Stretto di Hormuz, cos’è e perché l’Iran minaccia di chiuderlo

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Mappa del Golfo Persico e del Golfo di Oman, con l'indicazione dei Paesi circostanti: Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrein e Qatar. Sono indicate le principali città come Doha, Abu Dhabi, Muscat e Manama.

Si tratta dello stretto più rilevante al mondo per il commercio petrolifero: numeri e scenari sull’ultima arma di deterrenza per Teheran.

Indice

Il fulcro di una possibile escalation fra Iran e Stati Uniti passa da uno stretto largo non più di due chilometri, da cui transita circa il 25% del petrolio via mare e il 20% del gas liquefatto: lo Stretto di Hormuz. Nei momenti più tesi sul piano internazionale, l’Iran ha ripetutamente minacciato la chiusura di questo stretto, che collega il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman all’Oceano Indiano e al Mar Arabico. Tuttavia, Teheran non ha mai concretizzato queste iniziative. Potrebbe essere diverso, questa volta? In seguito al bombardamento statunitense del 22 giugno, il parlamento iraniano ha autorizzato la chiusura dello Stretto, ma la decisione finale spetta al Consiglio di sicurezza nazionale, che non ha ancora deliberato.

Nel frattempo, il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha invitato la Cina a esercitare pressioni affinché l’Iran non proceda con la chiusura dello Stretto. A giudicare dalla reazione limitata sul prezzo del petrolio, i mercati non sembrano credere che Teheran arriverà fino in fondo: la strozzatura di questa rotta commerciale danneggerebbe, infatti, anche il suo stesso export e molti degli alleati dell’Iran.

Cos’è lo Stretto di Hormuz e perché è strategico

Lo Stretto di Hormuz rappresenta il principale snodo marittimo per l’accesso ai giacimenti petroliferi del Medio Oriente ed è il primo al mondo per volume giornaliero di trasporto di greggio e prodotti raffinati. Attraverso questo tratto di mare, che include acque territoriali di Iran e Oman, transita quasi il 90% del petrolio esportato dal Golfo Persico, destinato in larga parte ai mercati asiatici — tra cui circa un terzo delle importazioni cinesi — ma anche a Stati Uniti ed Europa.

L’instabilità politica che circonda lo Stretto ha spinto diversi Paesi produttori a esplorare rotte alternative, come il gasdotto Sumed verso il Mediterraneo, la linea saudita verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso e i collegamenti dall’Iraq settentrionale verso la Turchia (Ceyhan) e la Siria. Tuttavia, la capacità complessiva di queste vie resta significativamente inferiore rispetto a quella dello Stretto di Hormuz.

Due grafici sui flussi di petrolio nello Stretto di Hormuz: quello di sinistra mostra i tassi di flusso di petrolio costanti da metà marzo al 15 giugno 2025; quello di destra confronta i flussi medi di petrolio del 2024 per origine, con l'Arabia Saudita più alta, seguita da Iraq e altri.

Perché l’Iran minaccia la chiusura dello Stretto

Il rischio che lo Stretto di Hormuz possa essere chiuso è direttamente collegato al livello di minaccia percepita alla sopravvivenza del regime da parte di Teheran, aveva sostenuto Divsallar Abdolrasool (visiting professor dell’Università Cattolica) in uno studio del 2021 pubblicato sul British Journal of Middle Eastern Studies: “In assenza di minacce esistenziali, la politica principale della Repubblica Islamica nello Stretto tende a favorire il mantenimento della sicurezza del passaggio marittimo. Tuttavia, quando emergono minacce percepite come esistenziali, i leader iraniani abbandonano il conservatorismo dettato dai vincoli e incorporano lo Stretto nella loro strategia di deterrenza o di azzardo calcolato per evitare perdite”.

