi-asset, senza dover necessariamente ricorrere a un fondo comune.
Gli Etf sono meno diversificati?
La diversificazione di un Etf non dipende dalla struttura “Etf”, ma dall’indice replicato. Alcuni Etf sono molto diversificati (globali, azionari o obbligazionari), altri sono concentrati su specifiche aree geografiche (ad esempio Etf sul mercato Usa) o settori (difesa, metaverso, idrogeno ecc.). È vero che molte strategie tematiche utilizzano più spesso la forma dell’Etf rispetto al fondo, ma proprio perché sono temi settoriali, espongono a maggiore rischio e spesso a rendimenti inferiori rispetto a un indice globale.
In generale, la diversificazione più semplice si ottiene con Etf che replicano indici globali. Chi non segue professionalmente i mercati dovrebbe preferire approcci ampi e privi di concentrazioni eccessive su singoli temi o settori.

