A inizio anno gli analisti erano ottimisti, ma nel corso del 2026 il private equity non si è ancora ripreso dalla crisi, né si vedono schiarite all’orizzonte. Tre i motivi, gli shock imprevisti secondo l’aggiornamento del Global Private Equity Report 2026 Bain & Company. Ovvero: il crollo dei titoli software legato all’intelligenza artificiale, lo stress da rimborso nel credito privato e l’impennata del prezzo del petrolio.
Come osserva Sergio Iardella, senior partner e responsabile italiano private equity di Bain & Company: «Il mercato globale dei buyout (operazioni di acquisizione di capitale, ndr) stenta a decollare: dopo il picco raggiunto nell’ultima parte dello scorso anno, il valore dei deal è sceso a 173 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest’anno, con una stima di soli 145 miliardi per questo trimestre (il secondo, ndr) — il livello più basso dal 2023. Anche il numero di operazioni segue la stessa traiettoria discendente, attestandosi intorno a circa 700 deal nel Q2 2026».
E la situazione italiana? «Rispecchia la dinamica globale: molta attività nella fascia media, assenza di grandi operazioni, e un mercato guidato dalla selettività più che dalla propensione al rischio».
Investimenti in frenata, ma con dei distinguo fra settori
L’attività di investimento in private equity ha subito una battuta d’arresto generalizzata, ma le dinamiche nei vari settori sono diverse. La tecnologia, per esempio, si trova in una posizione intermedia. L’incertezza sulla valutazione delle aziende ha fatto crollare il valore dei deal tech del 70% tra il quarto trimestre 2025 e il primo trimestre 2026. Il panico sul comparto “Software as a Service” (SaaS), – 30% a febbraio nelle valutazioni, ha seminato dubbi su asset che fino a poco prima sembravano intoccabili, tipo l’IA. «Questo trend», spiega Iardella, «riflette la profonda incertezza generata dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale, che sta rimettendo in discussione i modelli di valutazione e i fondamentali di molte aziende tecnologiche, rendendo gli investitori di private equity particolarmente cauti nell’impegnare capitali in un settore in rapida trasformazione».
Le valutazioni del software nei portafogli di private equity sono scese di circa l’8% nel primo trimestre, con una correzione più contenuta in Europa (-4,2%) rispetto agli Stati Uniti (-8,9%). Nel frattempo, molti operatori stanno riorientando capitale e risorse verso business con componenti tradizionali, fisiche o ad alta intensità di lavoro. Sono considerati meno vulnerabili all’automazione e soprattutto meno esposti alla volatilità geopolitica.
Exit e liquidità: il ciclo del capitale si allunga a sette anni
Rimane irrisolto il nodo della liquidità. Le distribuzioni agli investitori si mantengono su livelli contenuti da quattro anni consecutivi: il ciclo medio del capitale si è allungato a sette anni, riflettendo un mercato delle exit più selettivo e un contesto macroeconomico mutato. È un dato superiore alle medie storiche. Tuttavia, le operazioni di vendita continuano a concludersi positivamente nella grande maggioranza dei casi (oltre il 75% degli asset viene ceduto sopra l’ultimo prezzo trimestrale), segno della tenuta del settore, dice il report.
Una dovuta diligenza più rigorosa
Allo stesso momento però, gli asset di fascia intermedia richiedono adesso “tempi e strutture più elaborate”, con gli investitori che esercitano una due diligence più rigorosa anche sui fondi di continuazione, ossia quegli strumenti finanziari creati per trasferire le aziende o le partecipazioni da un fondo di investimento in scadenza a uno nuovo, gestito dallo stesso sponsor, per evitare la vendita forzata sul mercato.
Spiega il report che gli asset buyout acquisiti nel 2021 o anche prima, hanno attraversato un ciclo straordinariamente complesso (inflazione, rialzo dei tassi, turbolenze commerciali e accelerazione dell’AI) che ha reso le valutazioni di portafoglio più difficili. Il settore deve ora adattarsi al nuovo equilibrio.
Raccolta fondi ancora debole
Prosegue Iardelli: «La raccolta fondi è tipicamente l’ultimo ingranaggio del ciclo del capitale a ripartire: sono necessari 12-18 mesi di exit e distribuzioni sostenute prima che si registri un incremento significativo nelle nuove allocazioni. Nonostante nel primo semestre 2026 si siano concluse operazioni di rilievo, la raccolta complessiva rimane debole».
Sul fronte degli investitori, un limited partner (ossia un investitore non gestore) su cinque sta riducendo l’esposizione al buyout. È chiaro da quanto si legge nel rapporto che il potere negoziale si sta spostando progressivamente a favore dei limited partner, i quali richiedono condizioni sempre più vantaggiose (commissioni, diritti di co-investimento) per confermare i propri impegni.
Private equity in crisi, però chi agisce non perderà terreno
«In un mercato che continua a rimandare la ripresa, i general partner non possono permettersi di aspettare condizioni ideali», ammonisce Iardelli. «Devono agire su ciò che controllano. Le regole del gioco sono cambiate strutturalmente: oggi un investimento richiede una crescita dell’EBITDA del 12% — non più del 5% — per generare ritorni competitivi». Al tempo della crisi del private equity, ciò significa che «la creazione di valore operativo è diventata non negoziabile. L’intelligenza artificiale non è un’opzione da valutare a tempo debito: è già il principale campo di battaglia per la competitività delle aziende in portafoglio, e i gestori (general partner) che non la mettono al centro della propria strategia stanno già perdendo terreno».
Chiosa infine responsabile italiano private equity di Bain & Company: «Ma attenzione: la tentazione di inseguire i deal in difficoltà disperde risorse preziose. È necessario concentrarsi sugli asset con il maggiore potenziale, aggiornare il piano di creazione di valore quando le condizioni cambiano, e avere il coraggio di fare scelte selettive. Chi saprà controllare queste variabili oggi sarà nella posizione migliore per guidare il mercato quando la nebbia si diraderà».