Le conseguenze di una chiusura dello Stretto

Quali sarebbero le conseguenze di una chiusura dello Stretto di Hormuz? “Un blocco effettivo dello Stretto modificherebbe radicalmente lo scenario petrolifero, portando il mercato in forte deficit”, hanno sostenuto gli analisti di ING, guidati da Carsten Brzeski. Un ammanco sul mercato petrolifero che nemmeno le riserve inutilizzate dell’Opec potrebbero colmare, dal momento che la gran parte di queste riserve “si trova nel Golfo Persico e dovrebbe anch’essa transitare per Hormuz”. Una produzione aggiuntiva dagli Stati Uniti, resa più conveniente in caso di rincaro del petrolio, richiederebbe tempo e, in ogni caso, non potrebbe “compensare la perdita dei flussi dal Golfo”. Sul mercato, tutto ciò si tradurrebbe in un prezzo del Brent a 120 dollari al barile, con la possibilità di salire fino a 150 dollari in caso di “interruzione prolungata”.

Cosa potrebbe scoraggiare l’Iran dalla chiusura di Hormuz

Chiudere lo Stretto di Hormuz comporterebbe un danno economico anche per l’Iran e, soprattutto, esporrebbe la Repubblica Islamica a minacce ancora più forti. Da Hormuz transitano ogni giorno due milioni di barili di greggio iraniano, rendendo Teheran il quarto Paese più esposto dopo Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Considerazioni che hanno spinto il segretario di Stato Usa Rubio a definire l’eventuale chiusura di Hormuz come un “suicidio economico” da parte di Teheran — un’affermazione rafforzata anche dal vicepresidente JD Vance, che ha ricordato come “l’intera economia [dell’Iran] passi attraverso lo Stretto di Hormuz”.

Secondo gli analisti di ING, “l’impatto sui flussi e sui prezzi del petrolio comporterebbe una risposta rapida da parte degli Usa e di altri attori”. Senza contare che “l’80% del greggio che transita da Hormuz è destinato all’Asia: un’interruzione danneggerebbe soprattutto la Cina, che l’Iran non ha interesse a ostacolare”. In altre parole, le conseguenze immediate di una chiusura colpirebbero più gli alleati che i rivali dell’Iran.

Su questo piano, la diplomazia americana ha fatto leva proprio sull’influenza di Pechino, con cui l’Iran intrattiene rapporti stretti, per dissuadere Teheran dal procedere. “Danneggerebbe molto più le economie di altri Paesi rispetto alla nostra. Sarebbe, a mio avviso, un’enorme escalation che meriterebbe una risposta, non solo da parte nostra, ma anche da altri”, ha dichiarato Rubio in un’intervista a Fox News.

Le ripercussioni militari, infine, sarebbero potenzialmente difficili da gestire per Teheran, considerando che le navi militari americane presenti nella zona potrebbero intervenire per ripristinare il transito delle navi.

Domande frequenti su Stretto di Hormuz, cos’è e perché l’Iran minaccia di chiuderlo

Qual è la rilevanza dello Stretto di Hormuz per il mercato energetico globale?

Lo Stretto di Hormuz è cruciale perché vi transita circa il 25% del petrolio via mare e il 20% del gas liquefatto a livello mondiale. La sua chiusura avrebbe un impatto significativo sull'approvvigionamento energetico globale e sui prezzi.

Perché l'Iran minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz?

L'Iran ha minacciato la chiusura dello Stretto di Hormuz in momenti di alta tensione internazionale, presumibilmente come leva negoziale o dimostrazione di forza. Queste minacce sono state ripetute nel tempo, ma finora non sono mai state attuate.

Quali sarebbero le conseguenze economiche immediate di una chiusura dello Stretto di Hormuz?

Una chiusura dello Stretto di Hormuz provocherebbe un'impennata dei prezzi del petrolio e del gas, con ripercussioni sull'economia globale. Le catene di approvvigionamento energetico sarebbero interrotte, causando potenzialmente crisi economiche in diversi paesi.

Quali fattori potrebbero dissuadere l'Iran dal chiudere lo Stretto di Hormuz?

L'articolo suggerisce che ci sono fattori che potrebbero scoraggiare l'Iran dalla chiusura dello Stretto, ma non li specifica. Si può dedurre che questi fattori siano legati a possibili conseguenze politiche, economiche o militari.

Lo Stretto di Hormuz è mai stato effettivamente chiuso dall'Iran in passato?

Secondo l'articolo, nonostante le ripetute minacce, l'Iran non ha mai concretamente chiuso lo Stretto di Hormuz. Le minacce rimangono tali, senza azioni corrispondenti.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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