Arte, il valore di ciò che non ha prezzo

Teresa Scarale
Teresa Scarale
3.8.2021
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L'arte, qualunque cosa si intenda per arte, non è un prodotto, non è un servizio, non è seriale in senso industriale, non è efficiente. Parlare di mercato quando si tratta di arte fa istintivamente alzare il sopracciglio









Domanda e offerta, prezzo. Sono gli elementi bruti che definiscono un mercato. Richiamano alla mente prodotti, servizi, serialità industriale, efficienza. L'arte, qualunque cosa si intenda per arte, non è un prodotto, non è un servizio, non è seriale in senso industriale, non è efficiente. Parlare di mercato quando si tratta di arte fa istintivamente alzare il sopracciglio. Eppure niente come l'opera d'arte incorpora in sé valore, spesso talmente elevato da essere definito “inestimabile” (cos'altro è inestimabile? La vita, la natura?). È allora che entra in gioco il prezzo come rappresentazione approssimativa del valore. Avendo in mente che non sempre ciò che costa, vale.





Accettata questa approssimazione, sarebbe più corretto parlare di sistema dell'arte  che di semplice mercato. Il sistema dell'arte è un'architettura complessa, che ne mescola gli aspetti culturali e quelli commerciali. Esso supera la tradizionale contrapposizione fra accademia e avanguardia, e l'artista con il suo lavoro è solo uno dei suoi elementi. Compiuta la produzione dell'opera (se parliamo di artisti viventi), è il turno di critici, mercanti, gallerie, curatori, intermediari, consulenti, case d'asta, fiere, musei, collezionisti, editoria, porti franchi, caveaux.

Il sistema dell'arte risulta complesso agli occhi di chi osserva anche perché molto spesso le sue parti non agiscono in sinergia fra loro ma in antagonismo. Le gallerie stesse, per esempio, non sono un insieme omogeneo, ma attori che si collocano ai più diversi livelli di potenza e nei segmenti più disparati. Ci sono gallerie piccole, medie, grandi, più o meno note sulla scena internazionale, che si occupano solo di un certo tipo di artisti, e così via.

I consulenti hanno approcci diversi; è la loro stessa denominazione a indicarlo: art collection manager, art advisor, art expert, art scientist, art consultant ecc. Ognuno ha una competenza diversa, ma tutti inevitabilmente si trovano a occupare il campo dell'altro.




Considerando i soli scambi commerciali delle opere, è fondamentale distinguere fra mercato primario e secondario. È il mercato secondario a essere teatro dei record di vendita. Si parla di mercato primario quando le opere vengono vendute per la prima volta: è l'artista stesso a cederle al primo acquirente, spesso un gallerista. Tutti i passaggi di proprietà successivi costituiscono invece il mercato secondario. Come nel caso delle obbligazioni. Per dirla con Peter Doig (quotatissimo pittore scozzese contemporaneo): “il mercato secondario vive di vita propria. Non riguarda direttamente la produzione dell'artista. Potrei essere anche morto e in realtà è come se lo fossi: tutto questo riguarda persone che non conosco”.

Non è un caso che la terminologia finanziaria entri in modo così perfetto nel mondo dell'arte. Se infatti nel corso della seconda metà del XX secolo l'arte si è rivelata in modo occasionale un bene rifugio, con gli anni '90 e i roboanti risultati delle aste internazionali è stato chiaro che si era di fronte a un vero e proprio asset, con andamento e trend indipendenti da quelli degli asset finanziari. Un esempio, il classico. Era il biennio 2007-2008, quello dell'ultima grande crisi finanziaria pre-covid. Il settore dell'arte fu l'ultimo a risentire del crack dei mutui subprime e il primo a riaversi, nel giro di un paio d'anni circa.

In un mondo di tassi negativi come quello presente, l'arte come classe di attivo rende ancora cifre che le borse si sognano. Secondo le proiezioni di rendimento delle opere d'arte (anno 2019, l'ultimo disponibile), l'arte come asset class frutta il 5% in un anno, il 141% a dieci anni (Knight Frank Luxury Investment Index; per il 2018 le percentuali erano del 9% e del 158% rispettivamente; per il 2017, del 21% e 78%). Il mercato dell'arte è fortemente polarizzato. Nelle aste, i lotti che valgono più di un milione di euro rappresentano solo l'1% dell'intero mercato, ma fanno il 65% del fatturato. Il primo mercato al mondo per importanza è ancora quello degli Usa (40%). Seguono poi Regno Unito (21%), Cina (19%), Francia (6%).

E l'Italia? Le statistiche la mettono nel “resto del mondo”, dato che occupa meno dell'1%. Il Belpaese è comunque una calamita per i grandi nomi internazionali, fin dai tempi di Mark Rothko e Cy Twombly. Milano è la capitale dell'arte contemporanea italiana, ma Roma si difende benissimo (è a Roma che Gagosian ha aperto la sua galleria italiana, per dire). A livello geografico, queste le dinamiche di crescita in atto nelle ultime due decadi (grafico Art Price):

 

Arte: il valore che non ha prezzo















Tratto distintivo del mercato dell'arte nel terzo millennio è l'imporsi del contemporaneo inteso come opere degli artisti viventi (o dei morti da poco, magari giovani).

In particolare, l'arte contemporanea è cresciuta del 2100% nei primi vent'anni del duemila (dati Art Price): nel 2000 valeva 100 milioni, adesso due miliardi di dollari. Alcuni dicono che il covid ha sparigliato le carte, ma si tratta di un giudizio affrettato, per certi versi. Nei primi sei mesi del 2020, sembra (i dati sono parziali e molto variabili fra i report, anche quelli più autorevoli) che gli scambi si siano contratti in media del 40% (-30% case d'asta, -50% gallerie, all'incirca), se non dimezzati.

Le tre maggiori case d'asta (Sotheby's, Christie's, Phillips) hanno incassato in sei mesi quanto avevano fatturato in una sola settimana nel novembre 2019 (novembre è con maggio il mese in cui tradizionalmente si concentrano aste molto importanti). Ma una contrazione degli scambi era in atto già da qualche tempo, ed è possibile che il quadro completo e definitivo di questo assestamento sia chiaro solo fra qualche anno; nel 2023, dicono alcuni insider a chi scrive. Due trend ventennali confermano però la loro robustezza anche nel drammatico primo semestre 2020: l'arte femminile (grafico Art Price) e quella afroamericana.

 

Arte: il valore che non ha prezzo








 

Il 2020 da solo ha invece sancito il boom degli acquisti online, seppur nel contesto di debolezza generale. Rispetto all'intero 2019, le aste digitali sono aumentate del 255% fra gennaio e agosto. Le vendite globali virtuali delle tre maggiori case d'asta hanno chiuso i primi otto mesi dell'anno a 596,7 milioni di dollari, mettendo a segno un rialzo di 168,2 milioni sull'intero 2019. C'è però da segnalare che il prezzo medio dei lotti venduti in asta è diminuito del 43%, attestandosi poco sotto i 26.000 euro. La ragione è che sono stati offerti meno “lotti-trofeo”.

Le prospettive lasciano intendere che ci sarà un grosso mercato per le opere che costano poco. E allora più che mai varrà il saper discernere “ciò che vale” dal resto. Al di là del prezzo.



 

*Già apparso sulla guida di We Wealth Arte: collezionare, passione, investimento. Quali logiche quale approccio

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l'Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell'arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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