Il mercato del private debt non è tutto uguale: cambiano struttura, operatori e grado di specializzazione. Antonio Montano ed Elena Nemola, Portfolio Manager e Investment Associate di Ver Capital SGR, invitano a evitare semplificazioni in un segmento complesso ed eterogeneo.
Il private debt è, allo stato attuale, oggetto di timori di eccessi di valutazione e di peggioramento della qualità del credito. Problema sistemico o “selezione naturale”?
A.M. A nostro avviso, il mercato non presenta oggi criticità sistemiche, né eccessi di valutazione o segnali diffusi di deterioramento della qualità del credito.
Occorre però distinguere tra Usa ed Europa e, in Europa, tra l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione: il debito privato italiano è più giovane e più vicino al canale bancario. In Italia, inoltre, la normativa richiede alcune tutele, come la presenza di un’entità indipendente incaricata di valutare gli asset al fair value. Detto ciò, nella maggior parte dei fondi di private debt gli asset sono valutati al fair value da soggetti indipendenti o direttamente dai gestori, attraverso metodologie che tengono conto di rischi specifici e di mercato. È quindi naturale che, trattandosi di asset non quotati, mostrino oscillazioni più contenute, senza risentire in tempo reale del sentiment di mercato o delle esigenze di liquidità degli investitori.
Anche alcune recenti preoccupazioni su segmenti specifici, come parte del software esposto ai temi dell’AI – più presente nel private debt statunitense – ci sembrano più una generalizzazione di potenziali rischi futuri che evidenze di un deterioramento strutturale del credito. Riteniamo che eventuali impatti si manifesterebbero in modo graduale e non uniforme, infatti molte società operano in nicchie con elevate barriere all’ingresso e contratti di lungo termine. Ci sembra di assistere a una fase di maggiore selezione, destinata a premiare gli operatori più disciplinati o più diversificati.
Molti osservatori tendono ad accomunare il private debt europeo e quello statunitense. Quali sono oggi i maggiori elementi di divergenza?
A.M. Le differenze tra le due sponde dell’Atlantico sono ormai strutturali. In Europa il mercato resta ancorato al modello dei fondi chiusi, con orizzonti di lungo periodo. Questo consente ai gestori di operare con maggiore continuità anche nelle fasi di stress. Negli Stati Uniti, invece, la diffusione di veicoli semi-liquidi ha reso più evidente il tema delle possibili redemption, soprattutto nei momenti di maggiore tensione.
Anche la struttura della domanda è diversa: negli Usa la forte apertura al capitale retail ha aumentato la competizione tra operatori, contribuendo in alcuni casi ad allentare la disciplina nelle strutture. In Europa, al contrario, la base investitori resta prevalentemente istituzionale e il processo è generalmente più selettivo.
Infine, pesa il ruolo del sistema bancario. In Europa, in particolare in Italia, le banche continuano a essere centrali nel finanziamento dell’economia reale e il private debt si inserisce più spesso come complemento. Negli Usa la disintermediazione bancaria è molto più avanzata e il private debt ha assunto un ruolo più pervasivo.
Un timore degli investitori riguarda la scarsa visibilità sui default mascherati da ristrutturazioni del debito o pagamenti posticipati. Come affrontate questa preoccupazione?
E.N. In realtà, riteniamo che nel private debt ci siano spesso maggiori possibilità di monitoraggio rispetto ai mercati pubblici, grazie a una reportistica più frequente e alla presenza di covenant. Il nostro obiettivo è mantenere una gestione attiva del portafoglio, evitando che situazioni di difficoltà vengano semplicemente rinviate nel tempo senza una reale soluzione.
In questo contesto, anche la gestione di eventuali deroghe, i waiver, è particolarmente rigorosa. Non si tratta mai di una proroga automatica, ma di un momento di rivalutazione complessiva del credito.
Quanto sarà decisiva nei prossimi trimestri la capacità di gestire rifinanziamenti e situazioni di stress senza sacrificare rendimento e disciplina del credito?
A.M. Nei prossimi trimestri tale capacità sarà fondamentale soprattutto per effetto del cambio di contesto macro-finanziario. Molte operazioni originate negli anni di tassi bassi dovranno essere rifinanziate in un ambiente diverso: costo del debito più elevato, condizioni creditizie più selettive e crescita più debole o disomogenea.
La capacità di gestire i rifinanziamenti dipenderà da due fattori. Il primo riguarda come il credito è stato costruito all’origine: la qualità della documentazione contrattuale, delle garanzie, dei covenant e il livello di leva iniziale. Il secondo riguarda la capacità del gestore di intervenire attivamente non solo quando il ciclo si deteriora, ma anche in condizioni normali, evitando concessioni troppo “borrower friendly”.
In un mercato più complesso, quanto un posizionamento su settori strategici o di nicchia rappresenta un vantaggio competitivo e quanto invece aumenta l’esposizione a rischi specifici?
E.N. Il posizionamento settoriale è diventato un elemento sempre più utilizzato per differenziarsi. Una specializzazione reale consente una conoscenza più profonda dei modelli di business, decisiva in un contesto in cui la selezione del credito è strettamente legata alle caratteristiche dell’azienda. L’analisi rigorosa dei fondamentali, accompagnata da una conoscenza diretta del business – anche attraverso la presenza sul campo – rappresenta un pilastro del nostro processo di investimento.
Tuttavia, la concentrazione settoriale introduce inevitabilmente un elemento di rischio, rendendo il portafoglio più sensibile a shock specifici. Il punto non è se la specializzazione sia giusta o sbagliata, ma quanto sia bilanciata. Un approccio efficace tende a combinare competenza settoriale e adeguata diversificazione, evitando una concentrazione eccessiva del rischio.
(Articolo tratto dal magazine n. 90 di maggio 2026 di We Wealth)

