Startup in crisi, il lato buio del decreto liquidità

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Il decreto liquidità ha lasciato indietro circa 11mila startup innovative. Quali sono i motivi e quali le soluzioni per difendere il settore dal rallentamento economico generato dal lockdown? Secondo Pietro Cesati di Soisy, uno dei primi passi da compiere è reintegrare il credito d’imposta sulla ricerca e sviluppo

Alla fine del 2019 il Registro delle imprese contava quasi 11mila startup innovative, con un capitale sociale di 583 milioni di euro

Il decreto disposto dal governo Conte prevede che la liquidità venga assegnata in funzione del fatturato, un fattore negativo per le startup

A fine dicembre il credito di imposta sulla ricerca e sviluppo è stato ridotto del 90%

Secondo l’ultimo report elaborato dal ministero dello Sviluppo economico e InfoCamere con il supporto di Unioncamere, alla fine del 2019 il Registro delle imprese contava quasi 11mila startup innovative, con un capitale sociale di 583 milioni di euro e un valore della produzione medio superiore ai 175mila euro. Sebbene alcune startup abbiano conosciuto un’accelerazione negli ultimi mesi, come quelle operanti nel settore dei pagamenti digitali e dello smart working, l’emergenza epidemiologica e le conseguenti misure di lockdown hanno generato non solo un rallentamento medio dei piani di crescita ma anche una maggiore difficoltà nelle operazioni di aumento di capitale. E il decreto liquidità disposto dal governo Conte lo scorso sei aprile per sostenere le imprese in difficoltà, sembra aver lasciato indietro proprio questa fetta di imprenditori.
Secondo Pietro Cesati, ceo e founder di Soisy, startup fondata nel 2015 e attiva nel settore dei servizi finanziari, la liquidità immessa sul mercato “genera un contributo economico che si riversa a cascata anche sulle startup, perché migliora le prospettive economiche”. Ma non basta. Il decreto prevede che la liquidità venga assegnata in funzione del fatturato, ma “ci sono delle startup che non hanno un fatturato, soprattutto quelle che sono ancora nella fase di ricerca e sviluppo”, spiega Cesati. Inoltre, le misure adottate prevedono garanzie da parte dello Stato in favore delle banche che effettuino finanziamenti alle imprese ma, sebbene in Italia le startup risultino “abbastanza bancarizzate”, quelle che “danno un vero beneficio in termini di innovazione molto spesso non hanno accesso al canale bancario”, continua Cesati.
Quali possono essere dunque le possibili soluzioni per sostenere il settore? Alcune startup puntano sull’abbattimento degli investimenti, che però “elimina il senso stesso dell’essere startup”, spiega Cesati. In una lettera congiunta del 3 aprile diffusa dall’associazione Italia Startup, i rappresentati dell’ecosistema chiedevano al governo non solo di rinviare le scadenze mensili  fiscali e sociali, ma anche di offrire un congelamento del rimborso degli investimenti governativi, fornire finanziamenti ponte per le startup che stavano pianificando un nuovo round di finanziamento, includere le startup investite dal venture capital nelle misure nazionali di liquidità e accelerare il rimborso delle anticipazioni fiscali o introdurre nuove esenzioni specifiche per le startup.

Secondo Cesati, invece, uno dei primi passi da compiere è reintegrare il credito d’imposta sulla ricerca e sviluppo, che a fine dicembre ha subito una riduzione del 90%. “Se prima dello scoppio della pandemia era una problematica urgente da risolvere, ora è ancora più necessario”, spiega Cesati. Inoltre, “bisognerebbe sostenere l’afflusso di capitale verso le startup – aggiunge – In Italia esistono già degli incentivi per chi investe nelle startup e nelle pmi innovative, ma si potrebbe fare di più”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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